La mia storia di Gino Ovale

Prefazione 

Gino Ovale è un amico che conosco, per noi tragicamente, da oltre quarant'anni. Le nostre vite sono state parallele, io forse un po' più fortunato lui forse un po' più felice. Gino è un poeta della vita. Sogna troppo e inciampa camminando. Gino è il cuore, ma soprattutto è la mia infanzia, le mie amicizie, i primi stupidi amori. Gino ha sempre avuto un  sogno che manifestava anche prima del colpo decisivo a goriziana, una lira a punto. Da "grande" scriverò un libro e parlerò anche di voi. Noi tutti, io Paolo Pietro Silio Giuseppe, Angelo, Mario avevamo la matematica certezza che non avrebbe scritto neppure sui muri di notte, ma lo lasciavamo raccontare: "quella notte prima della trasferta di Montefredente, soli in mezzo a via D'Azeglio padroni di niente, e i tigli della piazzetta dei burattini che hanno esattamente la nostra età... " come volava e noi facevamo filotto. Cosa gl'importava, sapeva che gli volevamo bene, che gli vogliamo bene. E' per questo che, nonostante le dispettose e gelose presenze che animano questo sito relegate in un angolo, il regalo è arrivato. Scriverà tutta o in parte la sua storia, che è la nostra storia. Ha pianto quando l'ha saputo; piange spesso Gino indifferentemente di gioia o di dolore, a volte non si capisce ed è la sua disarmante forza. Non è servito spiegargli che questo è un modesto sito artigianale, ha toccato il cielo con un dito. Saprà farsi amare, perché l'acqua pura dei nostri anni sgorga ancora grazie a lui.

1 ottobre 2002 Maurizio Cevenini

Dedica

Grazie Maurizio, grazie a chi leggerà questi miei appunti su una vita bella, piena di amici persi. La mia generazione è stata fortunata; nati a guerra finita abbiamo assaporato la pace negli anni più belli. Poveri in canna, nessuno di noi, gruppo di San Procolo ha fatto carriera, L'unico è stato Maurizio che però, almeno per me, è rimasto lo stesso caro, generoso amico. Un giorno sarà sindaco di Bologna, parola di Gino. Questo libro (mi piace chiamarlo così) è dedicato a lui e ai nostri padri che tanto ci hanno insegnato. Non cercate una trama, un filo di continuità, non ci sarà. Sarà un misto di cose vere e fantasia, tratte da angoli di memoria, e prego coloro che verranno citati di non querelarmi, non ho una lira. Anzi un euro.

1 ottobre 2002 Gino Ovale

 

La mia storia

Via Paglietta 17

La domenica di settembre era la più bella in assoluto. Curiosamente quell'anno, era il '63, il Campionato iniziò il 15 settembre come quest'anno. Andavamo allo stadio con il babbo del Ceve, grande appassionato di calcio. Partivamo presto, prima il rito delle tagliatelle in brodo e il lesso rigorosamente ognuno in casa sua. Io e il Ceve abitavamo in Via Paglietta, la via più nobile nel quadrilatero Miramonte, Mirasole, Tovaglie dove sapemmo, molti anni dopo, che continuavano a esserci i casini o qualcosa di simile. Andavamo fino allo stadio a piedi, risparmiando anche i soldi del tram ( o c'era già l'autobus?); Comunale, Dall'Ara era ancora il nome del presidente, curva Andrea Costa leggermente spostati verso i distinti. Io non ho mai visto entrare la palla dalla parte di San Luca, ma era bello tutto, anche stare in piedi dalla prima azione buona del Bologna alla fine. C'era il mio idolo Pascutti, la sua vita è un po' come la mia. Di risultati non ne ricordo molti, ma fu l'anno dello scudetto. Il rientro era piacevole ci si fermava davanti alle vetrine riempiendoci la testa di progetti e di sogni di esaudire. Ceve, il più elegante a giocare a pallone, avrebbe fatto il libero del Bologna, io più studioso di lui, il grande scrittore e avrei scritto la sua biografia. Ridiamo pensando che al Comunale lui è riuscito a giocarci con la maglia del Bologna, che lo faccia in una squadra finta è relativo, come questo libro. In via Paglietta eravamo in affitto sia io che Ceve, casa popolare, ma al piano terra dai Cuppi, viveva Maria, il nostro amore. Bionda, coi boccoli. La differenza tra noi era di classe sociale. Abitavano nella stessa casa cadente ma loro erano proprietari, noi appesi a un filo. Mio padre solfanaio, il padre del Ceve barbiere, il padre di Maria era commerciante di stoffe e viaggiava molto. Lei stava spesso con la nonna e a scuola non veniva con noi. Quindi ci appostavamo solo  per vederla uscire dal portone, così imbranati da aspettare che sorridesse lei, prima di salutarla. Ma la domenica sera si andava tutti in casa sua, cioè dal padre a vedere la partita in televisione, un tempo  della più importante. E mentre i Cevenini, padre e figlio, parlavano con il venditore di stoffe, io m'innamoravo di Maria. Ogni domenica di più, solo guardandola. Piaceva anche a Ceve ma lui sapeva che il padre puntava in alto per quella figlia unica. Io l'ho sempre amata senza quasi parlarle, il mio amore per il calcio è legato a lei. Eravamo dei bambini ed ora un segreto tenuto nascosto anche a Ceve: riuscii a baciarla una sola volta una dozzina di anni dopo, forse sempre in silenzio. Lei era all'università, io già perito lavoravo in un negozio di gomma,sono certo non ci parlammo neppure quella volta. Dietro a un campo sportivo di sera, mi pare fosse lontano da Bologna, ma allora Bologna erano solo le mura. Ricordo solo il particolare del labbro inferiore morbido che incontrai accidentalmente baciandola su una guancia; a me non piaceva particolarmente baciare, forse perché non ero capace ma quella volta fu speciale. Non avremmo dovuto farlo disse lei e io ripetei la stessa frase idiota. Non pensavo che non sarebbe più successo. Ora credo si sia sposata qualche amico sa tutto, ma io non voglio sapere. Via Paglietta 17, di cui parleremo ancora, esiste anche adesso ma è stata ristrutturata e assomiglia poco alla nostra. Hanno fatto il riscaldamento e dopo che restò mezzo fulminato Pozzi, anche l'impianto elettrico. Ogni tanto la sogno vestita da sposa ma ha la faccia da bambina quando facemmo la prima comunione. Era bella ricordo, prima di svenire io unico coglione, perchè ai miei tempi, ai nostri tempi, non si poteva mangiare prima della comunione. Noi, poveri sì  ma eravamo abituati tutte le mattine a pane burro e marmellata, dopo venne anche la nutella. 

Al San Luigi  

Ancora adesso sorrido sentendo parlare del San Luigi la scuola degli sborroni di Bologna. Era già così in quegli anni. Adesso che posso dirlo, più ci penso e più li ricordo tutti stronzi, studenti e genitori. Anche noi andavamo al San Luigi, aveva lo stesso nome lo stesso palazzo ma noi eravamo nella scuola elementare dei poveri. I frati in un atto di generosità avevano concesso una piccola ala del loro istituto a due sezione di elementare comunale. C'eravamo tutti noi, anche Maria che aveva il vestito più bianco di tutti e il nastro più rosso. Il maestro Natali era l'immagine della solitudine e della disperazione e credo che quella lezione di vita mi abbia segnato e seguito per tutta la vita. Pochi nomi ricordo in quella classe Ricci, Perovich, Nadini, oggi papero noto bullo bolognese, Lupo, Michelini, Turra, l'altro famoso con Ceve è uno dei gemelli Ruggeri, Ferrari, Sarti. Mi sembra di ricordare che da noi non funzionasse mai il riscaldamento forse per quello Natali portava quei guanti di lana fino a maggio. Aveva l'abitudine di massaggiare forte la testa a chi sbagliava, a vedere se fai contatto diceva, nell'unica battuta che faceva in un anno. La scuola iniziava a ottobre allora, forse è per questo che abbiamo un brutto ricordo di quel mese. L'unico ricordo nitido è di una stanza in fondo al corridoio che collegava la parte nostra con il livello nobile. Facevamo spedizioni ogni tanto ma ci beccavano subito, troppo diversi dai fighetti. 

  Dalla finestra del corridoio si vedeva la grande finestra di quella stanza, quadri strani alle pareti, due piante curate, mobili scuri, qualche trofeo della squadra dei fighetti. Ci beccavano  e ci portavano nella stanza a subire la ramanzina di un uomo severo, ma non antipatico, il preside o il vice. Era elegante ma non sembrava essere fatto con lo stampino "San Luigi". Il discorso era più o meno sempre lo stesso: "Anch'io ho frequentato una scuola come la vostra, non avevo mezzi ma con la volontà... non chinate mai la testa ma rispettate le regole..." Regolarmente s'interrompeva quando giungeva la professoressa di storia il nostro idolo, ma i maligni dicevano anche il suo. Della prof il ricordo più nitido era il profumo che la seguiva, ogni tanto mi pare di sentirlo, anche l'altra sera a teatro. L'ultimo anno la tenda della stanza fu costantemente tirata, non vedemmo più i due professori. Ci dissero che furono trasferiti entrambi, Natali lo trovarono morto, l'estate della nostra licenza elementare,  solo nel suo appartamento, sopra il bar Dondi. Avrei preferito farmi massaggiare ancora sulla testa.

San Procolo

Quel giro di oggi è stato utile, i ragazzi mi hanno fatto un favore ad accompagnarmi. Sono belli assieme. Scavare nella memoria è sempre difficile e passare sui luoghi aiuta moltissimo. La piazzetta dei burattini, le bancarelle della frutta, guasta quel fioraio, ma non poteva rimanere l'uomo del ghiaccio. Su di lui voglio ricordarmi di fare un capitolo a parte. Era freddo come le lastre che consegnava in quei sacchetti gocciolanti, ma cambiò... devo ricordarmi di parlarne; più avanti però. Poi via Paglietta e il retro delle scuole Berti, ho visto ragazzi, ho rivisto noie sue prediche. Si capiva bene quello che diceva: parlava di fame e di guerre e descriveva la realtà. Facevano a gara le ragazze a chiedergli un ora di lezione privata, di noi in privato riusciva a parlargli solo Ceve, lui non lo ammette ma c'è molto di Mario nel suo modo di parlare in pubblico. Fu proprio in una sera d'ottobre che sparì dopo aver confessato un gruppo di ragazzi. Noi stavamo spillando a Don Angelo le solite lire a poker, quando lo vedemmo passare di corsa. Il giorno dopo volle parlare solo con Ceve, pochi minuti fuori dalla chiesa. Ancora oggi sappiamo poco di ciò che avvenne, anche Ceve schiva l'argomento. Si disse che fu visto con una ragazza, altri che d'improvviso il diavolo gli tolse la vocazione. L'unica certezza è che Mario abbandonò la chiesa e la scuola. Oggi lavora in fabbrica, forse è già in pensione, è sposato ha tre figli. San Procolo non subì grossi traumi dalla sua partenza, noi sì.

Ottobre a Barbiano

E' curioso, ma quella strada la ricordo ancora bene. Passavamo in bicicletta per curiosare perché c' era sempre qualcosa di strano. Il traffico non esisteva, praticamente è così anche oggi, ma i colori erano più vivi più intensi, Poi i profumi di quell'ottobre, di quell'autunno. Quel giorno, attorno alle sei, facemmo la solita strada un po' meno ripida, ma sempre impegnativa. Riempivamo le borracce di Coca Cola, avevamo quella testa lì, e arrivavamo paonazzi. Le cose strane erano sempre legate ai rumori che provenivamo da vecchi cancelli immersi nel verde. Presenze intuite ma mai viste. Si affollavano i racconti dei contadini, allora ancora tantissimi nella nostra collina; non si parlava di fantasmi, c'era troppa miseria per permetterselo, ma piuttosto di persone nascoste. Forse ex fascisti o delinquenti comuni che occupavano quelle enormi case all'insaputa di tutti. Certamente una leggenda, ma per noi occasione di avventura. E quel sabato decidemmo d'imboccare quella strada stretta, volevamo raccontare in parrocchia il giorno dopo qualcosa da "grandi". Il sole stava calando, la giornata umida ma non freddissima dava il senso della pulizia dell'aria. Noi dopati di Coca Cola facevamo una caciara infernale, incoscientemente di fronte alla possibilità d'imbatterci in qualche malvivente. La strada era asfaltata ai lati un po' di ghiaia. Mentre ci avvicinavamo apparvero nitide le sagome di due piccole macchine ferme sulla ghiaia. In strada, quasi ad impedire il passaggio, un uomo e una donna stretti in un abbraccio. Il volto di lei rivolto al sole, lui con gli occhi chiusi. Ci guardammo continuando a parlare, non potevamo tornare indietro, micca eravamo codardi. Passammo loro di fianco, quasi sfiorandoli ma in quel momento in silenzio. Loro non si mossero, non parlarono nè con noi nè tra loro. Proseguimmo la strada in silenzio fino al campo delle pecore, perché a quel tempo c'era un folto gregge nella nostra collina. Lasciammo cadere le biciclette, non avevamo voglia di parlare. Li avevamo riconosciuti, ma sapevamo che non li avremmo mai traditi. Erano troppo belli assieme, chissà quante grane avevano per proprio conto da aggiungere anche i nostri stupidi pettegolezzi. Stavamo crescendo cominciavamo a comprendere la parola amore. Parlo degli altri, io avevo Maria.  

Tuoni e fulmini

La domenica sera, quando non eravamo dai Cuppi, restavamo in casa da Ceve, nella stanza bassa. Solo io e lui per fare il punto della situazione che voleva dire sognare il futuro molto diverso dal presente. Ceve viveva in un appartamento strano, ne ridevamo spesso. Sul pianerottolo di casa tre porte, in quella di mezzo vivevano i Lazzari. Le altre due porte erano entrambe di Ceve. Da un parte una enorme cucina con un bagno, nell'altra due camere da letto, una dentro l'altra. Era un po' scomodo, ma in quegli anni era abbastanza naturale. Per noi il problema non esisteva attraversavamo la stanza dei suoi genitori e ci piazzavano nella seconda stanza che restava in basso rispetto all'altra. Non era solo la camera di Ceve, ma il posto di lavoro della madre sarta, il deposito, compreso il motorino mosquito. Io restavo lì a dormire quando c'erano i tuoni, per parlare fino a tardi perchè avevo paura. Ceve no, voleva tenere aperta la finestra gli piaceva l'odore del temporale. Parlavamo delle nostre ragazze, Maria e Luisa, entrambe dolci e bellissime. Naturalmente loro non ne sapevano nulla, ma era relativo. Il piatto forte però era il futuro. A diciotto anni lui avrebbe esordito in serie A nel Bologna io avrei scritto il mio primo libro di successo. Quanto parlavamo; a dire il vero io parlavo molto Ceve poco, già attento a non lasciarsi troppo andare. Adesso ricordo un particolare ci piaceva tenere una candela accesa che aiutava a sognare. Domani Natali sarà una bestia non abbiamo studiato oggi, con il Bologna in trasferta avremmo potuto farlo. E giù a ridere pensando che con tutta l'acqua che era venuta occorreva mettere un doppio cartone per il buco nella mia scarpa.

 La gita a Roma

Fu la prima vera gita della mia vita, della nostra vita. Tutto il rione era in festa, i ragazzi partono tutti assieme. Saltare un giorno di scuola era già bello vedere la capitale ci esaltava. La preparazione fu lunga anche perché non era come oggi che esistono borsoni zaini di ogni dimensione, allora ti dovevi arrangiare con qualche sportina. I meno furbi prepararono la valigia e in ogni famiglia di valigie ce n'era una sola, quindi di dimensioni assurde. La mamma di Ceve era incinta, non stava bene, e quindi mia madre organizzò anche a lui la sportina; poche cose, una maglietta in più e poco altro. Ma sto parlando del primo viaggio dimenticando di dire che durò poco più di 24 ore. L'occasione era la bazza di vedere il Papa buono e la nostra parrocchia organizzò il viaggio in treno, tutto spesato anche il dormire. I miei storici, in questo caso Pietro, mi dicono che partimmo un giovedì, che fosse ottobre ne sono certo. Raduno alla stazione, arrivammo con circa un'ora d'anticipo ci accompagnavamo Don Marchi e Don Angelo ( lo ritrovammo, forse l'ho scritto in qualche capitolo precedente, anni dopo all'Itis). Pensare a come eravamo ridotti: peteta aveva addirittura un cappottino addosso, "potrebbe far freddo disse uno dei suoi zii", poi borracce, anfibi, cappelli, un'accozzaglia tremenda. Tutti urlavano; Maria venne in stazione a salutarci la mamma non le aveva dato il permesso, neppure due preti davano garanzia. Fu molto carina e gentile, la voglio ricordare che parlava solo con me. Non era vero eravamo in tanti compresi quei due del San Luigi/parte fighetti Gianluca e Paolino. Il viaggio fu un po' triste come tanti altri viaggi della mia vita, ho cominciato presto ad odiarli, pensavo a lei, ma scherzavo con gli altri. Sei o sette ragazze avevano avuto il permesso, ma erano accompagnate da zie e sorelle maggiori. Arrivammo a Roma dopo un viaggio lunghissimo. Diluviava e c'era vento. Aveva ragione peteta invidiato da tutti. Naturalmente lui aveva anche un impermeabilino di tela cerata... è così anche adesso. Le nostre sportine finirono in testa, la roba sottobraccio. Un pulman ci attendeva per portarci nel lussuoso albergo prenotato: un convento di suore umido freddo e buio, ma che spettacolo eravamo grandi. Del cibo ricordo il baccalà, anche quando accompagnai Ceve dalle suore scalabriniane di Piacenza, quando lui era già importante, ci offrirono il baccalà. Seppi quel giorno che le suore mangiano solo baccalà, ogni giorno. Quella notte non dormimmo, eravamo quattro per cella (stanza?) ed eravamo felici. Ero con Ceve, Gilberto e Mario. Come al solito sognavamo un grande futuro. "Quando torneremo a Roma dormiremo in quell'albergo con grande vetrata che abbiamo visto passando, io ci verrò con Maria" Era Ceve che interrompeva bruscamente il discorso, ora si dorme domani ci aspetta il Papa. Chiudevo gli occhi e restavo sveglio a pensare al mio amore. Quella grande vetrata, io e lei ballavamo, io elegante con il vestito scuro che avevo visto nella vetrina di Merli, lei con quella camicia bianca e qualcosa di rosa attorno al collo. "Sveglia è mattina". Continuava a piovere su Roma. La vedemmo soprattutto dal pulman era bellissima; quante altre volte saremmo venuti, soprattutto per le manifestazioni, ma quella prima volta si aprì immensa Piazza San Pietro. Qui i ricordi si fanno più sfumati. Comprammo i regali per i genitori, roba da due lire, io spesi tutto in una specie di distintivo con una piccola croce rossa all'interno. Dissi a tutti che era per mia zia, sapevo a chi l'avrei data. Al ritorno fummo tutti molto più tristi. Domani ci attendeva Natali a scuola. Così avvenne con il tema: un viaggio a Roma. Già un viaggio senza te.

Rino e Sandra

Non comprenderete mai l'ordine degli avvenimenti che riporto in queste pagine. Si saltano anni, in avanti e indietro, ma ogni episodio, almeno fino ad ora, si colloca nel mese in cui scrivo. Lo spunto viene da una osservazione di un particolare, da un sogno, a volte da una lite o una telefonata. La nostra vita in parrocchia non si limitava ai nostri giochi, alla festa. C'erano anche i funerali. Allora c'era ancora il rito della processione da casa del defunto alla chiesa. C'era un bel pezzo di quartiere, ma si riconoscevano coloro che venivano da fuori. Noi capivamo poco di quell'evento, avevamo tutti i nostri cari. Rino no, era un uomo maturo. Legato alla Chiesa, un duro. Era lui che ci istruiva, spiegava. I suoi genitori erano morti giovani e lui pareva seguisse con particolare trasporto le cerimonie funebri. Non sapevamo che lavoro facesse, certamente aveva grande elasticità d'orario perché arrivava ad orari impensati. Anche Sandra era più grande di noi, faceva l'università e a tempo perso organizzava le ragazze per le feste della Parrocchia. Rino e Sandra parlavano molto nel cortile interno e, a volte, quando il nostro pallone, mezzo quasi esclusivo di comunicazione, li colpiva s'infastidivano e ciò li rendeva antipatici. Ci stupimmo non poco, quando sapemmo del loro matrimonio, un matrimonio d'ottobre. Mese triste secondo noi per un matrimonio. Non potevano aspettare primavera? Eravamo la generazione della cicogna e del cavolo. Scoprimmo la morte, il suo significato, quando non frequentavamo più la parrocchia. Ma quel giorno eravamo tutti in chiesa, io e Mario servimmo messa, Ceve lesse le scritture. Salutammo Rino per l'ultima volta, avremmo voluto sentire ancora una volta che voleva forarci il pallone. C'era tutto il quartiere. Alla fine passammo tutti a baciare Sandra, con i suoi capelli raccolti e gli occhi senza espressione; qualcuno accarezzò il suo bambino.

La funivia di San Luca Una fotografia illustra la funivia e la basilica della B.V. di San Luca

La funivia di San Luca la prendemmo poche volte, ma ci piaceva sapere che c'era. Tante volte ho rimproverato a Ceve, come se fosse colpa sua, la scelta del comune di interromperne l'attività nel '76. Ma da piccoli ci fermavamo a guardarla salire piano piano. Non ricordo perché mi sia rimasta tanto impressa, ma la notte la sogno spesso, esattamente nella posizione della foto. 

A te che vorrei vedere apparire

Vi è mai capitato di guardare un punto familiare della vostra città, fissarlo intensamente nella speranza di veder comparire una persona cara. Io lo faccio sempre più spesso. Fissate le immagini e pensate vi auguro di provare le stesse sensazioni. Sono immagini di ieri e di oggi, sempre uguali, immobili, vuote. 

Quando chiude Mario

Quanti gelati abbiamo mangiato nella piazzetta. Il chiosco dei gelati di porta San Mamolo era uno dei nostri ritrovi fissi. Panierina da 50 lire, due gusti al massimo. Panna e cioccolato tiravano moltissimo, Maria amava la nocciola. Il passaggio dall'amata estate dell'ozio, all'inverno veniva segnato dalla chiusura di Mario, in ottobre. Non era come adesso che i gelati con 50 gusti diversi li mangi anche a Natale. A ottobre era l'addio, molte foglie a terra, qualche marone che rotolava e quel pallido sole.

Villa Ghigi

Ci siamo chiesti tante volte se i colori d'autunno sono tanto diversi da allora. Io credo di sì anche se, in questi giorni di grandi riflessioni , sto vivendo un ottobre incredibile e apprezzo perfino il presente. Chiariamo, io non sono pragmatico come Ceve e gli altri, quindi quando uso aggettivi roboanti, mi riferisco solo e sempre ai miei sogni che non hanno alcun riferimento alla realtà. Ho camminato tanto in questi giorni, senza riuscire a scrivere, ho visitato Villa Ghigi. Qualche speculazione edilizia ma non è cambiata molto, in particolare il viale d'accesso. Sono salito veloce verso la grande casa meta delle nostre incursioni giovanili. Era bellissima allora con un'acustica favolosa per quel mangiadischi... Battisti, Equipè, Dik Dik. Tre dischi in tutto. Da lassù parlavamo della casa dei compagni, prendendoli un po' in giro. Sapemmo molti anni dopo che stavano costruendo la casa del Popolo nel tempo libero di tante persone. Ci aiutò a diventare comunisti quella casa che ci accolse al doposcuola. E quel giorno quel giornalista sui quarant'anni che c'inchiodò sul cancello facendoci la morale: "voi avete tutto per la nostra lotta partigiana", la risposta più stupida fu la mia: "ma io ho i buchi nelle suole delle scarpe...". Mi accarezzò sulla testa e continuò il suo racconto avventuroso in Russia, Cecoslovacchia, ci fece far tardi quel giorno. E sotto, anche quando faceva buio, continuavano a lavorare. Sto tornando indietro con la memoria e anche per la strada. Era Ciro, ora nel bar c'è il Ciccio. Oggi c'era Ceve nel tavolo d'angolo avrei voluto entrare parlarci, ricordare, non era solo... Vi ho visti uscire e ancora una volta sono tremendamente solo. Questa sera sarò solo e anche tu non puoi capire quei giorni, questi giorni. Basta annerire tutto e queste stupide pagine scompariranno con me...

Una lacrima

Ci si può lasciare andare un momento. Sono sempre stato così, anche da bambino ero l'unico che piangeva. Piangevo per nulla come per questa stupida foto che trovammo a terra e che ci litigammo. Ricordo che ci mettemmo in testa che dopo trenta quaranta anni avrebbe avuto un valore enorme. Me la lasciaste solo per compassione e ogni volta che la riguardo mi ricordo di voi con un po' di odio. Avreste dovuto capirmi ragazzi, avreste dovuto apprezzare il mio saper piangere. Ho pianto anche per voi in tanti momenti: delle vostre gioie e delle vostre sofferenze. Sempre insieme, come quando giocavamo a calcio, ricordate? Saper piangere è bello, ti rende vivo e disponibile. Mi rivolgo a te, al mio amico più caro che mi ha dato questa opportunità unica. Forse è il momento che anche tu possa sfogarti per le grandi opportunità che ci siamo lasciati alle spalle. Non parlerò mai del grande segreto che solo a me hai confidato, ma lei deve entrare nella storia. Devo dormire di più, sveglia i ricordi.

Uno schiaffo

Va bene ho esagerato, preso dallo sconforto ho scritto quelle cose. Potrei cancellarle, ma non sarebbe più un racconto vero. La mia storia è fatta anche di questi momenti di sconforto. Torniamo a noi. Quella sera restammo fuori più del solito perché Don Angelo ci portò a teatro. Era la prima volta che uscivamo dal teatrino delle parrocchia per entrare nel grande teatro della città. Qui i ricordi si fanno confusi, Ceve dice che era l'Arena del Sole, per me era il Duse. Come sempre alla fine cedo e do ragione a lui, ma non sono convinto. Venimmo richiamati subito, perché non eravamo abituati al religioso silenzio dei teatri, non rispettavamo neppure quello delle chiese. Come sempre avveniva il più bravo era Ceve non tanto perché capisse più di noi la storia, ma a suo modo riusciva a controbattere anche alle certezze di Don Angelo. La storia era complicata non era un'opera lirica, ma i personaggi erano quelli di un'opera seppur letta in chiave moderna... per allora. Si parlava del ruolo delle donne, ricordo un'attrice bravissima, tanto brava da sembrare più bella di quello che era. Personalmente io ero più attratto dalla bellezza della sala e... della gente. Eravamo seduti a semicerchio inchiodati da una parte da Angelo e dall'altra dal sacrestano "lacrima". Neppure in bagno si poteva andare. Arrivammo molto presto e osservammo la gente che entrava in sala. Gli uomini tutti in giacca e cravatta, non come oggi che anche i più ricchi vanno sbracati a teatro, le donne eleganti e truccate. L'atmosfera ovattata c'intimoriva un po', il buio e una musica bellissima. Ricordo solo l'attrice brava, sembrava quasi sola sul palco. Nell'intervallo Angelo e Ceve parlottavano animatamente, io volevo andare in bagno ma dovevo fare alzare tutti; fortunatamente "lacrima" sblocco la fila. La liberazione, corsi verso i bagni così belli, c'era anche l'acqua calda. Uscendo, quasi mi scontrai contro un ragazzo e una ragazza grandi. Parlavano animatamente comunque sottovoce, molto belli entrambi. Si strattonarono. Lui aveva in mano qualcosa che la ragazza voleva riprendere, ma fu a lui che cadde un oggetto. Ebbe una reazione violenta, le dette una sberla la fece cadere. Io ero pietrificato, "lacrima" l'aiutò ad alzarsi ma il ragazzo bruscamente disse che non avevano bisogno di nulla. La ragazza, senza una lacrima, fece un segno di assenso e aggiunse con tono basso: "andatevene per favore". "Lacrima" era furioso e sibilò tra i denti "fascista". Mi prese sotto braccio, mi passo una di quelle orribili caramelle all'anice e mi disse più o meno questa frase: "Crescerai e col tempo capirai la differenza tra gli uomini, quel ragazzo lo conosco è innamorato di lei ed è gelosissimo, ma è un fascista come i suoi genitori che lo proteggono sempre. Questa è la differenza tra noi e loro, picchiano le donne e non solo...". Tra noi e loro? Cosa voleva dire "lacrima". Avevo solo capito che non avrei dovuto dire nulla a Don Angelo e me lo confermò Ceve quando gli raccontai l'episodio. Non sapemmo mai se "lacrima" fosse un sacrestano-comunista; se fosse stato così, quante sofferenze a sentire i preti che parlavano del pericolo rosso. Ceve è più moderato di me, ma io penso che tutti coloro che picchiano le donne siano fascisti e noi come "lacrima" siamo diversi. Uscimmo verso le 23 da teatro e Angelo arringava sullo spettacolo " madre, moglie, figlia; ogni donna è stata una bambina..." Non capivo, guardavo la gente uscire... passarono anche il ragazzo e la ragazza, scuri in volto, lei aveva occhi bellissimi senza una lacrima.

Il primo regalo

La nostra passione? Le figurine dei calciatori, il Corriere dei Piccoli e poco altro. Non ricordo nessuno di noi che riuscisse a completare un album Panini; allora non era facile, non come oggi che puoi ordinare le ultime figurine mancanti. Allora c'erano calciatori che, a nostro parere, non erano mai stati pubblicati. Vere e proprie bestie nere come Pizzaballa o Cinesinho che non si erano mai visti. Forse era una strategia aziendale per tenere costanti gli acquisti in edicola. Resta il fatto che, quando le tiravamo verso il muretto, per il gioco più intelligente del mondo a terra restava sei Negri, quattro Corso, 3 Maldini, ma Pizzaballa... Investivamo così i nostri pochi soldi. A dire il vero personalmente "diversificavo" già, per così dire perchè avevo un'ambizione grossa: un regalo speciale alla mia ragazza, Maria unica a non saperlo. Ci misi un po' di tempo, ma con l'aiuto degli amici e sacrificando burdigoni di liquirizia, gelati e altre piacevolezze del tempo, racimolai la cifra necessaria a comprare l'anello. Era bellissimo nella sua semplicità, assomigliava molto ad una fede nuziale ed era questo che mi inebriava. Non parliamo certo di oro anche perché ricordo che le vendevano su un banchetto davanti alla Chiesa dei Servi, assieme a santi e rosari. Fui molto contrastato dagli amici, un po' perché tutti amavamo Maria e poi perché costava troppo ed era inutile per la "regina sul pisello". Ma loro non sapevano. Non sapevano in particolare che io, usufruendo anche del grande incasso dell'ultimo capodanno, tradizione fruttuosa per  i bambini purtroppo persa da tempo, volli comprarne uno identico anche per me. Solo ora leggendo queste pagine lo saprà Ceve. Per la misura della sua mi venne incontro la mamma di Ceve che, con la scusa che un anello macchiava il dito, le prese la misura. Volevo regalarglielo per il giorno del suo compleanno, ma verso la fine d'ottobre, almeno tre o quattro mesi prima ero già in possesso dell'oggetto che nascosi, ovviamente nella stanza rossa di Ceve. Ho già detto che il pavimento era rosso sangue? Andava moltissimo quel cotto pennellato nelle case dei poveri. Quel pomeriggio non ricordo come avvenne ma riuscii a farla arrabbiare, credo dicendole in classe che sorrideva troppo, una cosa del genere. Lei si volto sprezzante, mi scusai e lei disse la frase che usava quando voleva liquidare qualcuno: non c'è problema non voglio litigare con te. Stetti male tutto il giorno e nel tardo pomeriggio decisi il gesto supremo. Suonai dai Cuppi, mi aprì lei mi scusai e con la grazia che continuo ad avere anche oggi, appoggiai sul tavolo la piccola custodia. Non voleva aprirla, lo feci io. Lo infilò nella mano destra e voglio ricordare che mi abbracciò. La cosa che ricordo nitidamente è che mi congedò in fretta. Stanno arrivando i miei, questo come lo spiego? Non ricordo se lo portò mai, ma ricordo che il giorno che la baciai mi disse che qualcuno le chiese se si era sposata. "Ho un fidanzato che mi riempie di regali..." Purtroppo non ero io, non fui mai io... Domani è novembre.

In certe serate

Novembre era per noi il primo ponte, meta agognata dopo un mese di "duro" lavoro scolastico. Dall'uno al quattro; anche il giorno della vittoria, allora si chiamava così, era festa. Il mio ricordo più nitido è, però,  legato al giorno più triste. Il giorno dedicato ai defunti era per me un appuntamento fisso per staccarmi dal gruppo. Con tanti parenti, ancora freschi di storia partigiana, si passavano ore alla Certosa.

Quanta gente ho conosciuto attraverso quelle lapidi, storie leggibili ancora oggi perché la volontà di distruzione dei vivi lascia tracce permanenti. Vi siete mai soffermati a leggere quei messaggi d'amore eterno su  marmi freddi immobili. Che fine hanno fatto quelle donne, quegli uomini che hanno vissuto anni, forse tanti, nel ricordo. Io pensavo a loro, ad essere sincero adesso penso a loro. E' diventata una ossessione passare ore nel grande cimitero; mi piace andarci d'estate, quando è molto caldo e non c'è tanta gente; posso leggere o rileggere le mie storie senza l'imbarazzo d'incontrare i protagonisti, evitando i loro sguardi interrogativi.

Ecco se Ceve diventerà sindaco gli chiederò di fare qualche cosa per migliorare la parte monumentale, anche se lui quest'anno è andato a Udine per il suo Bologna mentre io ero là... Avevo freddo, mi è capitato altre volte vedendo ricorrere la mia data di nascita su volti giovani. Perché non mettete la foto dell'ultimo anno di vita, perché cercare la bellezza anche nel momento finale. Ma finisce così davvero? Per sempre. Caro Tommaso ora che sei Vescovo sapresti convincerci come allora, in quella cappella, che c'è un dopo meraviglioso dove poter riabbracciare i nostri cari...

solo lei. Avevo freddo quest'anno. Mi fa male, molto male mentre scrivo questo estraneo che ho in testa. Quanti di questi morti prematuramente avrebbero potuto decidere per un intervento, per un altro percorso, per un altro giorno. Ci torno volentieri in quel luogo silenzioso e rispettato, stringendo le foto di lei che vorrò con me quel giorno... quel giorno che questa sera, con la testa che picchia, sento vicino.

Il lampione di Zito

La mura di Porta Castiglione divideva in modo netto la zona di lor signori, dal nostro malfamato rione. Raramente ci avventuravamo sopra la scalinata di via Miramonte, lo sconfinamento si limitava alla fontana dove scorreva l'acqua più fredda di Bologna. Da lì guardavamo ciò che restava del lampione di Zito. Era un vecchio lampione a gas in ferro battuto posto all'angolo dell'ultimo palazzo della mura e serviva ad illuminare la parte più buia e pericolosa della rampa. I ragazzi più grandi ci raccontavano che Zito, storico bottegaio amante della lettura, era il proprietario di fatto del lampione perché ne sfruttava la luce usufruendo dell'invidiabile posizione della sua camera da letto. I ragazzi facevano spesso giustizia del privilegio bersagliando il lampione con colpi precisi. Zito si affacciava e inveiva brutalmente, poi accendeva la candela che restava accesa fino all'alba. Amava moltissimo le candele, le vendeva nel suo negozio e penso fosse uno dei pochi ad averle profumate e colorate. Era un tipo strano, come tanti che vivevano intensamente le nostre strade; la moglie Anna lo aiutava in negozio e nel tempo libero si dedicava ad una bella ragazzina, Lisa, dai boccoli ricci che i genitori, molto impegnati nel lavoro, lasciavano in mani fidate. Soffrivano per non aver avuto un figlio loro, ma Lisa riempiva le loro giornate. Dalla nostra fontana, osservatorio privilegiato e pettegolo, osservavamo negli orari di chiusura del negozio, che dimenticavo di dire vendeva di tutto, uno strano via vai di uomini, donne di ogni età che salivano da Zito. Fu "lacrima" il sacrestano a dirci un giorno che era un guaritore, aveva misteriosi poteri. Pozzi lo chiamava lo stregone, altri ridevano. Lui non si curava molto dei giudizi perché sapeva di era rispettato da tutti. Si disse che perfino un importante politico si rivolse a lui dopo aver consultato eminenti professori. Toccò anche a me quel giorno di novembre... Lisa era davanti a me, ascoltava attenta il racconto di quello strano male che mi accompagnava da un anno. Mi fido di lui come di mio padre fatti vedere, legge libri sotto il lampione e prega, male non ti può fare. La nonna di Ceve aveva già provato a "segnarmi", mentre il dottore mi diceva di mangiare di più. Salii quelle scale per mano a Lisa ricordo ancora le sue parole, dolce e incantevole ragazza, "se guarirai mi sposerai nella chiesa di San Francesco". Il fatto straordinario è che non ricordo ciò che avvenne con Zito in quella casa piena di piante e di quadri, di candele e di calore... Sono guarito, non so... Ritorno spesso sotto la casa di Zito, c'è la fontana manca il lampione. Zito non è morto in quella casa, si trasferì fuori Bologna dove continuò ad esercitare quella sua strana arte. Questa sera sono entrato nell'androne della casa di Zito, di Anna, di Lisa un pianoforte suonava una melodia dolce. Quando sono uscito era più freddo. La finestra di quella che fu la sua camera era spenta. Ragazzi dove siete, stasera non vorrei tornare a casa solo come sempre.

Le ragazze del Minghetti 

E' un salto molto lungo quello che faccio. Eravamo più grandi quel sabato sera di novembre, il nostro primo sabato soli senza orario. Una giornata lunga, la scuola al mattino interminabile. Io ero già all'Itis con Ceve, Paolo all'Aldini, Pietro dietro il banco del Bar, Mario forse dormiva. Pomeriggio di grande calcio per il San Procolo, alle 15 la sfida con i ragazzi del Bologna, quello vero con i Colomba, Mastalli che anni dopo giocheranno in serie A. Appuntamento al Velodromo, la maggioranza di noi senza mangiare, a parte Mario che arrivò, come al solito senza maglia, mangiando pane salame. Avevamo l'arma segreta Sergio, non posso fare il cognome perché oggi è direttore generale di un grande ospedale, compagno di classe di Paolo all'Aldini, vero fenomeno. Il Bologna, che maglie belle avevano, portò un gagliardetto della prima squadra, Ceve il nostro capitano consegnò il nostro di pezza grezza fatto da sua madre e il solito libro sulla storia del Santo. Che vergogna; quel giorno per l'occasione vennero in tanti a vederci anche quel gruppo del Minghetti, le ragazze carine che alla sera avremmo dovuto avere a cena con noi, con i loro compagni fighetti tutti alti, belli. Giocavano a basket loro... quello sport da americani. La partita come previsto fu un disastro. La squadra la faceva Ceve, ma per quella volta il burbero Rino, accettò di fingersi il nostro allenatore, perché faceva scena. Perdemmo 6-1, l'unico gol lo fece Ceve e capimmo che fu per compassione. Le ragazze se ne erano andate all'inizio del secondo tempo, perchè la partita più importante della nostra vita si giocò sotto il diluvio universale. Ma che importa, per una volta avevamo spogliatoi riscaldati e ci dettero il the, biscotti e cioccolato e poi la sera... Ecco qui occorre fare una piccola parentesi: Ceve, già dal secondo anno delle superiori aveva cominciato con la politica, io ero costretto a seguirlo dappertutto, ma le visite al Minghetti erano le più gradevoli. Quante ragazze carine, all'Itis ce n'erano tre in tutto, una era già in cinta di Cesare il gran capo della Fgci. Fu in mezzo a quelle riunioni, noi così diversi dai fighetti di destra, che riuscimmo ad inserirci in una specie di cena di compleanno. Non eravamo mai usciti di sera con un gruppo di ragazze... come vestirci, cosa mangiare. Partirono le convocazioni per quattro di noi, io Ceve gli altri due, certamente calciatori del pomeriggio, non ricordo chi fossero. Prendemmo il regalo per la festeggiata, ricordo solo che non fece un grande effetto. Appuntamento addirittura dopo le otto, a Bologna era quasi orario da coprifuoco in quegli anni, il locale lo scelsero loro dietro le due Torri, oggi non c'è più. Il resto dei nostri ci aspettava al Bar Dondi giocando a biliardo per sapere come sarebbe andata. Le ragazze arrivarono in quattro, forse cinque, le più belle di Bologna almeno per noi. In particolare una biondina capelli ricci, occhiali sulla testa, vestita di nero, è il ricordo che abbiamo più vivo. Ceve poi... Fu una bella serata, troppo breve riuscimmo ad essere simpatici, a fare "squadra" era la magia di un sabato speciale. Lo dico sempre al Ceve, mangiammo troppo in fretta, dividemmo la spesa, cosa sbagliammo... resta il fatto che fu la biondina, la più bella di tutte, a dire "è stata una bella serata, ora dobbiamo raggiungere i nostri ragazzi..." Non ricordo chi fu il coglione a rispondere pronto: "non c'è problema noi andiamo" Un bacio sulla guancia e via. Loro davanti al locale ad aspettare quelli alti, noi veloci e silenziosi verso il primo angolo per il calcio del barattolo che c'era sempre a terra quando non volevamo parlare. Ho un ricordo bellissimo di quella sera, di quel gruppo in quel grande tavolo dove bevvi il mio primo bicchiere di vino rosso. Ah dimenticavo, da Dondi non ci passammo, andammo a dormire con il tacito impegno al silenzio. Quella notte dormii poco e non so perchè ricordo due grandi anelle...

La prima volta...

Averti risentito dopo tanto tempo è stato bello, chissà quanti di noi staranno leggendosi; è la bizzarria di un libro anomalo dove tutti possono leggere, pagina dopo pagina, la propria storia. Ci ho pensato e hai ragione tu, anche la nostra storia d'amore deve entrare in questo spazio ormai così scomposto da essere illeggibile. Non mi hai aiutato, hai voluto che fossi io a scrivere solo ciò che ricordo... Era un pomeriggio di questo sono sicuro, avevamo appuntamento in centro; mi arrivò inaspettata la tua telefonata "sei più vicino a casa mia che al centro in questo momento...". Ero già venuto a casa tua, mi piaceva molto perché era sempre calda, immersa in una luce speciale anche di giorno. Mi aspettavi sulla porta con un maglione e pantaloni chiari, con quel sorriso che t'invidiava tutta la scuola, erano gli anni del trucco vistoso voi ragazze giocavate molto su quello. Tu no eri bellissima senza, ti scusasti. Parlammo tanto di te, di noi,  abbracciati; a te piaceva molto, mi facevi impazzire. Ciò che non capivo, e che non capisco neppure ora, cosa trovassi in me: "Amo sentirti parlare, la tua gentilezza, la tua voglia di stare con me appena possibile..." Così rispondevi e ti lasciavi accarezzare, sfiorando le mie labbra. Un tuffo al cuore quando dicesti "Io vado di là" ti seguii in quella camera in penombra dove vidi per la prima volta il tuo corpo come l'avevo sognato tante volte.  Ci dicemmo parole d'amore che io non ho mai più detto né sentito, neppure il tempo di sollevare le coperte. Qui il ricordo si perde nell'estasi di quei minuti, quelle ore? Scherzammo sull'ora che avevamo fatto, non mi posi il problema dei tuoi, se fossero arrivati? Quanto restammo uniti a fantasticare sulle notti che avremmo dovuto passare assieme. Ti dissi la cosa più bella e più vera: è stata la prima volta, c'erano state altre donne, per te c'era un altro uomo anche in quel momento. Ma sono sicuro, almeno per me, che non fu banalmente fare l'amore, era quello l'amore unico che ti fa tremare, ti rende felice. Ma eri tu, forse come oggi, ad avere la testa sulle spalle... "è tardi, tu hai da fare e anch'io, ci sentiamo dopo, forse domani..." Ciò che è successo nei mesi, negli anni successivi forse lo leggerai in queste pagine. Resterà sempre vicino al mio cuore quel tuo maglione "traverso" che sapeva cadere da una parte scoprendo una spalla bellissima, profumata. Continua a leggermi non ti ho dimenticato, non ti dimenticherò mai.

La cantina...

Entravano in tanti e noi non capivamo quella processione di uomini e donne senza età. Un club, un luogo privato, una cantina. Anche noi ci trovavamo in una cantina umida, senza riscaldamento dove Testoni suonava le canzoni di quegli anni. Era bravo con la chitarra. Ieri ho sentito la stessa musica in quel luogo magico solo perché c'eri tu, non mi sono avvicinato non potevo, lui avrebbe reagito male. La polvere è ancora quella di anni indimenticabili, la differenza sta lì, sto vivendo in un altro tempo, viaggiando nello spazio a distanza di vent'anni. E la notte giunse lieve, il mondo è fuori da noi.

27 novembre

Indico una data, forse è la prima volta in questo scombinato racconto. La data della mia vita, l'unico anniversario che ricordo in modo nitido. Fu in quel giorno, in quella notte che avvenne l'episodio più bello avvincente della mia vita. La conobbi, lei mi conobbe, quel 27 giugno di troppo tempo fa, era appoggiata alla balaustra di quella libreria per quei dibattiti di presentazione di qualche libro di sogni e di rivoluzione che amavamo tanto... Sì la fissavo, ma non la vidi la sera durante un'altro di quegli appuntamenti di popolo deluso e irrequieto, riunito per denunciare le troppo ingiustizie. Lei mi seguì e decise che dovevo essere io quella della storia più importante della sua vita. Per lei ci vedemmo moltissimo, per me molto poco; aveva ragione lei perché le cose fatte assieme, nei luoghi più impensati e straordinari, sono valsi più di una vita. Fu per caso, o forse lo cercammo, che all'alba del 27 novembre festeggiammo il quinto anniversario nel modo più sconvolgente e appassionato. Ricordo quel metro quadrato, divenne il nostro mondo senza confini. Oggi, dopo tanto tempo, non sono sicuro se non fu un sogno, uno dei tanti che affollano la mia mente. Fai piano, si è addormentata....

Tommaso, vescovo

Nel parlare di San Procolo avevo fatto una grave omissione: Tommaso. Non solo perché oggi Vescovo di Imola, ma per il ruolo e l'influenza che ebbe su tutti noi allora e negli anni successivi. In quegli anni Tommaso Ghirelli, giovane seminarista, aveva il compito arduo di insegnarci catechismo; era troppo giovane per diventare prete e aveva un modo diverso da Don Angelo, Don Marchi di parlare di Dio e della Chiesa, cercava il dialogo voleva sapere cosa capivamo... regolarmente nulla. Non fu molto felice, con la sua eterna bicicletta che saliva verso San Mamolo, negli anni successivi quando seppe che io e ceve eravamo iscritti al partito comunista, ma si fermava a chiacchierare con noi. Sgobbava Tommaso seguiva i giovani seminaristi, ma soprattutto divenne responsabile per la chiesa dei problemi del lavoro. Era sempre nelle fabbriche come diceva ceve a "dare il tormento ai lavoratori" e oggi in una cattedrale gremita e plaudente è stato consacrato (si dice così?) vescovo. Dopo quarant'anni se ne va a Imola e in Chiesa per due ore c'eravamo anche noi, Ceve ed io, uno in prima l'altro in ultima fila vicini al nostro Tommaso. Ho visto Ceve particolarmente teso, mi ha salutato a fatica assorto nei suoi pensieri; avrei voluto parlare con lui chiedere se fosse opportuno trascinare Tommaso in queste pagine che forse non legge neppure lui. Tommaso il suo obiettivo l'ha raggiunto, lui direbbe scandalizzato la volontà di Dio, noi no. Vorrei fare qualcosa per te amico mio, per vederti sereno.

Santa Lucia

Una tappa obbligata Santa Lucia, il Paradiso dei poveri. Una statuina, una pecora ogni anno un acquisto per quel presepe dove ci ostinavamo a mettere anche i soldatini: "troppo scarso di uomini" diceva mike. Non vincevamo mai il premio per quello. Era bello girare, noi andavo presto a vedere quando i banchi erano ancora pieni, ma che freddo... arrivato all'improvviso all'inizio di dicembre di quel '64. Un' altra casella dei ricordi riempita da quel crocicchio di persone attorno alla bancarella più nobile, quella delle sciarpe, cappelli "com'è possibile trovare un cordino rosso?" "lui voleva regalarmelo ed lo voglio nel primo Natale da sola, Giuseppe aiutami tu" "onorevole voglio stringerle la mano sono sempre stata dalla sua parte..." "compagni un po' di spazio stiamo soffocando" Ormai non si passava più, il brusio era diventato urlo. "E' il sindaco con la Iotti" sentenziò sicuro Osvaldo. Il compagno Ercoli è morto da pochi mesi... Quel giorno comprai un soldato romano con una lunga stola rossa, ci piaceva già il colore e se ceve non l'avesse lasciato nella cantina di via Paglietta oggi sarebbe un oggetto prezioso. Buon natale onorevole, guardi sta scendendo un fiocco di neve.

Piove

Pioveva da due giorni ed era passato molto tempo da quando, piccoli e incantati, in molti avevano abbandonato le nostre strade. Ci sentivamo spesso noi del vecchio gruppo e ogni tanto ci si vedeva, ma di massima ognuno di noi aveva preso strade diverse. Io, in giornate come questa, andavo a studiare da un'amica che abitava in periferia, in una casa immersa nel verde vicino al fiume dove si poteva correre sull'argine di mattina nella nebbia... I libri sul tavolo, un the, un piattino con biscotti al cioccolato e tante chiacchiere su quel divano davanti alla grande libreria. Vedi caro ostinato lettore ti stai perdendo seguendo le mie nevrosi, i miei desideri i miei sogni. Non ti sforzare,  si avvicina Natale e i frammenti di ricordi si accavallano senza data, senza definizione come quel viso dietro quel cancello da chiudere senza fare rumore...  

Tagliatelle all'ortica

Oggi pomeriggio mi ha chiamato Ceve: si sposa Peteta, il Pet, bella storia di Case di riposo e di amori nati in corsia. Per il matrimonio ha chiesto il numero uno è ovvio, avverrà a maggio rigorosamente, non interferendo con il Bologna. Al Pet dedicherò prima o poi un intero capitolo, a lui ai 5 zii e via discorrendo. Bella telefonata con Ceve, oggi alla radio ha parlato anche di Del Bono Bersani dei possibili sindaci, pensava a lui e ai tanti fatti straordinari che lo hanno colpito in questi mesi. Per l'ennesima volta mi ha promesso che andremo a pranzo, già... sai di quei pranzi che facevamo in via Paglietta, rigorosamente primo (guai chiamarlo minestra, non capisco perché) secondo tutti i giorni. Non lo faccio da anni... Mi ricordo le tagliatella all'ortica che preparava sua madre, accompagnate da un vino rosso da bere annacquato e poi quel pollo, tacchino o faraona ripieno, non ricordo... Era bella sua madre, bellissima anche in cucina; mi piaceva guardarla indaffarata tra i fornelli e lei: "andate sul divano e aspettate..." Quando si ammalò smise di cucinare, smise di ridere. Abbiamo interrotto la telefonata in quel momento. "Ti richiamo mi stanno chiamando sull'altro telefono, sai è in autostrada..." Ma chi? Ceve non ti capisco a volte mi fai paura. Tanto per oggi non mi richiama di certo, stasera mangerei di nuovo le tagliatelle all'ortica, ma anche altro conta solo la buona compagnia.

La piazza 

Camminare per il centro ed essere padroni della Piazza. Con il freddo che aumentava in quelle serate di sabato entravamo nel nostro rifugio in tanti. Non abbiamo mai avuto il coraggio di andare da soli per quelle viuzze dicendo a tutti che avevamo bisogno di restare soli, per parlare del nostro futuro. Loro sempre dietro, la nostra compagnia... per non parlare di quello che arrivava in ritardo, l'escluso che aveva più diritti di altri... La cosa curiosa è stata l'accensione per alcuni minuti di tutte le finestre del palazzo comunale. Fu Ceve a raccontare quella storia di fantasmi che Pozzi ripeteva spesso davanti al suo camino. Il palazzo comunale a dicembre, cinquecento anni prima, si popolava di fantasmi che con rumore di chiavi e catene s'impossessavamo del Palazzo per festeggiare la regina della rosa bianca. La regina vagava per il palazzo da quando, in un momento d'incertezza e incomprensioni, regalò al capitano delle guardie del cardinale legato la sua ultima rosa. Un amore disperato, finito quando lei decise di sposare un giovane protetto dal Papa. Non ebbe pace per tutta la vita e con il suo abito bianco rimase imprigionata nel Palazzo ricomparendo ogni anno a dicembre. Ogni anno, da centinaia di anni, le candele si accendevano per alcuni minuti e su una delle vetrate degli anziani appariva il suo volto. Quella sera vedemmo quelle luci; forse anche in una di queste sere passando per la piazza potrete avere la fortuna di vedere quelle luci e la regina vi renderà sereni.

E' freddo

La vidi incamminarsi sola, infagottata in un caldo piumino.

13 dicembre

Spero che a Ceve questo mio ricordo non porti tristezza, ma devo ricordare questa data. Era il compleanno di suo padre, ma per noi era il giorno del grande albero. Piccole le case ma enormi gli alberi, rigorosamente "veri" ed ecologicamente scorretti perché vivevano  soli 20 giorni. La sera del 13 il padre di Ceve festeggiava il suo compleanno portando a casa l'albero acquistato nella piazzetta di porta San Mamolo. M'impressionava il fatto che volesse piazzarlo sopra un tavolo costringendolo a piegare la punta contro il soffitto. Quella era la sera che avevamo il bonus per restare svegli fino a tardi per fare l'albero e il presepio. il rito prevedeva che durante il pomeriggio Ceve aiutasse me, la sera io andavo da lui. L'occasione più bella fu quando partecipò anche Maria che arrivò con doni per tutti, bella e raggiante. Per lei era quella la sera dello scambio dei regali natalizi, non ho mai capito perché. Vetri appannati per il caldo della grande stufa, qualche dolce e una musica che arrivava dalle scale. Avevamo preparato anche le lettere per babbo natale, per il secondo anno consecutivo le stesse, la maglia, la tuta del Bologna. Il padre di Ceve quando vedeva quella busta che s'infilava tra i rami dell'albero faceva uno sguardo triste e partiva con la storia strampalata del babbo natale dei poveri e di quello dei ricchi... Quelle maglie non le vedemmo mai, arrivavano surrogati che non ci soddisfacevano, ma, più lenti degli altri, qualche anno dopo capimmo che erano diversi i regali per i bambini, non bastava chiedere... La mia maglia rossoblù l'avrei vista volentieri addosso a Maria...

21 dicembre

Guardo fuori...

Cosa puoi vedere, cosa vuoi vedere da una finestra?

Uno spicchio di mondo che puoi vedere, che vuoi vedere.

E allora ti concentri su un'altra finestra che puoi vedere, che vuoi vedere.

e dietro quella finestra una casa che puoi vedere, che vuoi vedere.

La nostra che nessuno potrà violare, potrà infangare.

Non è grande è quella che abbiamo sognato una vita.

Affacciati un momento mi vedrai arrivare.

Sono stanco...

Non posso dare spiegazioni a tutti; grazie a Ceve e a questo sito sto diventando "popolare" ma non posso dare spiegazioni a tutti. C'è un filo che unisce questa mia storia, ma s'intreccia con episodi e sensazioni della mia banale vita quotidiana. Metto poche date e riferimenti proprio per questo, accontentatevi o leggete altro. Di dicembre ne parlo attraverso quarant'anni di ricordi, ma mi capita di parlare anche di domani perché potrei incontrare la persona che vorrei per il resto della mia vita. Sono emozionato come la prima volta ed ho bisogno di scriverlo. Dopo tornerà tutto alla  normalità, ma ora fatemi sognare. Grazie Alfredo accetto l'invito, porto le foto, sarà come capodanno di trent'anni fa. Senza riscaldamento come allora...

La vigilia di Natale

Per noi ragazzi della banda di San Procolo era il giorno più bello, lunghissimo. La mattina era impossibile dormire un po' di più come fanno i giovani oggi. Le finestre si spalancavano alle 7 quasi in contemporanea e i rumori dei vicoli impedivano di restare nei letti. La colazione da qualche giorno era più ricca in via Paglietta 17; ci si lasciava andare perché, soprattutto i clienti del padre di Ceve, portavano qualche dolce. Alle 9 eravamo già tutti in strada, più eleganti del soliti o forse semplicemente più puliti per affrontare la missione impossibile dei regali. Eravamo consapevoli che la faccenda si risolveva più nel guardare gli altri che affollavano le vetrine, ma c'era gioia soprattutto quando nevicava. Sapevamo che Santa Lucia era il nostro rifugio finale, lì potevi chiedere cosa ti davano con poche lire e trattavi. Verso mezzogiorno salivamo via D'Azeglio, San Mamolo ed arrivavamo alla casa delle meraviglie, dalla nonna di Ceve. Non ho mai capito in quanti abitavano in quella grande casa, strane storie di guerra partigiana, misteri... sembrava dovesse cadere da un momento all'altro. Tante stanze buie una dentro all'altra su quel cortile abbandonato. Sul fondo i fumi della grande lavanderia comune. La nonna ci raccontava di storie d'amore consumate in quel giardino bellissimo. Al piano terra il forno dei Vanelli mandava profumi, era la corte dei miracoli. Oggi hanno ristrutturato tutto e si sono accorti che come in una favola quella grande casa fatta di mille appartamenti, di solai e cantine antichissime non aveva fondamenta; già un miracolo se stava in piedi... Noi nella sala più grande ad ascoltare senza capire  se fosse invenzione o la realtà. Vanelli arrivava con il pane deforme quello che non poteva vendere ai signori con qualche dolce e facevamo arrivare il pomeriggio troppo in fretta... il generale seduto vicino alla finestra dell'ingresso ascoltava impassibile le storie di guerra ed amore, ma gli occhi avevano una luce strana. Volava veramente il tempo. E fuori la neve a coprire le tracce di quelle storie... "la divisa sporca che nascosi in fretta nel camino..." "Andate ora ragazzi le vostre mamme staranno in pensiero".

La messa di Natale

Era il grande momento. Ci sentivamo veramente importanti, la tonaca nera, la cotta bianca e rossa. Tutti uguali, eravamo noi a dettar legge nella breve processione dalla stanza 14 all'altare. Quel breve tragitto, quell'anno indistinto, mi fece pensare alle differenze tra gli uomini. Su un lato quelli vestiti bene, signore truccate e bambini più belli, dall'altro i nostri familiari... Come era diversa quell'immagine da quanto leggeva Ceve, con voce impostata, nella prima lettura. Il mondo di allora non era speciale, troppo diversità; neppure Tommaso riusciva ad essere convincente su questo. Ma era festa per tutti in quella notte gelida, suonate campane... Ma in noi cresceva il dubbio su quel bambino che nasceva un giorno all'anno, e poi spariva. C' interroghiamo oggi, anche tu l'hai fatto con quelle poche righe d'amore. Io non me lo posso permettere, ma sono andato anch'io nel pomeriggio in San Procolo rifacendo la nostra processione. Ricordo, i Cuppi erano in prima fila, Maria in mezzo a loro. Siamo arrivati, cari amici non c'è più nulla da scoprire.

25 dicembre

Sono solo. Quest'anno non ho fatto quello stupido albero. Grazie per gli inviti, due sono arrivati addirittura da lettori di queste pagine... Non sono in vena. A voi, alle vostre famiglie un augurio sincero di pace e serenità. 

27 dicembre

Lo ricordo perfettamente, fu il tuo primo discorso. In cima alla scala di quella libreria. Noi sotto tu di sopra, le ragazze di fronte ad ascoltare. La nostra storia in fondo è nata lì, tu da protagonista io da gregario innamorato di te e del nostro mondo. Che importa? Estate o inverno, era comunque la vita che stavamo scegliendo.

23 dicembre 1982

Era una sera fredda, ma limpida. L'avevamo promesso da tanto alla "castellana", arriviamo e passeremo tutta la sera a San Marino. A dire il vero aspettavano solo me, ma furono molto gentile non si stupirono della tua presenza. Parlavano gli occhi di entrambi. Dopo il dibattito c'incamminammo a piedi verso il Palazzo del Governo che d'improvviso s'illuminò in ogni finestra, perfino i fuochi d'artificio. Accettammo solo di brindare in piedi nel grande salone, con la solenne promessa; "ci rivedremo tra vent'anni, stessa sera". Scendemmo verso il mare, vicino al Porto era tutto spento, ma io sapevo muovermi sicuro, era la mia meta di tante estati....Bussai a quella porta e quando si aprì, ogni segreto cadde: il profumo del mare e il calore travolgente di quel grande camino. Un solo tavolo apparecchiato, il nostro; da quell'angolo la musica, la nostra. La luce di una candela accompagnava il colore delle braci scoppiettanti e il filo di luci che s'inerpicava su quell'albero all'esterno che si stagliava dalla finestra. Le finestre hanno sempre avuto un significato speciale per me, per noi. Era il mio regalo di Natale. Non parlasti per qualche minuto, mi pare di ricordare una lacrima. Mangiammo, bevemmo vino e brindammo al nostro futuro. Le poche cose che non sapevamo di noi vennero fuori. Ridemmo degli altri che non capivano, che non avrebbero mai capito... Ci lasciarono soli, dalla finestra arrivò la luce del mattino. Ero solo vent'anni dopo, tutto era chiuso. La bottiglia tornò con me.

La notizia

"Ho sbagliato qualcosa?" Una chiamata nel cuore della notte, mi ha sconvolto. Ceve non era mai stato così duro, deciso. "Si chiude vi mando a casa tutti, in fondo anche voi avete contribuito al precipitare della situazione". Solo dopo il maledetto '99 lo avevo sentito così alterato, quasi cattivo. Cosa farò senza questo spazio...

La notte di capodanno

Quante ne abbiamo passate così? Semplici e indimenticabili, come magiare quei mandarini profumati. Iniziava tutto con il Te Deum, in San Petronio. La nonna di Ceve lo imponeva, ma in fondo a noi non dispiaceva. Anche adesso fatico a capire il significato di quella sorta di ringraziamento che riempiva la Basilica, in più non contava neppure come messa. Ho vinto una scommessa con Maria su questo, come le dispiaceva perdere... Entravamo presto perché la nonna doveva vedere chi c'era e prendevamo posto vicino alle prime file... sfilavano le autorità, sindaco assessori,  a Maria piacevano in particolare i carabinieri con le loro mantelle rosse e nere a me una biondina, la più giovane in mezzo a tanti incartapecoriti,  in seconda fila... Il cardinale Lercaro camminava a fatica sotto il peso degli anni. Anche all'uscita dovevamo aspettarli, la nonna fissava attenta e noi avevamo fame... Ceve stasera sarà là in prima fila, chissà se ci sarà un gruppo di ragazzi spensierati ad osservarlo, chissà che fine ha fatto la mia biondina... Via su per via D'Azeglio a calciare il barattolo in mezzo alle gambe della gente, era bello da poche settimana la strada era chiusa alle macchine... Davanti a San Procolo entravamo a fare gli auguri a Don Marchi, all'uscita mi parve di rivedere la biondina della seconda fila, era con un uomo più grande sorridevano sereni, erano belli assieme... poi via verso la grande casa della nonna per la cena e ancora storie di guerra e d'amore. Il generale immobile alla finestra, il rito degli auguri la zia i cugini di Ceve i suoi genitori. Andavano al veglione, sua madre le rare volte che si truccava e metteva il vestito migliore era bellissima. Pensare come l'ha ridotta, pochi anni dopo,  la malattia... Dopo restavamo noi ragazzi e la nonna; della cena continuo a ricordare il profumo dei mandarini. Era sempre freddo in quella casa troppo grande, senza riscaldamento ma era il nostro rifugio dei sogni. Il cinema Alfa, che come tanti non c'è più, ci accoglieva, con le sue mentine e i burdigoni di liquirizia. Zorro o Non son degno di te i titoli, non aveva importanza, dopo c'era la piazza... Arrivavamo con largo anticipo e ci piazzavamo più vicini al vecchione, bello imponente non come la palla deforme di quest'anno. Qualche innocente petardo l'avevamo anche noi, come al solito solo io, il pistolone, il poeta che non aveva il coraggio di tirarli... Era quasi l'una quando, dopo aver lasciato Maria e gli altri, rientravamo nella casa in San Mamolo. La nonna aveva sistemato le reti nella stanza in fondo, l'ultima quella dei segreti. Ci raccontò l'ultima storia... "si ritrovarono vent'anni dopo più duri, reduci da sconfitte e li lasciarono soli nella loro casa..." Chiudeva la porta e noi ricominciavamo, sgusciando castagne, a sognare del nostro futuro con le stesse parole che hanno aperto questa strampalata storia "Ceve, il più elegante a giocare a pallone, avrebbe fatto il libero del Bologna, io più studioso di lui, il grande scrittore e avrei scritto la sua biografia." Buon anno, Ceve. Buon anno Gino.

Con lui...diventammo comunisti

Caro Ceve, hai fatto bene, sei stato bravo come sempre, a scrivere di Gaber. Forse non ricordi, ma lui ebbe un peso decisivo nel nostro passaggio. Quello profondo, decisivo verso il PCI, il comunismo dal volto umano... Eravamo certi di aver trovato la strada, la verità nella storia e lui, qualche anno più di noi, ci massacrava con l'ironia e il disincanto. Lo vedemmo due volte quello spettacolo e alla sera quella cena, in quella piccola osteria dietro il Duse, forse c'è ancora lì in mezzo tra Santo Stefano e Strada Maggiore. Bevemmo quel venerdì sera con Patrizia, gli altri e il grande Giorgio. Io, come sempre l'ingenuo del gruppo, dissi che la canzone più bella era dedicata a Maria... Era anche lei in teatro con le amiche, non volle venire con noi, forse non seppi insistere. L'ho trovata, caro Ceve, l'ho trascritta; rileggila è bella e anche oggi, forse in particolare oggi, è difficile parlare di Maria, la libertà, la rivoluzione... Salutami Patrizia compagno comandante...

CHIEDO SCUSA SE PARLO DI MARIA

Chiedo scusa se parlo di Maria,
non del senso di un discorso quello che mi viene,
non vorrei che si trattasse di una cosa mia
e nemmeno di un amore, non conviene.

Quando dico parlare di Maria
voglio dire di una cosa che conosco bene,
certamente non è un tema appassionante
in un mondo così pieno di tensione,
certamente siam vicini alla pazzia
ma è più giusto che io parli di Maria
la libertà, Maria la rivoluzione, Maria il Vietnam, la Cambogia,
Maria la realtà!

Non è facile parlare di Maria,
ci son troppe cose che sembrano più importanti,
mi interesso di politica e sociologia
per trovare gli strumenti ed andare avanti,
mi interesso di qualsiasi ideologia
ma mi è difficile parlare di Maria
la libertà, Maria la rivoluzione, Maria il Vietnam, la Cambogia,
Maria la realtà!

Se sapessi parlare di Maria,
se sapessi davvero capire la sua esistenza
avrei capito esattamente la realtà,
la paura, la tensione, la violenza,
avrei capito il capitale, la borghesia,
ma la mia rabbia è che non so parlare di Maria
la libertà, Maria la rivoluzione, Maria il Vietnam, la Cambogia,
Maria la realtà!

Maria la libertà, Maria la rivoluzione, Maria il Vietnam, la Cambogia,
Maria la realtà, Maria la realtà, Maria la realtà…

La Befana

Hai fatto bene a dormire presto. Stanotte arriva la Befana. A noi portava poco ma nella calza c'erano tanti mandarini e quell'odore mi segue per mesi, ogni anno. A te porterei un cielo sereno di giorno e la luna tutte le notti. In quei momenti particolari in cui scompaio e spegni ogni luce, solleva lo sguardo verso il cielo e i tuoi occhi risplenderanno come allora. Dormi, io sto vegliando su di te, sparirò quando sarà giorno. Penseranno altri ad accompagnarti  e a far tornar la sera. (Anonimo, luglio del 54)

San Valentino

Grazie per avermi voluto salvare con voi. Non ho potuto più scrivere... ma se presto, come mi auguro, potrete liberarvi di questi insulsi personaggi, tornerò assieme a te, assieme a voi per ricordare. Vi voglio bene. Gino

ps: vi faccio un regalo.... 

 

Grazie ancora per averci tenuto durante la presentazione del libro ...

un caro saluto.

Era rimasto da qualche parte, ho voluto conservarlo.


segue

Se torno

E' passato un anno dal giorno che mi hai permesso di entrare in questo spazio. Ho scritto per mesi fino al giorno di San Valentino, poi saltuariamente ho risposto a Norma, poi più nulla per mesi. Non sono neppure venuto al matrimonio del Pet...

Silenzio

"Prima che ancora una volta il telefono esploda nel mio orecchio, prima che le tue parole si trasformino in odio irreversibile, prima che la mia lingua sia definitivamente straniera, prima dell'indifferenza, socchiudo la porta del paradiso senza fare rumore. Ora voglio silenzio attorno a me tornando a dormire una notte intera anche se fosse l'ultima. E' l'autunno della resa incondizionata. Tu che puoi, che in fondo hai sempre guidato ogni nostro passo, continua a cercare il tesoro" Dal mio diario  12 ottobre 1983

Chiuso in un punto e virgola

Essere il più atteso, il più richiesto può fare piacere e hai fatto bene a farmi avere le lettere, o come le chiami tu le mail, ma per ora preferisco restarmene in disparte al sicuro. Non risponderò a nessuno. La mia storia è diversa dalla tua, pubblica e sotto i riflettori. Io penso, sogno, fisso il cielo... Ho perso tutto nel corso di questi anni volati in fretta e voglio solo ricordare intensamente le poche cose belle. E' veramente freddo, forse lo stacco è stato molto brusco. Me ne sono stato a letto questa mattina, ho dimenticato di pranzare, ho aperto la finestra sul parco e ho lasciato entrare l'aria pungente. Ho acceso la radio, ti ho sentito tre minuti... quante cazzate amico mio. Potessi parlare, tornare poeta.  16 ottobre 1983

La luce accesa

Scusami per il saluto brusco, ma sai il gioco mi prende e tu sei passato in fretta. Non è un caso che tu abbia fatto piangere quella ragazza col nonno, sai interpretare a meraviglia la parte saresti  un sindaco straordinario, falso al punto giusto. Sì caro mc, ti ha fregato Cofferati come a me la bontà. Guazzaloca ha parlato della funiva oggi, io ne scrivevo in questo spazio l'anno scorso. Tutti quelli che avevi davanti hanno fatto parte di una storia, hanno visto la guerra, noi la guerra l'abbiamo dentro. Ricordi Maria, quando passava in Solferino per vedere se c'era la luce accesa? Non è mai salita perchè in fondo avrebbe dovuto scegliere tra me e te. E quel settembre alla festa i protagonisti sono stati altri e il parco non è più giardino incantato, l'hanno sporcato. Siamo troppi vecchi per non capire. Ora sono io qui sotto, hai spento la luce, ma è sabato, senza un perché. Domani allo stadio, ricordi le tagliatelle in brodo... è veramente freddo.

Piazza Santo Stefano

Stavano smontando tutto quando sono passato ieri sera, erano le otto di sera di  una brutta domenica. Un successo questo mercatino della montagna, una coppia si attardava a trattare sul prezzo di una piccola panca... Non era tanto il prezzo ma dove collocarla, l'oggetto della discussione. "nella stanza in fondo, vicino al camino" " in camera".

Teatro Manzoni

Forse erano le 22.30, poco più poco meno, il concerto della banda della polizia era a metà e te ne sei andato. Bella figura davanti al Prefetto, il questore e il teatro Manzoni pieno di poliziotti. Come piacevano alle amiche di Maria, in fondo anche per lei il fascino della divisa diceva qualcosa. Non lo ha mai confessato, ma quante cose non ci ha detto. Sei scappato veloce picchiettando su quello stupido telefono. E' un modo di comunicare? Non lo capirò mai. Io sono rimasto fino alla fine, assorto nei miei pensieri, cercando di scacciare le nubi tenendo i pochi ricordi sereni stretti in questa mano. Ricordo il giorno dell'inaugurazione, comparve di corsa piena di fogli da controllare... rimani. "No, ci vediamo dopo". Quante di questa frasi hanno preceduto una cocente delusione. Ora è finita, almeno i ricordi non me li porta via nessuno. Ti sento sempre più lontano caro amico, tre obiettivi tre fallimenti. Ora c'è l'inno, tutti in piedi. Spicca la tua sedia vuota... ti avevano messo una poliziotta carina di fianco visto che hai l'abitudine di prenotare per due. Ti vergogni un po' dei tuo amico, dì la verità. 

Prima di partire

Un bacio prima di partire. Da conservare con cura, da non dimenticare, da non perdere. Senza programmi, senza pensare. Questa notte, lontani come mille altre notti, sarà tra noi silenzioso e colorato come quel sole dispettoso sul tuo petto.                                 24 ottobre 1983

48 ore

Sono passate in silenzio... Sarai ancora lontano? 

L'ultima poesia

Hai sceso la lunga scala al mio fianco,

nel vestito più bello con lo sguardo più bello.

Titubante ti sei appoggiata al mio braccio a metà ti sei staccata,

incerta ondeggiando hai rifiutato la mia mano.

Sei arrivata in fondo, ti sei staccata.

Via veloce, in ritardo, verso una nuova vita, meno accidentata.

La stessa scala che ti portò fino a me un secolo fa,

quando mi raccogliesti stanco da troppe battaglie perse,

per diventare un eroe, il tuo eroe.

Si spegne la luce nella grande stanza,

delle speranze, delle attese, dell'amore.

Mi resta una vita intensa racchiusa nella mente.

Mi resta quel mare nascosto.

Mi resta il fiore seccato sul mio cuore.

Mi resta l'ultimo profumo consumato in pochi minuti.

Mi resta l'amore di sempre, per sempre.

 

E adesso tu che hai la potenza magica e attraente della scrittura, prova a scrivere di questa storia  d'amore...

Briciole d'amore

Cara Norma, non hai reagito quindi non hai letto... Potrei cancellarla ma i sentimenti, anche se spesso frutto del momento, devono lasciare tracce. Come le briciole che siamo riusciti a darci, briciole d'amore confuse in mezzo alla vita di tutti i giorni. Ci abbiamo creduto, in modo diverso ma lo abbiamo fatto entrambi. Ora attendo senza sognare, che passi il poeta che ti porterà via. Potrei fare promesse sai, ma sarei disonesto e per la prima volta ti mentirei. E allora sono qui aspettando di raccogliere avidamente qualche altra briciola, ascoltando i tuoi racconti... Fino al giorno in cui comparirà il protagonista, dopo tante comparse.              4/11/83

Il senso di una vita

Eri bella ieri sera. Oggi ero vuoto, senza parole, in fondo come in questo momento. Non desidero più nulla, il giorno e la notte sono identici. Guardo solo dietro ed è lì che trovo il senso di una vita. Forse ti ricorderai di me per come mi avresti voluto. E' tremendamente vuota e grande questa stanza, qualche goccia entra dalla finestra spalancata... tornerà Natale e poi l'anno bisestile come tra vent'anni e chissà dove saremo. Vorrei chiamarti, guardarti in silenzio.     7/11/83

Solo un anno fa, guardando dietro, in queste parole c'era una forza straordinaria ma anche tu eri molto diversa...

Non mi permetto né d'intromettermi né di dar consigli, ma, caro amico, mi piacerebbe leggessi queste considerazioni. Chi può spiegare cos'è l'amore? Tutti hanno una risposta, anche coloro che non hanno avuto la fortuna d'incontrarlo e ne parlano con distacco a volte con disprezzo. I più pericolosi sono coloro che d'improvviso sono stati sconvolti da una storia incredibile, unica e irripetibile; dovrebbero controllare le reazioni più di altri soprattutto se dettate dalla gelosia, dall'egoismo e soprattutto dalla solitudine. Solo chi ha vissuto una vita intera nella solitudine fa errori tragici, pensa di capire ogni mossa ogni sguardo della persona amata. Tutto questo va bene per un amore normale, ma quando capita l'amore totale assoluto il lusso della gelosia, dell'egoismo e paradossalmente della sofferenza per la solitudine va dimenticato. Respira, amico mio, a pieni polmoni ogni attimo che ti viene concesso come fosse l'ultimo. Concentrati su quegli attimi di felicità che ti sono concessi. Perché non ha prezzo provare anche solo un secondo di felicità e la tua arroganza d'amore te li ridurrebbe ulteriormente. Hai avuto una fortuna incredibile, da ciò che colgo vagando in questo strano sito dove anche uno come me può scrivere; mi pare di avere visto questo angelo che ti ha sfiorato. Raccogli tutte le tue forze per farle vivere giorni belli, emozioni quasi pari alle tue. Il film che tu citi, e che io non conosco, ha un titolo bellissimo. Continua a vedere luna nei suo occhi, nel suo sorriso nella parole dolci che, se lo meriterai, forse ti dirà ancora. La luna non la raggiungerai mai, ma dovrai continuare a volerla dando il senso di quanto la desideri. Accompagnala con discrezione da lontano o da vicino come lei vorrà. Per te sarà amore assoluto, ti appagherà e darà un senso alla tua vita. 

Alfredo

Mi arrendo

Ero davvero deciso a mollare tutto sai... poi è arrivato il tuo messaggio ed ho fatto ciò che mi hai chiesto, c'eri tu. Per un attimo sono stato felice, come non ricordavo da quel giorno al mare che sembra tanto lontano. Quella bottiglia piena di speranze che abbiamo gettato in mare aperto, però, si è infranta contro una banale boa. E' bastato poco, una disdetta, l'ennesima quando avevo bisogno di te. Non c'entrano nulla gli altri, che comunque non sopporto proprio più, ma sono io che ormai non vedo più un domani. Mi arrendo, torno ad essere uno qualunque uno dei tanti. Ti voglio vedere trionfare sul mondo, meriti il meglio, sei giovane ce la farai. Chissà se veramente questa sera eri bella come mi avevi promesso... Ho sentito la canzone di Dalla è bella e profondamente triste, servirà a far nascere nuovi amori. 10/11

Come vivere senza te

vivere oggi come fosse l'ultimo mio giorno; di più non posso. 11/11 ore 16

;

Ero felice ieri, molto di più per l'attesa di quest'alba bellissima... 12/11 ore 6

Dipende da te

Hai voluto continuare a leggere e in fondo io scrivo per te, come vivo per te. Qui troverai solo parole sincere, i miei sentimenti del momento senza ombre. Dipende da te ora decidere se questo infinito amore, senza futuro, vorrai continuare a tenerlo con te. Un bacio 13/11...

Che fatica questo sole... prova ogni tanto a spuntare tra le nuvole. In fondo è la mia stagione, quella della malinconia, quella che per anni mi ha dato la forza di tirare avanti. Ti ho vista ieri in mezzo a quelle migliaia di persone... il sorriso del primo giorno. E' bello scrivere così e nessuno, neppure tu che hai scritto nel mio cuore, capirà nulla. Io so, come in un giallo ambiguo ... 16/11

Sentivo in lontananza la campana che chiamava a raccolta. Mi chiedevo se stesse chiamando me mentre percorrevo tutti quegli scalini che mi separavano dal bel cortile in ristrutturazione. Pareva che dopo tanti anni avessero deciso solo ora di riparare quel pozzo. La ricordo un pò nebbiosa quella sera di novembre, non era freddo e ciò che contava correvo da lei, incerto come sempre. Quante volte avevo sbagliato e altrettante volte mi chiedevo come sarebbe stato tra vent'anni, praticamente da vecchi. Ricordi, noi avevamo una strana idea sulla lunghezza della vita: "lo passeremo il secolo ?" "Certamente, dicevi, ma a quell'età saremo un po' morti". Guardando oggi è vero quello che dici... Quelle curve le ho sempre prese con troppa decisione e pensavo che il colmo di quella storia eterna sarebbe potuto avvenire schiantandosi contro un tir. Allora frenavo sbandando, ed ero lì. Quella casa non la ricordo bene, ma i colori, i profumi e quel caldo esagerato, sì. Poi lei, l'amore. In fondo è come oggi, penso costantemente, ma in quei momenti tutto restava fuori e il mondo diventava bello come un film. Caro amico, non ci crederai ma ancora oggi non riesco a spiegarmi come potesse tenermi così legato attraverso quella doccia scozzese di parole, d'insinuazioni. Sì ero geloso, soprattutto perché non ho mai capito la chiave di tutti i segreti. Ecco torna la chiave di una caccia al tesoro che non ho avuto il coraggio di percorrere fino in fondo nel suo lato oscuro. Ci fosse stato un geniale scrittore noire avrebbe svelato l'arcano. Il giorno dopo il silenzio pesante. Volava il tempo allora, pensa oggi... 21/11

Potrebbe finire così

Non ti capirò mai, non mi capirai mai. Si avvicina il giorno delle cose che non ci siamo mai detti e non riusciremo a dire mai; quelle che uccidono ogni sentimento, quelle che bruciano fino al ribrezzo. Sono quei volti riflessi nel fango che fanno parte della nostra vita. Chi ha ancora tempo può ricordarli con indifferenza , chi di tempo ne ha poco guarda in alto in quel cielo azzurro per non sporcarsi. Stringendo la moneta d'oro dei ricordi, dei rimpianti. Soprattutto dei perché. Non darti via, trova la rotta verso un  futuro diverso dove il cuore batte per un solo cuore, dove la principessa tratta col principe che non diventerà mai un servo sciocco. 28/11

 

Era dicembre tanti anni fa

Rifarti vivo oggi dopo oltre un anno con la tua invadenza arrogante mi ha stupito relativamente. Ho capito subito che non volevi farmi gli auguri, non era da noi, non lo è oggi. Certo che me lo raccontasti, me lo disse anche lei Giovanna. Stupidamente in quell'atrio della villa l'ultima volta ... che importa se fossero ventinove o trent'anni fa. Non ci siamo più visti, persi e ormai logorati dal tempo. La storia non torna e non credo alle favole di Natale però è stato bello anche per me rivivere quei giorni attraverso il tuo racconto. Scusa ma il lampadario, il tavolo al centro tutto come allora? E la porta San Procolo, mah. Buon Natale Ceve un giorno forse vorrò conoscerla. Gino 29/12

Ebbene sì caro Gino

3 aprile 2006 la storia continua in modo strano imprevedibile

Una pagina sul Carlino

Ho letto sai quella pagina del Carlino e a parte alcune boiate mi è piaciuta. C'è un pò di noi della nostra ingenuità, di quello che non siamo stati. Non sto molto bene in questi giorni.

Una sera a novembre

Sono tornato solo per lei, i paragoni non esistono. Perchè sarà unica per sempre anche se i sogni non si realizzano e tu sei solo una quercia impenetrabile. Lei ha chiamato Gino con le sue fragilità e con i suoi slanci d'amore. Tu non sai più scrivere nè riempire questo sito vuoto. Ciao Gino