G8: caro Cesare, ricordi?

 

Sono tra coloro che non hanno condiviso la scelta della Direzione Nazionale dei DS di partecipare ufficialmente alla manifestazione di Genova e la successiva smentita, se possibile, ha ingenerato una confusione maggiore.

Questa è una cosa piccola, insignificante, rispetto alla morte di un ragazzo e alle centinaia di feriti. Tra questi Federico Minghini, Mingo, al quale non mi lega la conoscenza personale ma la lontana amicizia con il padre (spero di non incappare in caso d’omonimia).

Con Cesare eravamo nella stessa scuola, il mitico ITIS di Via Saragozza, oggi non c’è più, negli anni della massima contestazione studentesca. Militanti della FGCI quando ciò che accadeva nel mondo ci pareva di una chiarezza disarmante: i "cattivi" erano sempre da una parte, gli oppressi dall’altra e noi, con tutte le certezze sorrette da buone letture, riempivamo assemblee e piazze senza difficoltà. Anni duri d’occupazione di scontri davanti alle scuole. Cesare più grandicello di noi oltre ad essere un leader del movimento fu anche il più precoce, con la sua compagna, ad avere un figlio: Federico. Nome bellissimo di santo ma soprattutto di uno dei maestri di quei tempi. Anche mia figlia si chiama Federica.

Poi com’è successo per tanti protagonisti di quel periodo la frequentazione divenne più occasionale anche perché prendemmo strade diverse, pur continuando a militare nello stesso partito nelle sue evoluzioni, io nel privato e nelle Istituzioni, Cesare a vari gradi dentro il Sindacato. Ho voluto scrivere, invadendo il privato di un amico, perché ho visto l’analogia con l’altro figlio di sindacalista che non ha avuto la fortuna di tornare a casa dall’inferno di Genova. Quel Carlo, anch’esso figlio di sindacalista con un bellissimo nome forse tratto dalle stesse nostre letture.

A trent’anni di distanza, i nostri figli ripetono la storia?

No, sarebbe troppo semplice. Sta avvenendo qualcosa che per tanti di noi è incomprensibile e ci fa sentire ancora una volta in ritardo; giovani che non si riconoscono nel nostro modo di fare politica ma fanno politica, tagliando trasversalmente i nostri schemi, mettono in discussioni i cardini e dell’economia e dello sviluppo.

Lo avrebbero fatto anche con Rutelli al posto di Berlusconi.

Sono ingenui e veri, al punto di non capire il grave pericolo che s’insinua nelle loro file e nelle manifestazioni per provocare violenza gratuita. Apriamo un dialogo se ci riusciamo: già una volta, davanti agli occhi stralunati degli iscritti, le tute bianche sono entrate in una nostra sezione a spiegare il loro punto di vista.

Ma non facciamolo camuffati, in modo ipocrita, fingendo d’essere come loro. E’ inutile oggi noi siamo come gli insegnanti che contestavamo nel 70, siamo dentro la zona rossa, avremmo voluto che la sinistra fosse lì a rappresentare il nostro Paese.

Pensaci caro Cesare e scusami se ti ho trascinato in questo scritto, a rischio di querela, a rappresentare simbolicamente noi. Abbraccia tuo figlio e auguragli una pronta guarigione.

Bologna, 22 luglio 2001                     Maurizio Cevenini