DA "IL RESTO DEL CASINO"

La lista civetta 

 

L’idea venne a Stefano mentre annunciava l’ennesimo punto a goriziana e regolarmente andava in buca. Avveniva spesso, in quel bar ai piedi della collina, che l’ennesima partita sul panno verde si trasformasse in fucina d’idee.

Come giocatore di biliardo anche Mauro era sempre stato "tristo", ma nell’elaborazione di strategie era magico.

La sera dopo si videro come al solito al bar, chiuso per turno come tutti i lunedì ma non per loro. L’argomento era: facciamo noi la civetta.

Era da settimane che, senza capire bene il significato, tutti i giornali parlavano delle liste civetta; quelle liste che furbescamente portano via voti ai piccoli partiti. Stefano si era accorto che ormai tutti ne parlavano e quindi era un prodotto che poteva tirare. Come sempre aveva lanciato l’idea geniale ma subito dopo se ne era dimenticato.

Mauro no; ci aveva pensato tutta notte ed ecco lì pronto il piano.

C’erano tutti, gli amici del biliardo comprese le donne: Cris, Bab, Silvy, Ede.

Una dozzina in tutto: Victor, l’architetto, Alfio, Marco, Dino, Steg e Mike il non vedente che seguiva il biliardo solo per i rumori d'impatto. Assisteva, come sempre con sguardo compassionevole, "il filosofo" gestore del bar.

La proposta era semplice nella sua follia: lanciare in tutta Italia la Lista Civetta, raccogliere le firma in tutti i locali con biliardo e presentarsi alle elezioni.

Davanti agli sguardi smarriti, Mauro mise tutta la grinta e la convinzione possibile sciorinando il programma, semplice e accattivante, di sinistra con sguardo a destra. Parlò per un’ora e intanto Steg, noto vignettista, lo seguiva abbozzando il simbolo, ovviamente una civetta un po’ in carne in onore del gestore del bar e come segno di benessere. L’uccello, rapace notturno, aveva uno sguardo furbo ma accattivante e nessuno capì perché era un esemplare femmina.

Stefano si rianimò e aggiunse idee preziose; Cris, Victor e Alfio prepararono il programma organizzativo.

Il filosofo stappò la solita bottiglia speciale e tutti finsero di gradire.

Dal giorno dopo, il tam tam si diffuse in tutti i bar d’Italia: molti aderirono iniziando la raccolta di fondi interrompendo le scommesse sulle partite.

Intanto ci pensavano i leader nazionali, Rutelli e Berlusconi ma anche Bertinotti, D’Antoni e Di Pietro con i loro lamenti, a fare una straordinaria propaganda alla Civetta.

Le firme vennero raccolte in un lampo e quella civetta appollaiata sul ramo forte venne accolta con simpatia. Gli altri partiti guardavano con sufficienza quella banda di matti senza temerne il peso elettorale.

Gli amici del bar ebbero solo il problema opposto agli altri schieramenti, trovare un numero sufficiente di candidati al punto di coinvolgere i parenti. Nessun sondaggio li faceva uscire dalla categoria "altri".

Ai dibattiti i giocatori di biliardo erano i più simpatici, alcuni erano anche preparati più dei candidati veri. Alcuni incursori riempirono i manifesti degli altri con piccole civette e nei bar anche i tovagliolini avevo la bestia.

Nessuno capì cosa avvenne nel segreto dell’urna in quella calda domenica di maggio; l’unica certezza sconvolgente per il Paese è che non furono i collegamenti civetta a non far raggiungere ai piccoli schieramenti lo sbarramento del 4% ma la civetta medesima che arrivò al 4,3%.

Addirittura Mauro, Stefano, diventato segretario della civetta, vinsero nei loro collegi uninominali, il filosofo entrò nel proporzionale. Quattordici deputati, cinque senatori.

L’ultima beffa è che quei voti, rifiutati e snobbati da tutti, erano determinanti.

Dopo infruttuose consultazioni il Presidente della Repubblica, convocò Mauro e gli affidò l’incarico di formare il Governo.

Il governo che si formò fu di centro sinistra solo perché nello statuto di fondazione della civetta, Mike, il non vedente, volle la postilla "comunque mai con Berlusconi". Il filosofo rifiutò il seggio con la seguente motivazione nell’idioma locale: "me a io da lavurer".

Bologna, 17 marzo 2001

AssuranCEVE


 

Il Gran Premio di Bologna

Silvio Berlusconi ha vinto le elezioni. Tutte le Amministrazioni Comunali governate dal polo hanno cercato di rendere omaggio al Presidente del Consiglio dedicandogli iniziative particolari: onorificenze, convegni, sagre, ecc. Anche il Sindaco di Bologna, pur difendendo con i denti l’autonomia che lo aveva portato all’insperata vittoria, aveva dovuto cedere alle pretese dei vincitori di Forza Italia ed AN. Bologna era già da mesi città aperta nel senso automobilistico del termine, bastava pagare. Certo i cinque euro (le vecchie diecimila lire) l’ora per parcheggiare in Piazza Maggiore facevano un po’ di selezione, ma gli incassi in generale andavano bene.

Non si seppe mai chi fece la proposta in giunta ma ciò che conta è che passò.

Bologna, tra le capitali del Polo, sopportava a fatica le iniziative dei comunelli della provincia e ciò che più faceva impazzire era quel Gran Premio a Imola.

L’opposizione, inebetita dalla sconfitta e dal calcio, non comprese il significato del viaggio a Montecarlo di una folta delegazione comunale, né il capodanno bolognese dei padroni della formula uno. Quando giunse in commissione, la proposta venne inutilmente osteggiata dalla minoranza e dai tanti comitati di protesta. Il lavoro preparatorio era stato meticoloso e il governo fu decisivo per superare le ultime resistenze: nasceva il primo Gran Premio di Bologna che relegava il circuito di Imola ad uso esclusivo per le biciclette bandite da tempo dal centro di Bologna.

La data individuata fu il primo Maggio, festa dei lavoratori. Dopo Montecarlo, Bologna diventava il circuito cittadino più suggestivo anche se, per quasi una settimana, fu interdetto l’ingresso e il parcheggio in centro per le automobili; ci fu qualche disagio per i bolognesi, soprattutto per chi aveva ottenuto in uso esclusivo per 99 anni le ambite postazioni contro il Palazzo dei Banchi o Palazzo Re Enzo. Ma per veder rombare le Ferrari, le Williams, le Mac Laren si poteva fare qualche sacrificio. Memorabile fu il raduno dei proprietari delle Ferrari il giorno prima delle prove: quattrocento Ferrari tra Piazza Maggiore, Nettuno, Indipendenza, unico!

Il circuito cittadino era veramente suggestivo: griglia di partenza in via Indipendenza, Viali fino a Via Dante, S. Stefano ( fortuna che smontarono il fittone di Sirio in tempo), Farini, D’Azeglio riaperta da poche settimane, tre magnifiche chicane in Piazza Maggiore, la variante Nettuno, nuovamente Indipendenza, il tutto per 72 volte.

Ci furono un po’ di proteste per i box solo nella parte alta del viale ma nel complesso fu un grande successo nonostante la pioggia battente per tutta la gara; il pubblico numerosissimo e festante non ne risentì troppo e d’altra parte i portici a cosa servono?

L’esito della gara lo troverete nelle pagine sportive, qui ci siamo limitati ad illustrare una grande scelta per Bologna capitale.

Mancano pochi giorni alle elezioni, ma davvero vincerà Berlusconi?

 

Bologna, 10 aprile 2001           CEVE


 

Non saranno tutti prosciutti…

 

Il Cavaliere ce l’ha fatta. Nonostante i tentativi rozzi, non rossi, dei comunisti di distruggerne l’immagine, è prevalsa una scelta chiara e netta di libertà. Libertà totale, assoluta, a prescindere. E sì, caro Totò, che ci osservi da lassù o da dove sai tu, non ci sarà più bisogno dei tuoi film, l’Italia ha imboccato la strada del benessere per tutti.

Certo qualche problema ci sarà. Visto che si prevede nel giro di qualche mese l’entrata a regime ( termine tecnico relativo al funzionamento della macchina statale da non confondere con il sistema politico!) dei provvedimenti del governo, annunciati in campagna elettorale, a partire dalle grandi opere che porteranno alla piena occupazione, sarà indispensabile accogliere molta mano d’opera dall’estero. Essendo scritto però nel patto con Bossi che il colore della pelle ha un peso nella scelta, le nostre ambasciate stanno reclutando giovani svedesi, olandesi, tedeschi, ecc. che si presume accettino con piacere di trasferirsi nel Paese della gioia e della felicità.

E’ veramente cambiato anche Bossi che, dopo la condanna per villipendio (come?) alla bandiera da parte del tribunale del Popolo fortunatamente abolito nel primo consiglio dei Ministri, si è accontentato di ottenere che la carta igienica, in tutti gli uffici pubblici, sia di colore bianco-rosso-verde. Che signore.

I pensionati saranno accontentati con l’aumento delle pensioni minime, tutti gli italiani avranno l’annunciato calo spaventoso delle tasse.

Naturalmente via il canone dalla televisione pubblica e altri balzelli simili e la Borsa aumenterà all’infinito, è logico: serve a tassare i guadagni senza turbare l’investitore.

Poi la devolution, ogni regione faccia ciò che vuole. Va beh, per l’albergo in Piazza S. Marco si dovrà sopportare qualche manifestazione dei ribelli residui, ma anche questo è il prezzo della democrazia.

E’ ovvio che se nel primo consiglio dei ministri non si fosse fatta la dolorosa scelta di abolire il termine "piano regolatore in urbanistica", non solo la casa delle libertà avrebbe subito la prima contraddizione in termini, ma soprattutto qualche soldo dovrà pure entrare: quindi deregulation su tutte le costruzioni.

La stampa clandestina sta diffondendo notizie false e tendenziose su una voragine di bilancio statale di 100.000 miliardi derivante dai primi provvedimenti liberatori ma un comunicato perentorio della Presidenza del Consiglio ha stroncato sul nascere ogni contestazione: " i conti si fanno alla fine…". Questo è parlar chiaro.

Uno dei comunisti in ritirata, acciaccato dalla sconfitta, figuriamoci aveva fatto il Ministro dell’ultimo governo tiranno, boffonchiava "ha venduto un maiale fatto tutto di prosciutti, ma non è così…" Non cambiano mai, viva la libertà!

 

Bologna, 24 maggio 2001                                                    CEVE


La rivoluzione

Silvio Berlusconi ha vinto le elezioni. E le prime dichiarazioni degne del fraticello d’Assisi o di Suor Teresa di Calcutta sono improntate al dialogo alla serenità al bene universale, insomma al socialismo. E’ presto, per carità, per non pensare che dietro non ci sia il bidone ma qualcosa scricchiola nella certezza di chi ancora si aggrappa ad una qualche distinzione tra destra e sinistra.

Prendiamo Bologna: Guazzaloca due anni fa, in questi giorni corre l’anniversario, vince le elezioni sulla spinta della stanchezza dei bolognesi per la criminalità e per il disordine nelle parti centrali della città, per quella sorta di lassismo tipica della sinistra. In questi mesi Bologna è diventata un simbolo per i centri sociali, si moltiplicano gli spazi autogestiti, Piazza Verdi e dintorni è più che mai regno dei senza casa più cani e a giugno si rinnova il rito scalmanato del Rave parade.

Camion assordanti, partiti dai Giardini Margherita infilano in senso inverso Strada Maggiore facendo vibrare le Due Torri e i palazzi dai due lati della strada e concludono il proprio rito a Villa Angelelli, giovane Parco dove quel fascista arrogante del Presidente di quartiere chiede rispetto per l’ambiente. Intanto tutti i locali per tira tardi mettono tavolini in strada che, se non fosse per lo schiamazzo e i tamburi nella notte, sarebbero una cosa gradevole.

Il tutto coronato dalla versione seria di questo giornale che inneggia alla tolleranza versi i giovani, i diversi, i diseredati.

Qualcosa non funziona più è saltato tutto. Occorre andare alla radice del problema e creare nuovi schemi. Allora dandoci qualche certezza proviamo a costruire una nuova regola: a sinistra stanno tutti i mancini e a destra… lo dice la parola stessa.

Si potrebbe obiettare, ma questo è un destino della storia, i mancini sono molto meno! Per ovviare al problema basta inserire nella schiera tutti coloro che sono "destri forzati" da mamme, papà e cattivi maestri che con autorità impongono la scelta. Mentre scrivo queste str……, pre feriali, mi giunge una conferma, il democratico Clinton, Presidente degli Stati Uniti fino allo scorso anno, fa tutto con la mano sinistra… Allora funziona, ecco il bandolo della matassa. Mi viene in soccorso mia figlia, ovviamente mancina, e mi elenca uno spaventoso numero di scienziati, statisti, ai quali, io, destro perché la mamma mi legava la mano al seggiolone, aggiungo calciatori, navigatori,ecc.

Ci siamo c’è una base nuova da cui partire.

La televisione intanto mostra il Presidente degli Stati Uniti firmare alcuni atti da portare al vertice dei G8, con la sinistra ovviamente. Oh no, bisogna ricominciare…

Ultim’ora a Bologna: nei meravigliosi locali della Salara, verrà inaugurata a breve la più bella sede del mondo per accogliere l’ARCI GAY. Grazie al governo di centro destra, ovviamente.

Bologna, 24 giugno 2001                                                                    CEVE


Gabriel, 12 anni di Berlino

Si era alzato presto quel mattino, come solito, nella gelida e nebbiosa Berlino di quel 9 novembre 2001. Non era un giorno qualunque, perché mentre gli altri festeggiavano la ricorrenza della caduta del muro con la riunificazione berlinese, lui compiva 12 anni. Proprio così, mentre valanghe d’uomini e di donne si dilettavano a picconare il muro della vergogna, sua madre subiva il secondo taglio cesareo per far nascere lui, Gabriel, primo maschio, inaspettato dopo due sorelle.

Quel giorno memorabile Gabriel lo ha vissuto attraverso i racconti dei genitori e delle sorelle, le immagini televisive liberate dalla censura, a scuola.

Il padre operaio purtroppo con l’avvento della democrazia e delle leggi di mercato, da un paio d’anni svolgeva faticosi lavori da muratore dopo che la sua fabbrica, passata attraverso l’incorporazione di una multinazionale, aveva chiuso i battenti.

La madre insegnante di tedesco alle elementari contribuiva al sostentamento decoroso della famiglia. La sorella Alice studiava mentre la sorella più grande Karin non c’era più.

Era brava Karin, studentessa modello aveva messo a frutto i sacrifici dei genitori e aveva conquistato un posto da interprete presso una finanziaria internazionale. L’11 settembre era a New York da cinque giorni; ancora oggi Gabriel sperava che la sua sorellina prediletta fosse fuggita dal grigiore di Berlino nascondendosi in qualche parte d’America. Anche i genitori straziati dal dolore glielo facevano credere volentieri.

La madre cercava pazientemente di spiegare a lui e alla sorella la malvagità d’alcuni uomini nel corso della storia e si era soffermata spesso a parlare dei tanti fatti avvenuti, e conosciuti, da quando la cortina del muro si era aperta e loro berlinesi dell’est, così uguali e grigi, avevano conosciuto del mondo.

Gabriel da qualche giorno si era chiuso in un mutismo preoccupante e aveva fatto una scorpacciata di letture su Berlino, prima e dopo, sull’occidente progredito, sulle tante opportunità per i ragazzi finalmente liberi da anni di dittatura.

Quel mattino non si avvio verso la scuola ma si diresse deciso, con una carriola piena di materiale del padre accuratamente preparato il giorno prima, verso quel pezzo di muro ancora intatto.

Si chinò, e iniziò ad impilare i pochi mattoni che aveva; non fece in tempo ad aprire quel sacchetto "calce presa rapida" che con gentilezza due agenti di polizia gli si avvicinarono chedendogli cosa stesse combinando: "Sto ricostruendo il muro della pace!". Voleva mettere al sicuro ciò che restava della sua famiglia.

Buon compleanno, povero e ingenuo Gabriel.

9 novembre 2001 CEVE