LA PRAVDA


Se un anno fa mi avessero detto 

Se un anno fa mi avessero detto che sarei passato all’opposizione e che avrei trovato asilo politico sulla Pravda avrei sorriso con sufficienza. Quella sufficienza che ci ha portato ad una sonora sconfitta che potremo recuperare solo attraverso il duro e difficile lavoro dell’opposizione affidatoci dagli elettori. Quando Massimiliano Mazzanti mi ha chiesto se gradivo essere ospitato in una specie di zona franca del suo giornale, ho accettato con piacere.

Giocare in trasferta è sempre stimolante e spinge a dare il meglio; è con questo spirito che occuperò lo spazio con l’obiettivo ambizioso di dare spunti di riflessione e perché no conquistare, se non consensi, qualche simpatia.

Dopo un anno dal fenomeno Guazzaloca si può iniziare, tolti i paramenti a lutto, a riflettere sul ruolo di una opposizione che si è trovata nella scomoda posizione di chi, a differenza di Rifondazione Comunista, per onestà intellettuale doveva distinguere il proprio ruolo, difendendo da un lato quanto impostato dalla precedente Giunta e, in continuità, proseguito dall’attuale (accade in particolare in urbanistica e nel commercio) e contrastando i segnali di discontinuità (in particolare servizi alla persona) che a macchia di leopardo venivano proposti.

Schiacciati insomma nell’enigma Berlingueriano: forza di lotta e di governo.

Ma oggi mi pare che, pur con la prudenza del caso, pur con la incontestabile forza e capacità politico-mediatica del Sindaco Guazzaloca i nodi del passaggio tra il dire e il fare emergano, imponendo a maggioranza e opposizione di definire meglio i propri contorni.

Un anno può essere poco ma è pur sempre un quinto del tempo che questa nuova amministrazione ha a disposizione per dimostrare concretamente l’idea di sviluppo ordinato della città.

Sempre umilmente, parlando da sconfitto, mi pare che i primi obiettivi siano stati falliti o solo parzialmente raggiunti. Per citare in ordine sparso:

A metà del percorso Bologna capitale della cultura è passata quasi inosservata; il riordino del traffico si è arenato in una somma d’interventi inefficaci; le grandi infrastrutture previste, queste sì in contrasto con la precedente amministrazione, sono impraticabili e tendono a chiudere Bologna nelle sue mura rifiutando le offerte di dialogo delle altri istituzioni interessate.

Per contro una opposizione ancora frazionata e con alcune scorie post elettorali da smaltire deve iniziare dagli scomodi banchi dell’opposizione a delineare il proprio progetto di governo credibile e rinnovato.

Questo può partire solo attraverso un chiaro patto tra alleati che io dall’inizio del mandato ho giudicato credibile solo attraverso il gruppo unico da contrapporre all’originale lista civica del Sindaco scomodamente alleata a Forza Italia e Alleanza Nazionale. Su tutto prevale la vera sfida tra gli schieramenti contrapposti: il duro lavoro di riconquista di credibilità e fiducia tra i cittadini. Gli ultimi fatti nazionali non ci danno una mano ma come amministratori locali dobbiamo provarci.

Con queste prime brevi note inauguro quindi una finestra di sinistra…o quasi sulla città, con la speranza di dare un contributo utile ai lettori.

 Maurizio Cevenini


 

Stiamo entrando nella tanto attesa, discussa e temuta settimana dell’Ocse.

Quello che sarebbe stato uno dei tanti appuntamenti internazionali, "vetrina" di fatti ed avvenimenti già pianificati ed ampiamente discussi, diviene momento nel quale confluiscono interessi, passioni diverse con risvolti imprevedibili. E come sempre tutti hanno una parte di ragione e contribuiscono a mettere in luce temi fondamentali per il futuro dei nostri figli. Intendiamoci bene il 99% della popolazione mondiale subisce i processi del mercato globale senza comprenderne il significato e anche sul fronte della protesta parliamo di una élite che fatica a farsi movimento.

In questo spazio, come altri voglio esprimere il mio parere. Mi pare che la strada del dialogo sia stata tracciata e con il concorso di tutte le forze politiche e sociali della città si possa dare la doverosa accoglienza agli ospiti del vertice e lo spazio opportuno a chi vuole civilmente protestare; la dichiarata disponibilità in termini di spazi e generi di conforto non è segno di debolezza ma di lungimiranza.

La contestazione è sempre stata presente nei momenti cruciali della vita economica e sociale e nei Paesi civili, si supera solo con le proposte e il confronto.

Urla, striscioni e volantini non hanno mai fatto male e a volte sono serviti per riflettere sulle scelte future.Se tutto ciò non bastasse per scongiurare episodi di violenza sarebbe grave e comunque andrebbe difeso il regolare svolgimento dei lavori e la tranquillità dei bolognesi; in questo senso prendo per buone le dichiarazioni di Monteventi sulla non ostilità verso Bologna anche se sono convinto che sarebbe già molto se riuscisse a controllare la parte bolognese della contestazione.

Ovviamente non voglio sfuggire al merito del convegno e della protesta.

Io difendo, e in questo concordo pienamente con il Presidente Sangalli, il modello emiliano romagnolo basato sulla piccola e media industria e il convegno che si svolge a Bologna è una grande opportunità per la città e l’intera regione. Agli ospiti-contestatori vorrei ricordare che qui le risorse umane sono ancora un valore e che c’è la possibilità di uno sviluppo equilibrato; attaccare indiscriminatamente il convegno è offensivo nei confronti dei lavoratori e degli imprenditori locali che cercano di sviluppare, non a scapito dell’occupazione, la propria tecnologia e la qualità dei prodotti.

Una parte dello schieramento di centro-sinistra, compresa una parte del mio partito, si è schierata apertamente con i contestatori annunciando una presenza attiva alle manifestazione.

Per quanto ho detto prima, difendendo la scelta del governo, sono contrario a questa scelta anche se giudicherei miope non tenere conto delle ragioni della protesta.

Mi auguro che Bologna possa aprire una nuova via di dialogo e d’apertura e esca arricchita da questa prova.

 Maurizio Cevenini


 

RISPETTO PER LA DIGNITA’ DEI CONSIGLIERI COMUNALI

 

La settimana trascorsa ha visto in grande rilievo il tema della cittadinanza onorario che il Consiglio consegnerà solennemente ad Indro Montanelli il prossimo 21 giugno, accidentalmente primo giorno di estate

Io sono d’accordo sulla decisione e su buona parte delle motivazioni a supporto, anche se l’iniziativa è del Sindaco che ci ha messo un po’ tutti davanti al fatto compiuto.

Quando un giornalista arriva al punto che alcune sue frasi diventano oggetto di dibattito politico e culturale per anni, è giusto che sia annoverato trai i protagonisti assoluti, sicuramente tra i più controversi, del secolo trascorso; questo basta per assegnargli la cittadinanza di una città che non è la sua? Qui entriamo in un ragionamento, inevitabilmente arbitrario, che coinvolge le scelte dei singoli e può essere legittimamente contestato.

Detto questo sono meno d’accordo nel far passare gli imbarazzi nella maggioranza come il frutto delle chiacchiere in libertà di due peones isolati.

Il tema di una cittadinanza onoraria è piccolo, piccolo rispetto alle grandi scelte per una città ma può essere indicativo, nonostante la pax guazzalochiana, di visioni diverse sulla guida della città.

E’ fin troppo evidente che in An e in Forza Italia si rivendicano scelte più decise, segnali di netta discontinuità e, più sotto traccia, incarichi marcatamente di partito.

Tutto ciò che ho scritto finora è ovviamente un’opinione politica di parte, discutibile e contestabile.

Dal dibattito di questi giorni però traggo una lezione utile per il futuro della mia esperienza consiliare; un anno fa fui eletto all’unanimità, come il Presidente Marchetti, a far parte dell’Ufficio di Presidenza del Consiglio Comunale con il compito prioritario di condurre al meglio i lavori del Consiglio ma soprattutto di difendere e valorizzare il ruolo dei consiglieri che ricordo sono eletti dai cittadini come il Sindaco.

In due episodi ravvicinati, in occasione dell’adeguamento degli emolumenti agli amministratori e appunto la vicenda Montanelli, credo di non aver fatto a sufficienza il mio dovere di tutore della dignità del Consiglio e dei suoi membri. Sono passati, infatti, in modo strisciante attraverso la stampa ma anche in sedi pubbliche, giudizi inaccettabili sulle iniziative di singoli consiglieri e dell’intero organo assembleare.

Ho la sensazione che qualcuno in questa città stia cercando di accreditare la tesi che ci siano organi istituzionali che lavorano a fondo per la comunità, vedi giunta comunale, e altri che, senza arrivare a dire esplicitamente che ostacolano, ma perlomeno appesantiscono e ritardano i lavori.

Posso sbagliare, anzi me lo auguro, ma se questo fosse il disegno di qualcuno ritengo che sia compito della Presidenza del Consiglio alzare autorevolmente la propria voce più di quanto è avvenuto nei recenti episodi.

 Maurizio Cevenini


 

DIARIO DI UN GIORNO PARTICOLARE, UN ANNO DOPO

 

Bologna, 27 giugno 1999, domenica

E’ una data che i bolognesi, tutti i bolognesi ricorderanno a lungo.

Dopo il primo turno e quindici giorni di duello tra i due candidati rimasti in lizza, la città giungeva per la prima volta al ballottaggio; si sapeva che sarebbe stata questione di pochi voti legati anche alla sensazione del momento dopo che le rotture a sinistra si erano evidenziate prima e durante la campagna elettorale.

Personalmente in quella domenica decisiva ritenevo che, nonostante tutto, ce l’avremmo fatta ed elencavo tutti gli impegni che ci eravamo presi in quella strana campagna elettorale condotta in difesa; erano in molti che perfino dentro le feste dell’Unità dicevano: "stavolta non vi voto" e noi a spiegare: " abbiamo fatto… non si è visto…. faremo ….. ". Qualcuno cambiava idea, o fingeva di farlo, altri, molti altri, tacevano. Dovevamo difendere di più Vitali? Dovevamo segnare maggiormente la discontinuità?

Tante domande che accrescevano la nostra confusione.

Dall’altra parte con la costanza del passista – scalatore Guazzaloca, partito sei mesi prima, ripeteva martellante di non essere né di destra né di sinistra rivendicando la bolognesità da Dozza in poi. Il tutto nostante l’equilibrio instabile tra la sua lista e le bandiere di Forza Italia e di An che lo circondavano.

Quella sera tutta la stanchezza di una lunga campagna elettorale, iniziata con le primarie (come spesso mi accade, buon secondo con i complimenti di tutti) e proseguita lealmente al fianco di Silvia Bartolini, mi opprimeva e delle tre opportunità per seguire lo spoglio scelsi la sala D’Ercole di Palazzo D’Accursio in alternativa alla sede del comitato in via Rizzoli o via Beverara. Era lì che arrivavano immediatamente le notizie e alla chiusura dei seggi il primo diabolico sondaggio di Poggi dava un punto di differenza a favore della Bartolini lasciando inalterati tutti i dubbi e le speranze.

E come si faceva ai miei tempi prima degli esami ripassavo mentalmente tutti i buoni propositi per il governo degli anni successivi: il contatto con i cittadini, la sicurezza, la via Emilia, ecc.

Seguì una lunga attesa, seggio per seggio, con il passista scalatore quasi sempre avanti di una incollatura e con l’aumento vertiginoso dei tanti: "l’avevo detto io …"; arrivò l’ultimo decisivo seggio accompagnato dal boato della piazza molto più debole dei precedenti perché metà dei presenti era ammutolita.

La mia capacità di non mostrare emozioni mi permise di soffocare tutta la rabbia che mi stava montando non contro i vincitori ma verso di me, verso di noi.

Bologna, 27 giugno 2000, martedì

Oggi ad un anno di distanza sono ancora più convinto che fummo noi a creare tutti i presupposti per la sconfitta; l’originalità di Guazzaloca, le difficoltà oggettive di una candidata lasciata forse troppo sola, non sarebbero stati sufficienti se non avessimo dato chiari segni di sbandamento e di lontananza dai bolognesi.

Il Sindaco, a mio parere solo lui, continua dopo un anno ad avere la fiducia della maggioranza della città e non mi stupisce.

Da parte nostra, intendo l’Ulivo ora che pare che anche da Roma abbiano capito che occorre rilanciarlo, è iniziato un lavoro di coordinamento nei quartieri per sviluppare una idea di città concreta e realizzabile. Con pazienza cerchiamo un dialogo con i cittadini, per togliere l’idea del tentativo del ritorno rancoroso di quanto di hanno già visto. Costruire una proposta veramente nuova in tutto è la sfida per dimostrare che la lezione ci è servita.

 Maurizio Cevenini


 

 

Ma Del Piero è del polo o dell’ulivo?

 

Non so se il direttore del giornale mi passerà la licenza che mi prendo parlando del tema della settimana, anche se non è di stretta attualità politica.

Domenica scorsa tutti gli italiani, a parte i padani di Bossi, hanno subito una cocente delusione per la finale degli europei di calcio.

E’ noto, e non me ne vergogno, che il calcio rappresenta per me una passione che coltivo da anni fin da quando mio padre, barbiere, metteva da parte le mance per portarmi al Comunale a vedere il grande Bologna. Mi piace, quindi, quando un’intera Nazione si esalta per la propria squadra e periodicamente - mondiali, europei, olimpiadi – tutto ruota attorno ad un avvenimento sportivo.

Anche la politica modula gli appuntamenti cercando di non farli coincidere con la partita e mi fanno sorridere coloro che, figli di una vecchia tradizione che vuole il politico lontano dagli interessi sportivi, fingono indifferenza superiorità.

Il calcio da anni si mescola con la politica, non solo per i molti calciatori che con alterne fortune e con capacità di dribbling, hanno intrapreso l’attività politica ma soprattutto quando Presidenti e imprenditori si lanciano a peso morto sulla politica e sui partiti.

Esemplare in ciò il Presidente Berlusconi che già nel 94 con mirato calcolo politico, alla vigilia del mondiale americano, si impadroniva dello slogan amato da tutti i tifosi per dare il nome al suo partito mettendo tanti come me in grave difficoltà; per ragioni di spazio tralascio Cecchi Gori e Moratti.

Il problema vero è quando i politici si immedesimano al punto di diventare, non solo commissari tecnici, come tutti gli italiani, ma simulatori di strategie politiche legate ai moduli della Nazionale.

Fino a domenica scorsa infatti dalle file del polo e dell’ulivo, ai massimi livelli, giungevano ardite e acrobatiche valutazioni per dimostrare che quella squadra combattente, eroica e gloriosa, assomigliava al proprio schieramento politico, interpretandone lo spirito e la voglia di fare. Il tutto resterebbe nei canoni della schermaglia politica se a dar corpo a queste interpretazioni non fossero i giornalisti più famosi, spesso i direttori, che hanno raggiunto l’apice negli editoriali di domenica. Mi piace sintetizzare tutto questo ragionamento citando simbolicamente il simpaticissimo Cossutta-Toldo estremo difensore del centro sinistra …..( da Repubblica).

Tutto sarebbe continuato, forse fino alle elezioni della prossima primavera, se trenta secondi prima del trionfo i francesi non ci avessero beffato.

Ecco d’incanto scomparire tutti i paragoni, le paternità politiche; oggi è solo tempo di processi e tutti scacciano ogni legame con la squadra e i direttori di di cui sopra lasciano gli editoriali ai commentatori sportivi che si arrampicano meno sugli specchi.

Però qualcuno deve assumersi qualche responsabilità e allora lancio ai miei lettori la drammatica domanda: Del Piero è del Polo o dell’Ulivo? Non si può lasciare mister dieci miliardi senza madre né padre politici solo per le due scarpazzate che nemmeno Bianchi, prestigiosa punta…. dei consiglieri comunali, avrebbe sbagliato.

p.s. stavo terminando il testo del mio articolo quando mi giunge la ferale notizia: Berlusconi attacca scompostamente Zoff e il CT si dimette.

Dovrei riscrivere completamente il pezzo, ma visti i tempi stretti che mi impone il direttore e non parliamo dei compensi, aggiungo questa postilla finale.

Sul piano squisitamente tecnico l’errore imperdonabile di Zoff non è quello tattico addebitato da Berlusconi ma l’aver fatto giocare Del Piero, l’orfano di cui sopra. Sul piano politico il capo dell’opposizione ha un "filino" esagerato e non vorrei, anzi fortemente vorrei, che, anche in questo caso, all’ultimo minuto il prossimo responso elettorale riservasse la sorpresa della sconfitta Berlusco-Bossiana.

 Maurizio Cevenini


 

"Nuovamente" in campo?

 

Qualcosa si muove.

Nei giorni scorsi, un po’ in sordina rispetto alle normali presentazioni stampa, è nata a Bologna un’associazione con un nome accattivante: nuovamente.

Sufficientemente ambiguo da trovare consenso in mezzo a chi spera nuovamente di vedere la sinistra al governo di Bologna e chi più ambiziosamente, scindendo il nome, spera in una nuova apertura mentale nel variegato e ancora troppo diviso mondo della sinistra.

Non ne faccio parte, ho saputo della sua esistenza solo pochi giorni prima dell’uscita pubblica, quindi penso di poterne parlare in piena libertà e senza timore di ricevere accuse di fiancheggiamento gratuito.

Anche con chi la coordina, Diego Benecchi, un amico che frequento da oltre vent’anni, posso dire di non avere mai trovato grandi sintonie politiche, neppure quando lui, uomo del movimento, fece il grande passo ed entrò, in occasione della costituzione del PDS, nel mio stesso Partito.

Forse non è un caso che la presentazione ufficiale sia avvenuta dopo che tutti i riti di festeggiamento o di commemorazione, a seconda dello schieramento, si erano consumati ad un anno dalla sconfitta della sinistra a Bologna.

Era nell’aria che qualcosa si muovesse oltre ai Partiti, oltre ai comitati di cittadini, sicuramente importanti ma per lo più episodici, per segnalare la presenza di singoli e movimenti, che si riconoscono in un’idea un po’ confusa e di sinistra ma profondamente delusi dall’esperienza dei Partiti e da quanto avviene a Bologna nell’era Guazzaloca; una delusione che forse viene da più lontano e coinvolge gli anni del governo della sinistra.

Ho pochi elementi per valutare quali e quante gambe abbia questo movimento e non mi è chiaro come l’annuncio, vagamente aristocratico, di voler costruire una proposta attraverso iniziative sui grandi temi per la città, valorizzando le competenze, possa tradursi in progetto politico.

Sento però che può fare bene alla sinistra, a tutta la sinistra compreso i Partiti, un’iniziativa incalzante da parte di forze che altrimenti resterebbero alla finestra partecipando al torpore indotto dall’azione morbida e suadente del Sindaco che maschera le incertezze della sua giunta.

Presto arriveranno scadenze fondamentali per lo sviluppo della città e si misurerà la capacità e la volontà di chi governa di produrre un salto di qualità che oggi non c’è; ma da sinistra sarà ancora più difficile non solo contrastare le scelte errate, ma soprattutto presentare una proposta efficace di governo che raggiunga i cittadini.

Non sarà sufficiente la pur indispensabile azione delle opposizioni consiliari e dei Partiti e se chi si riconosce in questa Associazione non commetterà il tragico errore di isolarsi, potrà essere protagonista di una proposta per Bologna credibile e vincente.

 Maurizio Cevenini


Fatti più in là

Sono reduce da una dura e difficile seduta del Consiglio Comunale che ha licenziato il piano per l’ambulantato fortemente voluto dall’Assessore Raisi. Ancora una volta, come sempre quando si affrontano temi drammatici per singole categorie di cittadini, ci sono stati momenti di particolare tensione durante i quali sulla politica si è scaricata tutta l’esasperazione accumulata nelle estenuanti e a volte inconcludenti trattative. Sul merito mi limito a poche considerazioni partendo dal presupposto che nei confronti degli ambulanti bolognesi non ho particolari simpatie visto l’estenuante braccio di ferro (sei anni!) a cui hanno costretto l’amministrazione Vitali per il temporaneo spostamento della piazzola.

Nel caso specifico credo che la giunta abbia forzato la situazione rimuovendo una situazione che non ha nulla a che vedere con il degrado della zona più centrale della città e i pochi ambulanti che non occuperanno più le zone a ridosso di Piazza Maggiore lasceranno spazio ad ulteriori frange di abusivismo che occuperanno i tanto citati "occhi" di portico.

Vedremo gli sviluppi. Desidero prendere spunto da questa cacciata degli ambulanti e da alcuni altri episodi per osservare che sempre più a Bologna, come in tutte le altre grandi città, è ricorrente il ritornello: fatti più in là.

Non c’è localizzazione per attività produttive e abitatitive, nuove infrastrutture, per non parlare di centri di accoglienza che non trovino un forte nucleo di cittadini, con motivazioni e orientamenti politici anche diametralmente opposti, che si organizza per la resistenza; fortunatamente i mezzi, salvo rare eccezioni, sono quelli leciti della forte protesta e della sensibilizzazione di altri cittadini e delle Istituzioni, ma è indubbio che sta crescendo in modo esponenziale una forte intolleranza che non si sposa con la tipica bonomia bolognese.

Si diceva, ed è ancora attualissimo, chi è senza peccato scagli la prima pietra, ed io sono un peccatore essendo stato tra i promotori della famosa protesta di Via Roncrio contro il centro di ricovero temporaneo per stranieri.

In quella occasione, come in altre, le ragioni erano estremamente fondate per logistica e tipologia ma l’esempio è utile per ricordare ad ognuno di noi che, in almeno una occasione, è stato un militante dello spostamento forzato.

Detto quindi delle ragioni che sempre esistono alla base di una protesta qual è la molla che fa scattare ormai sistematicamente il rifiuto rispetto ad ogni variazione dello status quo?

E’ la paura, l’insicurezza che portano ad essere ancora solidali solo nelle raccolte di fondi televisive o nelle grandi manifestazioni.

Questa amministrazione che ha fortemente fatto della sicurezza, sicurezza sociale, dei cittadini il suo cavallo vincente non è stata fino ad oggi all’altezza della situazione. Non è facile, lo so bene; ma chi ha promesso molto deve dare più di altri assumendosi fino in fondo il carico di rispondere alle esigenze di tutta la città, compresa quella periferia che comincia a dare segnali preoccupanti.

Solo con risultati concreti su questo versante, senza oscuramenti propagandistici, si può riconquistare la fiducia dei cittadini, a destra e a sinistra.

Bologna, 18 luglio 2000

 Maurizio Cevenini


 

 

2 agosto: ricordo di una strage fascista

 

Non ho letto per intero il corposo dossier presentato dai DS su: "Stragi e terrorismo dal dopoguerra al 1974", ho invece letto per intero il capitolo dedicato ai "Legami tra MSI e terrorismo neofascista" che contiene, a mio avviso, tra elementi dubbi, molte verità inconfutabili, in parte tratte dagli atti processuali. Lo considero quindi un contributo per la ricostruzione di una verità storica alla quale gli stessi dirigenti di Alleanza Nazionale hanno, in più occasioni, dichiarato di voler partecipare, senza pregiudizi ideologici.

Sull’opportunità di questa divulgazione, nell’attuale tesa fase politica, ho molti dubbi e mi fa piacere che dirigenti del mio partito ne abbiano preso le distanze.

Ma per giungere ad una democrazia compiuta e bipolare, nella quale credo fortemente, il confronto deve essere tra avversari e non nemici; per raggiungere questo scopo è necessaria la trasparente ricostruzione di tutta la verità, senza rimozioni storiche.

Le forze politiche devono fare i conti con le proprie contraddizioni e valutare se hanno reciso fino in fondo i cordoni che li legavano a figure ambigue che, anche tradendo la fiducia, entravano e uscivano dalla legalità.

Faccio questa premessa per affrontare un tema che, con l’approssimarsi del significativo ventesimo anniversario della strage del due agosto, ritorna con prepotenza nel dibattito cittadino. Nel 1995 le sezioni unite della Corte di cassazione scrissero la parola definitiva sugli esecutori della strage alla stazione di Bologna: fu confermato il torbido intreccio tra la destra eversiva e parti consistenti dei servizi segreti e quei poteri occulti che segnarono i crimini di quegli anni. La sentenza non mise la parola fine sulla strage in quanto non fu completato il cammino della giustizia con l’individuazione dei mandanti.

Da tempo c’è anche chi non riconosce la verità in quella sentenza e vorrebbe la revisione del processo, tra i quali molti esponenti di AN e non solo. Qualcuno si è spinto fino al punto di compromettere, con iniziative provocatorie, il proprio ruolo politico.

Resta comunque, a mio parere, una strage fascista come drammaticamente sintetizzato nella lapide alla stazione.

Per la dinamica dei fatti, per la cultura che permeava gli eversori neri in quegli anni, per la strategia destabilizzante finalizzata al regime del terrore.

Non esiste altro termine per sintetizzare, nei Paesi democratici, un modo di agire senza scrupoli, senza rispetto della vita come lucidamente parlavano di sé Mambro e Fioravanti descrivendo altri loro crimini, pur respingendo le accuse per la strage.

Pur non avendolo mai ammesso esplicitamente, anche coloro che svolsero una serrata battaglia politica per la cancellazione di quel termine, tra i quali Berselli e Cossiga, hanno rinunciato a perseguire questa strada.

Le ultime proposte avanzate dal consigliere Mazzanti, inviti alla manifestazione e controconvegni, le giudico provocatorie perché segnalano la volontà di tenere aperto lo scontro.

Mi piacerebbe che questo due agosto 2000 segnasse a Bologna la fine di una contesa sostenuta da una minoranza di destra che non si rassegna ad accettare quanto ormai numerose sentenze e la storia civile e politica del nostro Paese hanno definito chiaramente.

 

Bologna, 25 luglio 2000

 Maurizio Cevenini


 

Grande patto o sensi unici?

Il Consiglio Comunale dopo tre sedute consecutive per un totale di trenta ore ha interrotto i lavori per la pausa estiva; si riprende il sei settembre.

Un paio di giorni dopo la chiusura addirittura tre assessori Salizzoni, Monaco, Pellizzer, deputati alla pianificazione territoriale, lanciano un bruscolino da ridere: grande patto con Provincia e Regione per la pianificazione dell’area vasta bolognese. Io sono felice perché ho sempre creduto che, per il bene di Bologna, gli interventi infrastrutturali pluriennali, impongano il concorso di tutte le forze in campo; nello stesso tempo sorrido perché il trio (peccato che oltre a Giovanni gli altri non si chiamino Aldo e Giacomo) diversi mesi fa respinse una mia proposta analoga invitandomi a non confondere maggioranza e opposizione e i diversi ambiti istituzionali.

Ma torniamo alla sostanza della proposta che, se fosse stata lanciata prima, avrebbe visto il concorso positivo anche del Consiglio comunale che, se ha discusso per dieci ore del Manzoni, avrebbe avviato un dibattito molto approfondito. C’è stata un po’ di malizia nella scelta temporale della proposta? Se fosse così, pur ammettendo l’eccessiva lunghezza dei dibattiti consiliari e la ripetitività rispetto all’istruttoria in commissione, sarei molto critico con gli assessori. Non solo per il ruolo di garante nei confronti dei consiglieri ma anche per il grave errore politico di circoscrivere fortemente il ruolo di programmazione territoriale, proprio delle assemblee elettive.

La verifica sarà nelle prossime settimane; dalla ripresa di settembre capiremo se i consiglieri si limiteranno ad esprimere un parere, eventualmente con un cartello direzionale, sui nuovi sensi unici che caratterizzeranno la giunta Guazzaloca.

Se ci pensiamo, infatti, tutte le amministrazioni, più volte nello stesso mandato, presentano piani del traffico o aggiornamenti degli stessi nei quali prevalgono, ovviamente assieme ad altre scelte importanti, le inversioni dei sensi di marcia.

Quante volte Vie come Boldrini, Amendola, Montebello ed altre cento hanno invertito il senso di marcia, visto corsie privilegiate, righe bianche, gialle, blu, non si vedono più, ecc. da Dozza in poi.

Se scelte strategiche, pur contrastate e discusse, come la chiusura del centro- Sirio- i parcheggi- sono chiare, i sensi delle strade mi danno la sensazione che il criterio ispiratore sia sintetizzabile nella frase: proviamo anche questa!

E poco importa se il pensionato che, lui sì, è sempre in giro per la città ti dice che la stessa scelta fallì dieci anni prima.

Sarà continuità o discontinuità?

Tornando al nodo serio delle grandi infrastrutture penso che si stia tentando l’unica strada giusta per impedire la paralisi della grande pianificazione bolognese. Ad alcuni colleghi della maggioranza, presi da sindrome di autosufficienza, ribadisco che solo con la concertazione Bologna può ottenere risultati significativi in tempi relativamente brevi. Senza pasticci e con il pieno coinvolgimento del Consiglio di Bologna.

Buone ferie a tutti e, quando tornate, occhio ai sensi di marcia.

Bologna, 1 agosto 2000

 Maurizio Cevenini


Un time out per la sicurezza

E’ passata l’estate, la seconda estate della giunta Guazzaloca.

Riprende lentamente l’attività politica amministrativa e con essa riparte questo giornale che continua a darmi ospitalità e soprattutto completa autonomia.

Il tema più gettonato nelle ultime settimane è stato quello dell’attività dell’assessorato alla sicurezza e più in generale la veridicità di un rimpasto di giunta.

I due temi, a mio avviso, sono strettamente correlati e vedono sia sul piano formale che sul piano politico un unico indiscutibile protagonista: Giorgio Guazzaloca.

Ricordo che il Sindaco lanciò nella sua campagna elettorale il messaggio incisivo dell’assessorato alla sicurezza che poi ha coerentemente istituito. Non condivisi quella scelta anche se ne compresi, fin dal primo momento, il forte significato simbolico su una popolazione stanca di non sentirsi sufficientemente garantita.

Mi permetto di dire però che neppure lui, dopo il messaggio, sapeva bene come tradurlo in pratica efficace per i cittadini. Quindi, di fatto, è partita una sperimentazione, inevitabilmente ambigua, con un incrocio di competenze disordinate che ha coinvolto sul tema quattro assessori e ha costretto il Sindaco, che forse intuiva l’odore di strinato, a mantenere la competenza sul corpo della Polizia Municipale.

Non mi interessa puntare il dito su singole responsabilità e sulle competenze e capacità degli Assessori comunali; ho sufficiente coscienza dei miei limiti per evitare di personalizzare critiche di natura politica e soprattutto non mi sento di tirare per la giacca Guazzaloca rispetto a scelte che spettano a lui e di cui è, per legge, unico responsabile.

Non voglio neppure dissociarmi dalle richieste di dimissione avanzate dall’unanimità dei gruppi di opposizione ma il punto vero è che adesso diventa indispensabile che il Sindaco chiami il time out, avocando a sé non tanto la soluzione dei singoli episodi di questi giorni, che troveranno sbocco nelle sedi preposte, ma l’intera materia della "Sicurezza", in tutte le sue articolazioni.

Il "senso" di sicurezza, ma ancor più la sostanza da garantire ai bolognesi si esprime sì con la presenza della Polizia Municipale sul territorio, ma soprattutto con un ruolo rigorosamente definito e uniforme, sia nel centro storico che nelle periferie. Infatti dai Quartieri arrivano segnali allarmanti di abbandono di interi nuclei di territorio.

La riflessione deve essere approfondita sul ruolo di queste importantissime figure professionali che devono avere visibilità sulle strade, dialogando con i cittadini e segnalando tempestivamente alle altre forze dell’ordine episodi di criminalità; svolgendo insomma quella funzione di prevenzione che i bolognesi chiedono ben più di singoli episodi spettacolari.

Su questo tema e sugli altri solo Giorgio Guazzaloca dovrà decidere se proseguire con la squadra che si è dato lo scorso anno o valutare ricambi.

Da parte mia ci sarà una valutazione sulle azioni concrete; se il progetto-sicurezza proseguirà in continuità con quanto fatto vedere finora sarà un primo segnale del fallimento del "biglietto da visita"elettorale.

Bologna, 19 settembre 2000 

 Maurizio Cevenini


OBIETTIVO CONTROLUCE

Come incursore per conquistare consensi

Resistenza: una resa dei conti rinviata

Una montagnola elettorale

Elezioni in controluce

La clava della giunta sul volontariato

Voglia di vincere

Riccomini è un simbolo per la nostra città

Mattone su mattone

Un uomo solo al comando

Ripartire da Bologna

Come riprendere un dialogo?

Sono tutti nostri vigili

LIBERO DI ESSERE SECONDO

Piazza Maggiore e i bolognesi

Il pasticcio

un minuto di silenzio

La resa dei conti

Barbari feroci

Caro Petronio

Il caos da fluidificazione

Il giornale di riferimento

Mettiamo fine alla sceneggiata

Morandi e Sala Rossa

ROCCO E I SUOI FRATELLI

L’impotenza del consigliere

La svolta

Ingoierete anche questo rospo

Ancora su Dozza

Per Ivan

La chiarezza di Monaco

Basta con le provocazioni

Scontro totale

Quelle inutili statistiche

Non va tutto bene

Quando Vitali....

Novemila firme al vento

C’erano una volta i partiti
I buchi di Bologna
Pochi ma buoni
Siamo a metà strada
Lunedì 25 febbraio: è partita la campagna
Il congresso di An
La forza della fede sportiva
Non si querelano i consiglieri comunali

Non si querelano i consiglieri comunali

In queste ore di particolare tensione per Bologna, a pochi giorni dal feroce omicidio di Marco Biagi, è difficile affrontare altri temi. La città ha saputo rispondere bene, in modo compatto all’attacco del terrorismo. Anche la politica ha saputo svolgere in modo composto la sua parte, con la grande manifestazione di Piazza Maggiore.

In quella occasione ho apprezzato l’intervento del sindaco Guazzaloca che ha saputo rappresentare, con equilibrio, i sentimenti di tutta la città.

Anche per questo motivo mi ha stupito la decisione del sindaco di querelare il consigliere Delbono. Fatta salva la scelta assolutamente personale e legittima di adire alle vie legali, mi pare che l’iniziativa sia sproporzionata rispetto alle dichiarazioni del nostro collega ad un quotidiano cittadino.

Sovente avviene nei dibattiti e nelle dichiarazioni politiche, per rafforzare un ragionamento e proprie convinzioni, usare toni forti e sostenere paradossi, ne sono esempio i dibattiti nelle sedi consiliari e parlamentari.

Il consigliere Delbono, come tutti i consiglieri di Palazzo d’Accursio, ha il diritto-dovere di svolgere il proprio mandato in piena libertà e quando dal dibattito politico si passa alle aule giudiziarie perde la politica.

Per questo motivo, assieme al collega Benecchi, anche per il ruolo istituzionale che rivestiamo, abbiamo auspicato che il sindaco rivedesse la sua scelta accettando il confronto nell’aula consiliare, la più idonea per contestare le affermazioni di Delbono.

Anche al sindaco è capitato di esprimere giudizi pesanti su avversari politici e sappiamo che non ama troppo i dibattiti in consiglio comunale.

Ora però è importante che riveda la sua posizione accettando quel confronto diretto con le opposizioni che aiuterebbe a stemperare le tensioni.

 

Bologna, 27 marzo 2002

 

Maurizio Cevenini

 

La forza della fede sportiva

 

A volte una città viene messa sottosopra da episodi che a prima vista appaiono futili e invece rappresentano tantissimo nel cuore dei cittadini.

E’ così che l’esonero di un allenatore di basket scatena una mezza rivoluzione e porta gran parte di un pubblico, definito il più corretto d’Italia, ad assediare il presidente e a ritardare l’inizio di una partita.

Quando uscirà questo articolo molto probabilmente si saprà di più sulla decisione di un imprenditore che alla guida di una compagine sportiva ha vinto tutto per merito del più grande allenatore mai esistito nel basket, e ha deciso di cacciarlo. Forse con una squadra un po’ meno forte non avrebbe centrato di nuovo tre obiettivi su tre, ma uno intanto lo aveva già raggiunto e in Europa veleggiava in testa. Più realisticamente, deve essere successo qualcosa di grave e non pubblicizzabile tra i due che ha fatto, come un raptus assassino, compiere un gesto apparentemente inconsulto.

Naturalmente auspico che il buon senso porti Madrigali a rivedere la sua posizione non solo per calmare la piazza ma nell’interesse della gloriosa Virus.

Lo sport, anche in una città tranquilla come Bologna, rappresenta molto sugli equilibri sociali ed economici della città. Almeno un quarto degli abitanti della nostra città è attivamente interessato alle sorti delle nostre principali squadre di calcio e basket e le istituzioni cittadine devono seguire con particolare attenzione i momenti di tensione che si verificano. Nel luglio dello scorso anno toccò al Bologna calcio subire una forte contestazione per le scelte di mercato, prima avvenne con la Fortitudo, oggi la Virus che pareva una macchina perfetta.

Le società sportive moderne rappresentano, a tutti gli effetti, aziende complesse regolate dal mercato ma a differenza di altre imprese stimolano interessi diffusi che possono mettere a repentaglio la stessa tranquillità di una comunità.

Naturalmente non voglio esagerare l’impatto di un episodio circoscritto, ma le immagini del PalaMalaguti mi hanno impressionato e ripeto l’amore sportivo che degenera in violenza ha esempi diffusi.

Il mondo politico deve riflettere e vigilare invitando, nei limiti delle proprie possibilità, gli imprenditori impegnati nello sport, a tener conto che quelle che gestiscono sono società atipiche perché le squadre restano patrimonio dell’intera città.

L’imprenditore che non capisce questo è pericoloso.

 

Bologna, 13 marzo 2002 Maurizio Cevenini

 

Il congresso di An

 

Tra meno di un mese si svolgerà nella nostra città il congresso nazionale di AN. Un appuntamento certamente importante per una forza che esprime il vice Premier e il rappresentante del governo in seno alla Convenzione Europea, chiamata a scrivere le regole di un’Europa sempre più unita non solo per la moneta.

La scelta di Bologna non è casuale. Per usare le parole del sottosegretario Urso, la vittoria del centro destra a Bologna è stata determinante per il risultato nazionale dello scorso anno e An vuole giustamente marcare la propria presenza nella coalizione che sosterrà, anche nel 2004, Giorgio Guazzaloca. Personalmente sono molto contento che AN, come ovviamente farà Forza Italia, abbia un approccio coerente anche sul piano amministrativo bolognese e si richiami alle regole del bipolarismo.

Sono in campo due coalizioni, più o meno litigiose, che a Roma come a Bologna si confrontano e presentano ai cittadini le proprie idee. A livello governativo come a Bologna ha vinto il centro destra mi auguro che la prossima volta l’esito si capovolga.

Detto questo, vorrei soffermarmi su alcuni temi, sicuramente al centro del dibattito congressuale, che dovrebbero interessare particolarmente gli elettori di An e di conseguenza buona parte dei lettori di questo giornale.

Per quel poco che ho seguito del dibattito di AN, da Fiuggi in poi, mi pare che i temi dell’unità nazionale, nell’ambito dell’integrazione europea, e della giustizia siano stati al centro dell’attenzione dei dirigenti e dei militanti.

Gianfranco Fini, reduce dall’ultimo abbraccio con Umberto Bossi, anche se meno caloroso di quello di Berlusconi, come motiverà l’alleanza ibrida con questa Lega dalla vocazione secessionista, che per sopravvivere sta alzando vergognosamente il tiro contro l’Europa? Sul conflitto di interessi - io ritengo non ci siano neppure le condizioni per la firma del Capo dello Stato su una legge incredibile - e sull’attacco di Berlusconi e Castelli ai magistrati non rischia, il partito che ha fatto della legalità e dell'unità del Pese le ragioni della propria svolta, di perdere buona parte della propria credibilità?

Sono interrogativi che un congresso dovrebbe affrontare, perché il rischio che il posto di potere faccia ingoiare qualsiasi nefandezza è molto alto.

Questo è capitato anche alla sinistra quando ha affrontato con troppa timidezza temi che erano al centro del proprio impegno politico.

Sono considerazioni in libertà che non hanno l’ambizione di fare cambiare opinione, ma stimolare il dibattito su scelte fondamentali per il nostro Paese.

Bologna, 6 marzo 2002

Maurizio Cevenini

 

Lunedì 25 febbraio: è partita la campagna elettorale

 

Ormai non c’è più speranza. Lo scorso mandato, la disponibilità della maggioranza, forse eccessiva alla luce degli avvenimenti di questi giorni, aveva portato ad un confronto fruttuoso sulle regole e ad un coinvolgimento pieno del consiglio comunale sulle scelte strategiche del comune.

In questo mandato alcuni consiglieri, io mi metto tra questi, avevano tentato di lavorare per ottenere che il confronto tra i due schieramenti non fosse pregiudiziale, con l’obiettivo di rendere dignitoso il ruolo del consiglio, pur ridimensionato dalle competenze sempre più ampie in capo al sindaco.

Lunedì è svanita l’ultima possibilità di confrontarsi nella sede più alta della politica.

La maggioranza di centro destra, senza alcuna distinzione da parte delle liste civiche ormai definitivamente organiche al proprio schieramento, ha, di fatto, impedito ai rappresentanti della metà dei bolognesi l'esercizio del sacrosanto diritto di valutare il lavoro dell’amministrazione a metà del cammino.

L’ostruzionismo di una valanga di pretestuose domande d’inizio seduta, ha rappresentato la volontà di non riconoscere dignità all’avversario politico, che va contrastato con la forza e la convinzione delle proprie idee.

Si poteva fare di tutto, compresa la scena muta d’analoghe occasioni precedenti, ma sulla valutazione del programma di giunta è indispensabile affrontare l’aula senza furbizie e scorciatoie.

Ora può succedere di tutto. L’ostruzionismo incrociato, l’utilizzo esasperato dei cavilli del regolamento, fino al trionfale utilizzo della forza dei numeri della maggioranza.

Per la democrazia, e più terra terra per le persone chiamate pro-tempore a fare il consigliere comunale, è una sconfitta, la più amara.

Questo significa che la ventata di rinnovamento delle elezioni del ’99 lascerà ben poca cosa, se non una logorante campagna elettorale di due anni. Non mi sono mai permesso, a differenza di altri, di criticare l’atteggiamento personale dei miei avversari, ma almeno dai nuovi della politica, entrati in consiglio sulla scia di Guazzaloca, mi sarei aspettato un atteggiamento di maggiore disponibilità.

Ora non resta che spostare il confronto dalle aule alle piazze di Bologna, come avviene in tutta Italia per le scelte di forza del Governo Berlusconi. Lì almeno Casini prova a tenere una posizione d’equilibrio.

Chi si avvantaggerà dalla schermaglia politica, lo diranno gli elettori nel 2004; personalmente mi rammarico di questa conclusione.

Bologna, 27 febbraio 2002

Maurizio Cevenini

 

Siamo a metà strada

 

L’opposizione in consiglio comunale lunedì prossimo discuterà del bilancio di metà mandato della giunta Guazzaloca. Lo farà sfruttando uno stratagemma regolamentare perché, ancora una volta, il consiglio comunale è stato privato di un’occasione importante di dibattito franco, sulle realizzazioni del programma del centrodestra. I cittadini, naturalmente, sono già stati informati attraverso le conferenze stampa del sindaco che sono certamente utili ma non hanno il giusto contraddittorio che l’organismo principale del comune può esprimere.

Naturalmente mi auguro che la giunta e soprattutto i colleghi di maggioranza, colgano l’occasione per intervenire nel dibattito, ma è forte il timore che ancora una volta sia riconfermata la delega totale al sindaco.

Il nostro obiettivo è di analizzare in modo pacato e il più possibile obiettivo, basato su dati certi forniti soprattutto dalla macchina comunale, questi due anni di lavoro della giunta e del consiglio comunale, mettendo a confronto gli impegni elettorali dei reciproci schieramenti.

Riteniamo che questo sia il modo giusto di svolgere la funzione d’indirizzo e di controllo, che è propria di tutti i consiglieri comunali e che rende stabile il rapporto tra il sindaco eletto direttamente e l’assemblea.

Avremmo voluto, fortemente voluto, evitare questa forzatura nel confronto e sarebbe bastato che il sindaco Guazzaloca, per la prima volta da inizio mandato, ma nell’occasione più significativa, si fosse presentato ai rappresentanti di tutti i cittadini con il bilancio del suo lavoro fino ad oggi. Avrebbe ottenuto come in tutte le rare volte che si è rivolto al consiglio comunale e il confronto sarebbe avvenuto, nella dialettica delle posizioni, in modo corretto ed esauriente.

Ci rivolgeremo ai cittadini, con i mezzi a disposizione di un’opposizione democratica che esercita il suo mestiere, senza presunzione e con grande rispetto per l’avversario avversario nonostante, ancora una volta, decida di snobbarci.

 

Bologna, 20 febbraio 2002

Maurizio Cevenini

 

Pochi ma buoni

 

La settimana scorsa si è svolta la manifestazione dei comitati antismog, che è stata accolta con grande ironia dagli esponenti della giunta e della maggioranza del comune; anche buona parte della stampa è stata severa nella ricostruzione della giornata parlando di una scarsa partecipazione.

La spontaneità dei cittadini che da mesi stanno lanciando il grido di dolore per la situazione seria dell’inquinamento nella nostra città, ha portato ad organizzare un corteo nella giornata più improponibile e nell’orario più arduo per ottenere una grande partecipazione.

A differenza di quanto pensano i miei colleghi del fronte opposto, personalmente ritengo che la manifestazione abbia ottenuto un risultato molto positivo.

Il corteo ha visto l’attenzione di tanti bolognesi che transitavano per il centro di Bologna e anche i mezzi di comunicazione che hanno disquisito sul numero dei partecipanti hanno elencato i temi sollevati dagli organizzatori, riportandone ampiamente i pareri.

Come spesso accade, le iniziative coraggiose e d’avanguardia hanno effetti a distanza e fanno riflettere coloro che ogni giorno subiscono gli effetti delle scelte dei governanti.

Non voglio essere ipocrita e, pur avendo partecipato a quella manifestazione, mi metto tra coloro che usufruiscono abbondantemente dei privilegi e dei vantaggi che l’uso dell’automobile mi portano; nel contempo mi considero, come la stragrande maggioranza dei bolognesi, un rigoroso osservatore delle regole con il solo limite di trasgredire quando i furbi restano impuniti.

Questa è la colpa grave degli attuali amministratori di Bologna. Si annunciano e a volte si prendono iniziative per la tutela della salute ma non si ha il coraggio o la volontà di farle osservare pienamente con tutti i mezzi a disposizione. Sirio, su cui Berselli e compagnia ci ha fatto sputare sangue per sei anni, oggi è disponibile per tutelare i cittadini e i vigili della nostra città.

Forse se la situazione diventerà più grave e i sondaggi elettorali lo permetteranno sarà attivato verso la fine del mandato quando gli alleati del sindaco potranno ululare alla luna, tanto i giochi delle candidature saranno già fatti.

La sufficienza con cui la giunta e il sindaco guardano a queste iniziative mi ricorda qualcosa di non molto lontano nel tempo.

Anche noi fummo, in troppe occasioni, disattenti e ironici sulle proteste dei pochi che si mettevano in gioco. Era la punta dell’iceberg dello scontento che montava e che poi si tradusse nell’inattesa sconfitta elettorale.

Bologna, 12 febbraio 2002

Maurizio Cevenini

 

I buchi di Bologna

Una rubrica d’attualità come questa è giusto che si occupi del fatto più eclatante della settimana. Ovviamente per il centro sinistra l’argomento è Nanni Moretti, ma, un po’ per schivare l’oliva e un po’ per l’interesse dei bolognesi, parlerò di buchi.

Mi riferisco in primo luogo all’allagamento di Via D’Azeglio anche se ho l’ambizione di allargare il tema ai progetti, più o meno realizzabili, della giunta. Intanto sul caso è inutile lo scarica barile dei protagonisti, committente, Comune, Seabo; è evidente che ci troviamo davanti al classico concorso di colpa tra enti pubblici e privati che, incalzati dai tempi, hanno affrontato in modo superficiale un intervento all’apparenza banale. Ci sarà sicuramente una doverosa inchiesta che accerterà le responsabilità di chi ha provocato il danno ed eventuali ritardi nei soccorsi. Certo fa sorridere che l’unico tratto di strada veramente chiuso al traffico, con il parere unanime di tutti, e quindi immune alle diatribe sulla viabilità, si trovi al centro di una polemica per un intervento legato al trasporto pubblico.

Vengo però alla parte più seria del ragionamento che vorrei sviluppare.

La giunta Guazzaloca si sta caratterizzando per i grandi progetti, in parte solo annunci, sulla viabilità futura, ipotecando impegni sul piano finanziario mostruosi per chi sarà chiamato a governare negli anni successivi.

Tram, metropolitana, buco della collina comporterebbero, qualora i progetti precedessero, un’operazione di "trivella continua" che per dieci anni metterebbe a soqquadro la città, distruggendone il già difficile equilibrio; se a questo aggiungiamo che, nell’approssimarsi della scadenza elettorale, la miopia da isolamento che caratterizza l’amministrazione porterà all’assoluta incomunicabilità con il territorio confinante, il quadro si fa ancora più cupo.

Sul piano tecnico, pur rispettando gli esperti, ritengo che sia un errore pensare di affrontare il métro, nei tracciati e nelle percorrenze ipotizzate, per la conformazione del nostro sottosuolo e mi auguro sinceramente che quest’amministrazione non assuma impegni tali compromettere il futuro di Bologna. E qui penso seriamente agli equilibri finanziari. I cittadini, fuori d’ogni demagogia, sono già tartassati a sufficienza da non dover sopportare nuove addizionali per strumenti di dubbia utilità.

La rivoluzione che l’emergenza ambientale imporrà nei prossimi anni deve vedere azioni mirate e prudenti, coperte da finanziamenti certi. Ho il timore che questa giunta non abbia piena consapevolezza delle sua debolezza programmatica.

 

 

Bologna, 6 febbraio 2002

Maurizio Cevenini

 

 

 

C’erano una volta i partiti

Prima di approfondire il ragionamento, onde evitare che l’acuminato Petronio si accanisca su di me con il solito editoriale, ricordo a me e ai lettori che le tristi vicende romane dell’Ulivo dovrebbero esimermi dal criticare gli altri, ma, su questo giornalaccio di destra, devo fare la mia parte.

Con tutto il rispetto non credo che la presidenza del quartiere Saragozza rappresenti, in sé, un incarico tanto significativo da fare esplodere un caso che, se non porterà a querele personali, certamente minerà fortemente i rapporti tra Forza Italia e Alleanza Nazionale.

Infatti in ballo non c’è la sorte di un quartiere e dei destini dei suoi abitanti ma assistiamo ad una vera e propria resa dei conti, interna ed esterna, ai due partiti.

Ho ricordato in più occasioni come la visibilità del sindaco, unita al modo con cui ha vinto le elezioni amministrative, rende lo spazio sempre più stretto alla giunta, ai singoli consiglieri e ai responsabili di partito. Questo disturba moltissimo gli esponenti locali di Forza Italia e AN, schiacciati tra l’impossibilità di avere un candidato alternativo e più funzionale ai propri progetti e Ancora una volta il centro destra, a Bologna, si scanna per una poltroncina.

l’inevitabile erosione di voti da parte della lista del sindaco.

I posti, più o meno ambiti, di potere sono saldamente nelle mani di Guazzaloca e dei suoi designati e quindi anche il rione fa gola, al punto di perdere la testa e reagire scompostamente a ogni manifestazione dell’avversario-alleato. In questo contesto va apprezzata, sul piano dell’astuzia politica, la componente sulla carta più debole del polo, il ccd, che coperta e diluita nella lista civica si permette di richiamare gli alleati ad un maggior senso di responsabilità.

Ci stiamo insomma avvicinando rapidamente ad una campagna elettorale che si preannuncia molto anticipata, non solo da sinistra, e i segnali si faranno sentire in occasione dei congressi annunciati.

Non a caso i bolognesi hanno fortemente voluto il congresso nazionale di AN a Bologna, certo per il valore altamente simbolico della conquista della città rossa ma soprattutto per avere più spinta nella sfida con il partito del cavaliere.

Un disperato segnale d’esistenza in vita dei partiti, rispetto all’invadenza della lista civica.

Intanto la città svivacchia tra le emergenze che, come direbbe il saggio, non sono né di AN né di Forza Italia.

Bologna, 30 gennaio 2002 Maurizio Cevenini

 

Novemila firme al vento

Il Sindaco di Bologna, nei giorni scorsi, ha compiuto l’atto dovuto di scrivere, ai promotori della raccolta di firme per il referendum contrario all’erogazione del buono scuola, che il comitato dei garanti nella maggioranza dei suoi membri ha giudicato inammissibile il quesito proposto.

Parlo di atto dovuto perché il comitato dei garanti è un organismo, previsto dallo statuto e dal regolamento del nostro comune, deputato all’espressione di questo parere.

Detto degli atti formali mi sento di riportare i passaggi di questa vicenda che, a mio parere, segna una pagina negativa dell’attività amministrativa del comune di Bologna.

Tutti sanno che su questa vicenda dei buoni scuola, applicati con diversi criteri in varie parti d’Italia, e più in generale sul ruolo e i rapporti tra scuola pubblica e privata i pareri sono tanti e diversi; in tutto il Paese è in corso un dibattito culturale, in parte ideologico, che attraversa gli schieramenti politici e s’intreccia con la discussione in Parlamento, negli Enti locali e nelle scuole sulla contestata o osannata, secondo i gusti, riforma Moratti.

Personalmente non m’iscrivo tra gli oltranzisti della battaglia contro i buoni scuola, e proprio per questo mi sento di analizzare questa vicenda con il dovuto distacco.

Ad inizio mandato il Consiglio Comunale avrebbe dovuto rinnovare il Comitato dei Garanti che, tra l’altro, nel frattempo aveva perso per motivi diversi due membri.

Ci dimenticammo, e per questo mi assumo come dovrebbero fare anche altri, piena responsabilità.

Non solo; quando ci accorgemmo, stimolati dalle richieste per il primo referendum del mandato, appunto i buoni scuola, perdemmo altro tempo per le schermaglie trai partiti per la nomina dei successori dopo il rifiuto, legittimo, di un membro dei tre in carica di dare parere in presenza di quest’impasse. In vacanza del comitato, dopo diverse sollecitazioni, i promotori del referendum avviarono la raccolta di firme, a proprio rischio naturalmente su un quesito che, sempre a mio parere, sul piano tecnico appariva chiaro e rispondente ai criteri comunali.

Sono state raccolte novemila firme, frutto di un lavoro intenso e dell’adesione convinta di tanti bolognesi. Oggi quelle firme, oggettivamente rappresentative di un impegno democratico, sono carta straccia.

Sul piano formale e burocratico la decisione resta ineccepibile, sul piano politico e del rapporto con il cittadino l’amministrazione e i suoi organi, compreso quello di cui faccio parte, escono molto male, sicuramente sconfitti anche se qualcuno canta vittoria.

Bologna, 23 gennaio 2002

Maurizio Cevenini

 

Quando Vitali…..

Ad inizio anno arrivano le statistiche e i consuntivi dell’anno precedente.

Ogni settore della vita pubblica viene sezionato e analizzato da esperti, più o meno autorevoli, che stilano classifiche tra le pubbliche amministrazioni.

Inevitabilmente scattano i confronti e le polemiche anche tra chi si trova in buona posizione, ma ha segnato un qualche arretramento, seppur marginale.

Bologna è tra quelle città che rispetto all’anno precedente ha ceduto qualche posizione in generale e molte sul piano della sicurezza.

Da qualche settimana la Giunta e la maggioranza, arrampicandosi un po’ sugli specchi, accampano scuse per dimostrare che i dati non sono credibili perché la nostra città è molto più sicura di anni fa.

Naturalmente tutto questo fa parte delle normali dinamiche del dibattito politico, ma ciò che conta è cosa pensano veramente gli operatori, i cittadini, gli stessi tutori dell’ordine.

E’ proprio su questo punto che vorrei soffermarmi partendo dalla convinzione che non sia possibile che i bolognesi siano appagati dalla situazione attuale.

Credo di parlare a ragion veduta perché ho assistito e partecipato alle stesse discussioni durante il mandato amministrativo di Vitali; in quegli anni ogni occasione era buona, e la pubblicazione dei dati statistici era particolarmente allettante, per attaccare il sindaco e l’amministrazione.

I cittadini protestavano, le categorie economiche smaniavano, i giornali facevano inchieste.

Dall’elezione di Guazzaloca, ammesso che la tesi suffragata dai numeri sia esatta, a fronte di gravi problemi sulla sicurezza e vivibilità in città le reazioni sono marginali.

Una sorta di assopimento generale avvolge tutti: gli elettori del polo, grandi urlatori in campagna elettorale, forse temono di indebolire il loro sindaco richiamandolo proprio sul tema vincente della sfida elettorale borbottano piano, gli elettori dell’Ulivo sono forse timorosi di attaccare sul tema che, uno strano luogo comune, vuole più caro alla destra.

La conclusione è che su Vitali giungevano bordate impietose, sull’attuale sindaco certamente molto più abile a presentarsi sul mercato, anche davanti a dati inconfutabili, solo qualche timido e leggero segnale.

Trovo questo molto strano e curioso e voglio sottoporlo all’attenzione dei lettori.

Bologna, 17 gennaio 2002

Maurizio Cevenini

 

Non va tutto bene

Nei giorni scorsi il giornale più letto della città ha dedicato due pagine nazionali a Bologna sul tema della sicurezza. Uno spazio di grande rilievo lo ha occupato il nostro sindaco elencando in una specie d’editoriale, tutti gli atti positivi che l’amministrazione ha svolto.

Pur essendo legittima la volontà del primo cittadino di evidenziare gli atti assunti come i migliori possibili, mescolando minuziosamente interventi relativi alla viabilità ad altri che toccano la vivibilità in città, non credo che Bologna sia quella descritta.

Naturalmente saranno gli elettori a giudicare l’operato dell’amministrazione ma visto che l’inchiesta del Carlino era centrata sulla sicurezza mi permetto di contestare alcuni passaggi.

Va ricordato che la campagna elettorale del sindaco e del polo di centro destra si è caratterizzata per il forte impegno sulla sicurezza, al punto d’individuare un apposito assessorato dedicato all’argomento, ritenendo che un dirigente di Polizia come Preziosa fosse l’uomo giusto per l’incarico; l’esperienza è durata poco e con l’avvento di Monduzzi penso che si possa affermare che si è chiusa per sempre. Se in Preziosa vedevo il pericolo di una eccessiva militarizzazione del corpo di Polizia Municipale oggi con Monduzzi e le sue dichiarazioni fatalistiche: "più di così non si poteva fare" il comune ha abdicato ad un ruolo su questo delicato terreno.

La sicurezza nelle città è il tema più difficile che le amministrazioni si trovano ad affrontare e mi guardo bene dal dire, come invece ha fatto a piene mani qualche mio avversario politico, che Bologna è invivibile. Bologna ha le difficoltà tipiche delle città medio grandi del nostro Paese che non hanno saputo attrezzarsi per tempo davanti ha fenomeni giudicati di micro criminalità, sottovalutando il fenomeno e le relative conseguenze sul piano delle relazioni sociali. Le forze dell’ordine hanno un ruolo primario e ben definito ma senza un proficuo rapporto con il governo della città ogni iniziativa diventa episodica e lascia fasce di territorio scoperte.

La sinistra non è immune da questa critica e a Bologna ne ha pagato le conseguenze. L’attuale amministrazione non ha apportato miglioramenti e credo che nessun bolognese, od occasionale visitatore, possa affermare che in questi due anni il centro storico e più in generale la città sia più sicura.

Bologna, 9 gennaio 2002

Maurizio Cevenini

 

Quelle inutili statistiche

Alla fine dell’anno, come consuetudine, assieme al presidente Marchetti abbiamo presentato il consuntivo di fine anno dei lavori consiliari La meticolosa ricostruzione degli atti predisposta dalla nostra segreteria ha dimostrato quanto inteso sia stato il lavoro prodotto dai consiglieri comunali in sede di commissione e in aula.

Ovviamente gran parte degli argomenti erano stati ampiamente ripresi dagli organi di stampa durante l’anno e quindi inevitabilmente la sintesi della conferenza stampa ha riportato i due elementi di novità: la polemica tra me e Marchetti sul rapporto tra giunta e consiglio e le statistiche di presenze e votazioni.

Sul primo punto devo precisare che tra me e il presidente c’è rispetto reciproco e piena collaborazione, elementi che hanno permesso al consiglio di svolgere con proprietà i suoi compiti; è evidente che di fronte a decisioni che non trovano l’unanimità, in particolare sulle procedure, si crea un conflitto istituzionale che in alcune occasioni ha prodotto tensioni. Mi sono permesso di sostenere che il nostro consiglio, soprattutto per un certo atteggiamento di sufficienza da parte della giunta, ha raggiunto punte polemiche tipiche dell’ultimo tratto di mandato, quando la politica prevale sull’amministrazione. Riporto questi aspetti per evidenziare quanto sia partecipata, anche se un po’ frustrante, l’attività dei consiglieri comunali.

Questa premessa mi serve per affrontare il tema della statistica delle presenze che, inevitabilmente, ha monopolizzato il resoconto sulla stampa per l’attrattiva che desta ogni dato sintetico sul lettore.

Premesso che è doveroso essere presenti il più possibile nelle aule consiliari, devo ammettere che per alcuni consiglieri la freddezza dei numeri può essere ingenerosa.

Ricordo che se il numero di presenze alle sedute può essere limitativo per rappresentare l’assiduità dei consiglieri, la somma delle votazioni non rende merito alla qualità delle presenze.

Il mezzo elettronico, che permette di conteggiare tutte le volte che è premuto il pulsante-voto, somma indistintamente verifiche di numero legale, ordini del giorno sull’universo e atti di straordinaria rilevanza per la nostra città, primo tra tutti il bilancio.

I consiglieri vanno valutati, e lo faranno gli elettori, per il lavoro che producono non solo in aula ma anche nelle commissioni e la qualità si misura sugli interventi e le proposte più che nel voto.

Accolgo quindi le obiezioni di diversi colleghi che si sono lamentati dell’esposizione cruda delle cifre e ritengo che forse sia giusto interrompere questo modo di esporre periodicamente i dati, concentrando la nostra attenzione sulla sintesi del lavoro prodotto.

 

Scontro totale

Sono tra i responsabili dell’ultima revisione dello statuto e del regolamento del Consiglio Comunale, e quanto scriverò può risultare in contraddizione ma la politica è fatta di queste cose.

Il consiglio ha uno strumento prezioso e utile, gli interventi d’inizio seduta e le domande d’attualità, per permettere a tutti i consiglieri di evidenziare fatti avvenuti nell’ultima settimana e chiedere spiegazioni alla giunta.

E’ un’opportunità che utilizzano in particolare le minoranza per chiedere conto all’esecutivo di scelte fatte o da fare che non passerebbero per il dibattito delle commissioni; naturalmente, seppur in misura minore, anche i consiglieri di maggioranza svolgono interventi e domande ed in questo caso, di norma, permettono all’assessore di turno di fare bella figura.

Sia io che il presidente del consiglio abbiamo, da inizio mandato, utilizzato con grande elasticità questa norma del regolamento permettendo ai consiglieri di parlare di tutto ed ogni tanto capita che lo spazio sia utilizzato per finalità politiche più che amministrative.

Succede, quindi, che il capogruppo di An, Galeazzo Bignami interpelli l’assessore Raisi che è anche il responsabile di An a Bologna per chiedergli, retoricamente, spiegazioni sulla ormai famosa festa del Parco Nord durante la quale gli organizzatori pare abbiano consegnato ricevute scritte a mano a favore del gruppo Due Torri. Il fatto esiste, pur non essendone informati i potenziali destinatari, ma c’è modo e modo per segnalarlo.

Il capogruppo di An, partito di governo a Bologna e nel Paese, è perfettamente consapevole che la denuncia di un episodio, grave ma marginale, assume una valenza politica superiore se sbandierato in apertura di un consiglio comunale con un botta e risposta scontato con il proprio assessore di riferimento.

Non vorrei essere frainteso parlando di un’iniziativa che sul piano formale è assolutamente legittima, ma spinge ad un clima di forte conflitto tra gli schieramenti e si collega ad altri episodi già segnalati nel numero precedente.

Un clima avvelenato, nel quale si parla sempre più spesso di magistratura che di amministrazione, non serve alla città e non qualifica il lavoro dei partiti e dei gruppi consiliari.

Bologna, 19 dicembre 2001

Maurizio Cevenini

Basta con le provocazioni

A Bologna, fortunatamente, in questi ultimi anni non si è assistito ad episodi di violenza politica. La criminalità micro o macro che sia non è mancata, anzi tende a crescere ma su questo, anche se il bilancio dell’assessorato alla sicurezza è deludente, c’è unità d’intenti tra forze dell’ordine, politica e cittadini. Sugli episodi di violenza legati direttamente o indirettamente alla politica le divisioni ci sono e ad ogni episodio si moltiplicano le occasioni di scontro.

In questi ultimi giorni alcune azioni provocatorie e irresponsabili hanno creato le condizioni per un aumento della tensione politica, già scossa dagli avvenimenti nazionali e internazionali.

Il primo, certamente il più grave, è il cosiddetto telefono spia dell’onorevole e consigliere comunale Garagnani. L’iniziativa in sé è stata ampiamente sconfessata sul piano politico da molti esponenti del centrodestra e oggettivamente, dopo lo scoop dei primi giorni, sarebbe lentamente terminata;

Anche perché non mi risulta che siano molti, genitori e studenti, disposti alla delazione arbitraria rivolta ad un interlocutore istituzionale incompetente sull’eventuale oggetto della denuncia.

Ho più volte avuto occasione di affermare che l’esistenza dell’on. Garagnani, con le granitiche certezze e la chiarezza espositiva dei suoi interventi, mi convince che la scelta di essere sull’altro fronte politico è giusta.

Ma non mi piace l’incitazione alla rissosità insita in questa sua proposta e c’è voluto poco perché qualche furbo, il buon Monteventi non può controllare tutto il suo movimento, abboccasse con l’azione più ingenua: la classica torta in faccia. Ma subito dopo sono arrivate le bastonate di reazione e fortunatamente ci si è fermati qui.

L’altro fronte mi pare lo voglia aprire AN, forte della posizione di governo, nel contestare con i suoi massimi dirigenti locali, le forze dell’ordine ree di troppa tolleranza nei confronti delle manifestazioni della sinistra e troppo dura con i neofascisti di Forza Nuova.

Anche su questo terreno occorre un più alto senso di responsabilità nel pesare le dimensioni dei fenomeni perché Bologna non è Genova e l’azione del Prefetto e del Questore, ma anche del Sindaco su questo aspetto, improntata alla prudenza sono più efficaci delle azioni muscolari.

Bologna, 11 dicembre 2001 Maurizio Cevenini

 

La chiarezza di Monaco

Ho apprezzato molto la chiarezza dell’intervento di Carlo Monaco.

Spazzando via i venticelli dell’ambiguità che percorrevano il Palazzo, l’assessore ha detto le cose più ovvie: la maggioranza che ha vinto nell’indimenticabile ’99 non si cambia e si riproporrà nel 2004 con lo stesso candidato sindaco.

Nel cuore del suo articolo, usando parole ancora più chiare, ha dichiarato che le ragioni del bipolarismo si sono affermate nel modo più netto e irreversibile anche nella politica nazionale".

Personalmente tutto ciò mi era chiaro da tempo ma è bene che in politica vengano usate le parole più semplici, a volte scontate, per convincere, usando sempre le parole di Monaco, "quei pochi che ancora non lo avessero capito".

Ovviamente da Monaco mi divide la valutazione sui movimenti e comitati nati in città a difesa della vivibilità in quanto non strumentali alle forze d’opposizione, ma segno di un malessere reale.

Non è scandaloso, anzi è sano, che tra maggioranza e opposizione vi siano programmi e progetti alternativi per la città e questo è sempre più evidente sulle cose concrete: viabilità, sicurezza, servizi. Sarà su questo che i bolognesi decideranno chi rappresenta il vecchio o il nuovo, sempre ammesso che questi termini abbiano senso se usati in modo discrezionale.

Comunque nessuna opposizione pregiudiziale come abbiamo dimostrato dichiarando la disponibilità ad un’azione concertata sulle grandi opere che toccheranno la nostra città nei prossimi anni; purtroppo ogni segnale di volontà di confronto è stata rigettata da Giunta e maggioranza, ma anche questo può far parte di una legittima strategia volta a delegittimare l’avversario politico.

Non importa; con calma e pazienza lavoreremo in questi anni per la costruzione del programma con cui candidarci alla guida del Comune quando nel 2004 i cittadini si troveranno due schieramenti ben definiti e distinti: centrodestra e centrosinistra.

 

Bologna, 4 dicembre 2001

Maurizio Cevenini

 

 

Per Ivan

Ad inizio novembre, in occasione della partita Bologna Fiorentina, in molti si sono chiesti chi era quel ragazzo timido e schivo seduto tra i Sindaci di Bologna e Firenze al centro della tribuna centrale; il suo nome è Ivan Dall’Olio, un ragazzo come tanti con la passione per sua squadra del cuore, che il 18 giugno del 1989 durante una trasferta a Firenze fu gravemente ustionato da una molotov gettata dal delinquente di turno sul treno dei tifosi. Negli anni successivi gli incontri tra Bologna e Fiorentina, purtroppo non solo quelli, hanno vissuto momenti di grande tensione, parzialmente sopiti nell’ultimo anno da un’altra tragedia che lega il calcio delle due città, la tragica morte di Niccolò Galli. Quando nel 1996 iniziammo come consiglieri comunali a svolgere incontri di calcio con gli altri comuni scegliemmo proprio  Firenze, anche in ricordo di quell’episodio, come prima città con qualche illusione di dare un contributo, con le nostre ridicole partite, a stemperare gli animi.

In questi anni Ivan è stato sottoposto a delicatissimi interventi che lo hanno aiutato a riprendere una vita normale, pur nella consapevolezza di dover portare per sempre sul viso i segni della stupidità degli uomini.

Oggi Ivan ha bisogno del sostegno morale ed economico della sua città ed è per questo motivo che si è rivolto al comune, al sindaco non per chiedere l’elemosina ma perché ci si ricordasse di lui.

Il comune di Bologna e il comune di Firenze hanno dichiarato la loro disponibilità pensando a diverse iniziative, la prima simbolica è la raccolta dei gettoni di presenza della seduta di lunedì scorso; ma non basta: occorrono altre idee ed iniziative, non solo per aiutare un ragazzo a riprendersi la vita, ma anche per far crescere una cultura di tolleranza e rispetto, in particolare nei giovani.

La politica può fare molto perché su questi temi, abbandonando le rigide divisioni a volte imposte dal copione, può esprimere il meglio di sé lasciando una traccia positiva del suo passaggio.

Bologna, 28 novembre 2001 Maurizio Cevenini

 

Ancora su Dozza

In queste ore si è saputo ufficialmente che giovedì 29 novembre alle ore 11,30, nella sala del consiglio comunale avverrà la commemorazione del sindaco Dozza; non avverrà davanti al consiglio comunale formalmente convocato, come personalmente avrei preferito, ma rimane un appuntamento di straordinaria importanza che il sindaco Guazzaloca ha voluto contro il parere d’ampi strati della sua maggioranza. Se il vice sindaco Salizzoni non avesse bruciato la notizia, probabilmente vi sarebbe stato l’atto più coraggioso del confronto consiliare, ma la maggioranza a Bologna è di centro destra e neppure l’autonomo e autorevole sindaco ha potuto spingere fino a tanto lo strappo. Certo è un occasione perduta perché sarebbe stato utile, sentendo i pareri di tutti gruppi consiliari, confrontare le diverse valutazioni su vent’anni importanti della storia amministrativa di Bologna anche se buona parte di queste sono state espresse nel dibattito sui giornali.

Giuseppe Dozza era prima di tutto un consigliere comunale, il capolista del suo schieramento politico; l’elezione a sindaco avveniva nell’aula consiliare con l’espressione di voto dei consiglieri, l’avvicendamento con Fanti avvenne durante il suo ultimo mandato senza che gli elettori venissero di nuovo chiamati al voto.

Forse è per questo motivo che aveva alto il rispetto verso l’assemblea consiliare, ne ascoltava i dibattiti, forse non privi di momenti noiosi come i nostri, e coglieva più volte l’occasione per accogliere spunti e osservazioni degli avversari. Questo è ciò che raccontano i suoi vecchi compagni di partito e molti oppositori in consiglio comunale.

Era un comunista, e non se ne vergognava di certo, si confrontava prima con i suoi compagni di partito, dentro e fuori l’aula consiliare, ascoltare gli umori della gente, forse sapeva fare sondaggi ma poi sulle grandi opere tesseva la tela del confronto con chi era opposizione a Bologna ma al governo nel Paese. Fu lungimirante in questo perché pur avendo i numeri per governare, in presenza di una divisione ideologica fortissima, ottenne spesso consensi più ampi del suo schieramento. Il tutto nella saldezza dei principi e della separazione netta tra destra e sinistra.

Altri tempi, non ho il minimo dubbio. Ma in questi giorni che siamo chiamati a ripensare a quei tempi, fa un po’ sorridere l’appello dell’assessore Monaco sulla concertazione per le grandi infrastrutture; ci fu qualcuno che, libero da pregiudiziali, questa via la propose ad inizio mandato, quando non ardeva il fuoco della polemica e si poteva recuperare tempo, ma la risposta fu sprezzante e a quella non ne seguirono altre.

Bologna, 21 novembre 2001 Maurizio Cevenini

 

Ingoierete anche questo rospo

La scorsa settimana mi ero soffermato sulla possibile conversione del Sindaco sui temi ambientali anche se, ovviamente, è prematuro pensare che i fine settimana a piedi rappresentino qualcosa di più concreto di un’iniziativa occasionale; in ogni caso lo capiremo presto dal grado di sofferenza dei fluidificatori convinti della maggioranza polista.

Se è vero, come tende a sottolineare questo giornale attraverso ripetute interviste a miei autorevoli colleghi, che il centro sinistra trova molte difficoltà ad incidere sulle scelte cittadine è altrettanto vero che i consiglieri di centro destra vivono una sindrome ben più pericolosa.

Vedete cari colleghi io sono profondamente convinto che il lavoro svolto nelle aule consiliari sia straordinariamente importante per lo sviluppo della città ed è occasione d’arricchimento politico e culturale per tutti, ma la scelta dei cittadini avviene sulle realizzazioni che percepiscono e sulla fiducia che ispira il primo cittadino e l’alleanza che lo sostiene.

Bologna vive un equivoco, per certi versi virtuoso, di un Sindaco che con equilibrio mantiene le distanze con le opposizioni, nessun incontro e nessun confronto di merito, ma anche dalla sua maggioranza.

Non possiamo dimenticare le più o meno marcate richieste dei principali partiti, AN e Forza Italia, sistematicamente disattese e deluse e, con il disinnesco della mina Rocco di Torrepadula, si allontanano le possibilità d’altre cancellazioni eccellenti dalla storia di Bologna, vedi Resistenza, fascismo, ecc.

Si è vero, il grande strappo c’è stato con l’elezione del vostro primo Sindaco, non comunista o ex, ma dal ’99 ad oggi quante delusioni….

Ma ecco spuntare l’ultima, la più bruciante e amara, l’anniversario della nascita di Giuseppe Dozza; proprio durante questo mandato doveva avvenire…

Il solo parlare d’iniziative per commemorare il sindaco più amato, quello della lotta al fascismo e della ricostruzione, fa scattare l’indignazione e fioccano le dichiarazioni di contestazione agguerrita.

Non succederà nulla perché Bologna non vota in maggioranza a destra, e voi sapendolo ingoierete anche questo rospo; e mentre il vostro leader massimo e Presidente del Consiglio lancia bordate, fuori luogo e fuori tempo, contro i soliti comunisti e la magistratura responsabile degli anni di tangentopoli, voi assisterete impotenti alla commemorazione del Sindaco più rosso e amato della storia di Bologna.

Ci vuole pazienza.

Bologna, 13 novembre 2001                        Maurizio Cevenini

La svolta

Il nostro sindaco, nei giorni scorsi, si è recato a New York portando al popolo americano, duramente colpito dall’attacco barbarico dei terroristi, la solidarietà di tutti i bolognesi; ovviamente sono stato particolarmente felice che la visita, anche se programmata da tempo per motivi culturali, sia stata occasione d’importanti incontri con autorità e con la nostra comunità. Spero che il sindaco abbia voluto invitare il vescovo di New York a visitare la nostra città, fortunatamente liberata dai comunisti, ma questa è l’unica stonatura di un viaggio che sinceramente giudico utile per la nostra città.

Purtroppo, fatte salve alcune dichiarazioni su giornali e televisioni, abbiamo avuto poche informazioni sulla visita e ritengo che il consiglio comunale avrebbe particolarmente gradito una relazione del sindaco o dell’assessore Deserti.

Certe esperienze sono particolarmente utili per valutare, oltre alle condizioni eccezionali in cui versa la città americana, l’organizzazione dell’amministrazione locale e, fatte le debite differenze, metterla in relazione con la nostra. Ovviamente non può essere paragonata la vivibilità di Bologna, sia prima sia dopo la caduta dei comunisti, rispetto ad una metropoli delle dimensioni di New York. Resta il fatto che dal ritorno del sindaco da questo viaggio, a Bologna abbiamo assistito ad una serie d’iniziative sul traffico che cambiamo radicalmente la precedente impostazione.

Non ho elementi per sostenere che la svolta ecologista nelle scelte dell’amministrazione sia stata influenzata dal timore di vedere il centro di Bologna ridotto come alcune caotiche zone di New York; può essere, più banalmente, la constatazione delle ragioni dei tanti comitati cittadini o gli impressionanti dati sull’inquinamento, resta il fatto che le ultime iniziative sconfessano le precedenti.

La chiusura del centro storico nei fine settimana, l’aumento dei controlli ed ultimo il calo delle tariffe del bus, quest’ultimo difficilmente gestibile sul piano finanziario se non in presenza di una massiccia intensificazione nell’utilizzo del mezzo pubblico, mettono in un angolo i fautori della fluidificazione e creano i presupposti per una regolamentazione seria dell’abusivismo imperante.

Le prossime settimane saranno utili per comprendere se si tratta di un cambio di rotta o un momento di distrazione dei pasdaran della deregulation.

 

Bologna, 7 novembre 2001

Maurizio Cevenini

L’impotenza del consigliere

Diventare consiglieri comunali di una media città come Bologna non è facile.

Occorre far parte di un partito o una lista civica che raccolga molti voti e all’interno di questo ottenere consensi personali. Ottenuto l’agognato (?) risultato viene la parte più difficile: ritagliarsi un ruolo o per meglio dire dare un senso alla propria presenza. Certo si fa parte di un gruppo o di uno schieramento e quindi, per rispetto al mandato elettorale, è importante studiare gli atti e garantire la presenza alle votazioni sia in commissione sia in consiglio.

Ovviamente, anche per igiene mentale, è frustrante limitarsi alla presenza e allora tutti i consiglieri dopo l’iniziale apprendistato, si lanciano in interventi sui vari argomenti in discussione e con il passare del tempo si passa, in alcuni casi, all’ossessione da intervento che è malattia grave assai diffusa tra noi. Per non offendere i colleghi personalmente ho sofferto di entrambe le malattie e quindi le mie bonarie osservazioni fungono da autocritica.

Il "mestiere" del consigliere comunale è sicuramente duro e difficile perché se da un lato l’elezione con voto di preferenza ti porta ad essere interlocutore diretto di un certo numero di cittadini, dall’altro ti scontri con l’impossibilità, salvo rare eccezioni, di incidere concretamente sulle scelte di governo.

Lo spunto l’ho tratto ascoltando, dall’osservatorio privilegiato della presidenza del consiglio, i tanti interventi e domande d’attualità che i consiglieri di maggioranza e opposizione rivolgono alla giunta ogni lunedì. Alcune volte sono riflessioni o valutazioni politiche personali, molto spesso riguardano segnalazioni che singoli cittadini, il più delle volte elettori o dichiarati tali del consigliere, fanno giungere per trovare soluzioni in tempi brevi.

Non prendo in considerazioni problemi minuti di carattere condominiale ma devo osservare che su questioni rilevanti, supportate da corpose raccolte di firme, il povero consigliere si trova disarmato davanti al muro di gomma di risposte predisposte dall’apparato amministrativo, che gli assessori leggono con poca spinta per non dire con sufficienza.

E’ capitato spesso anche a me e non è una situazione piacevole.

Gli ultimi appelli che mi sono giunti da più fonti, riguardano l’impossibilità di dormire in zone del centro che un tempo erano vere e proprie oasi di pace. Basta un locale aperto e la totale deregulation del traffico per creare disagi insopportabili. Ordinaria amministrazione per il consigliere impotente.

Bologna, 30 ottobre 2001

Maurizio Cevenini

ROCCO E I SUOI FRATELLI

Come i lettori di questo giornale sanno, lunedì scorso abbiamo assistito, anzi siamo stati protagonisti, dell’ennesimo episodio comico durante i lavori del consiglio comunale. Per carità il tema era particolarmente serio- l’abolizione del segreto di stato, il risarcimento alle vittime del due agosto 80, la lapide con riferimento a strage fascista-; le comiche sono partite dopo, quando, dopo aver tirato il sasso, gli accompagnatori occasionali dell’ariete Rocco di Torrepadula si sono acquattati dietro la trincea del sindaco sostenendo che l’iniziativa era di un consigliere autonomo e isolato, solito a queste uscite.

Insomma ci è mancata solo la richiesta di TSO per suggellare la sconfessione totale del proponente.

Avvenne la stessa cosa in occasione della richiesta, da parte dello stesso Rocco di Torrepadula, di cancellare il riferimento alla Resistenza nello Statuto del Comune. Immediatamente i capigruppo di maggioranza appoggiarono solennemente la proposta con interventi motivati, poi, quando il sindaco fece capire loro che avevano sbagliato, uso un eufemismo, immediatamente cambiarono rotta e finsero di stupirsi per il polverone che si era levato.

Ecco io credo che sia questo atteggiamento che comincia ad essere insopportabile.

Rocco non è un isolato, rappresenta i pensieri segreti di un centrodestra che non si accontenta di modificare le scelte amministrative ma che vuole cancellare episodi che rappresentano ormai la storia di questa città.

E’ stato sconcertante sentire dalle parole dell’Assessore Raisi, in quel momento onorevole, alla Camera quando ha cercato di isolare l’episodio richiamando i tanti trascorsi notturni del Consiglio Comunale; Raisi sa bene che quell’ordine del giorno circolava da settimane e non è stato approvato per un incidente di percorso, soprattutto perché ha visto un grande numero di interventi del centro destra a sostegno. Il Parlamento ha affrontato un breve dibattito straordinario su questa vicenda bolognese, che forse, viste le successive dichiarazioni, si sarebbe potuto evitare.

Appuntamento con il prossimo film e vedremo se stavolta Rocco avrà ancora dei fratelli o resterà solo nelle sue costanti provocazioni.

 

Bologna, 24 ottobre 2001 Maurizio Cevenini

 

Morandi e Sala Rossa

La settimana scorsa mi ero permesso di suggerire all’assessore Deserti di prendere in considerazione la possibilità di abbandonare l’allegra compagnia della Giunta Comunale che, secondo i bene informati, non l’ha mai tenuta in grande considerazione. Naturalmente ha prevalso la ragion di Stato e come spesso accade nel governo della nostra città sono bastate due parole del Sindaco per mettere a tacere tutti i pretendenti all’ambito posto e rimettere in sella la gentile signora Deserti.

Non sono certo meravigliato della decisione, perché si iscrive nel lungo elenco di delusioni che il Sindaco provoca nei suoi alleati che vengono regolarmente tenuti a distanza dalle leve del comando.

Quindi avanti con l’assessore Deserti che, appena riacquisita la pienezza dei poteri, è intervenuta ad un interessante convegno sul futuro del museo Morandi per sostenere la linea governativa del tutto va bene, dov’è il problema? Infatti il giorno dopo Marilena Pasquali, anima della straordinaria storia del Museo nonché curatrice testamentaria del lascito, ha abbandonato definitivamente l’incarico.

Ovviamente la continuità di un museo non va legata alla presenza di una persona, seppur autorevole, ma quando si brancola nel buio e si dà l’idea della volontà di smobilizzo con voci alimentate ad arte sulla prossima uscita del Museo dall’attuale sede, si distrugge un immagine.

Non è necessario Sgarbi per sapere della straordinaria importanza di Morandi per Bologna ma è altrettanto pragmatico capire che attrae molto di più l’omonimo cantante se le opere non vengono conservate in locali facilmente riconoscibili, nel circuito turistico classico.

E’ impensabile individuare una collocazione più idonea del Palazzo di Città per un museo che si vuole valorizzare. E’ stata sufficiente la confusione di ruoli e di competenze di questi ultimi mesi per avere un calo rilevante di visitatori figuriamoci in caso di decentramento, vedi i numeri di visitatori della Galleria d’Arte Moderna nella sua sede periferica.

In questa logica va iscritta la pur marginale vicenda della Sala Rossa che al termine di un buon restauro è diventata Sala di Giunta, allargata alla riunione dei capigruppo. Senza riprendere la polemica sulla squallida sala per matrimoni mi pare che il Palazzo cominci a diventare un po’ troppo riservato ad alcuni addetti ai lavori.

Ma l’assessore sostiene che tutto va bene e se i bolognesi ci credono ha ragione lei.

Bologna16 ottobre 2001

Maurizio Cevenini

 

 

Mettiamo fine alla sceneggiata

In questi giorni di tragedie, sommersi da segnali di guerra e tragedia, parlare di "niente" come dice il nostro Sindaco, aiuta.

Anch’io approfitto del mio giornale di riferimento per entrare nella infinita novela delle dimissioni dell’assessore alla cultura, l’elegante signora Deserti.

E’ chiaro a tutti che tra la Signora, unica donna della Giunta della svolta, e "il resto del mondo" che appoggia il Sindaco si è creata una frattura insanabile; il fatto più sconcertante è che appare molto difficile individuarne l’origine o un singolo episodio scatenante. Personalmente non sono tra coloro che sostengono che dal ’99 in poi sul piano culturale non si è fatto nulla di buono, anzi credo che una serie di iniziative, pur in assenza di un piano organico, siano riuscite bene.

Il fatto veramente grave è che in modo sottile si stanno emarginando molte esperienze d’avanguardia che, non avendo potenti coperture e appoggi, vengono lasciate morire.

Intanto, con l’avanzamento dei lavori di sala Borsa, stanno giungendo al pettine le scelte strategiche per i poli culturali a partire dalla galleria d’Arte Moderna e il tormentone della destinazione e delle competenze del Museo Morandi.

Ma su tutto questo l’assessore Deserti o non si è sentita o ha regolarmente espresso opinioni in totale contrasto con le decisioni della Giunta, subendo un costante commissariamento variabile: una volta Raisi o Monduzzi, un’altra Zanzi, qualche volta direttamente il Sindaco.

Ad essere sinceri qualche volta la sua resistenza ha ottenuto qualche successo, ma effimero e in attesa della mazzata successiva.

Le opposizioni hanno dato il loro contributo sferrandole duri attacchi, fino a quando si sono rese conto di sbagliare interlocutore; allora qualche volta in un moto di simpatia si sono trasformate in insidiose alleate che hanno contribuito alla sua emarginazione.

Naturalmente è possibile che non succeda nulla e che le prevedibili dimissioni non arrivino mai ma, a questo punto, credo che sarebbe una ulteriore agonia di tre anni che la cortese signora non merita.

Mi permetto di consigliarle di porre fine a questa ridicola sceneggiata e riporre nel cassetto dei ricordi questa esperienza, che come spesso accade sarà utile per il futuro.

Lasci a Forza Italia la rivendicazione del posto che, come sempre, il Sindaco assegnerà a qualcun altro.

Bologna, 10 ottobre 2001                                     Maurizio Cevenini

 

Il giornale di riferimento

 

Questa settimana è stata caratterizzata dallo scontro violento tra il Sindaco di Bologna e la leader indiscussa di Forza Italia Isabella Bertolini.

Scintille se ne erano già viste nei mesi scorsi poi, la pausa elettorale e i fatti internazionali, avevano sospeso le esternazioni; è bastata una dichiarazione del Presidente degli Industriali per il rilancio del conflitto fatto di dichiarazioni pesanti ed esplicite molto distanti dal tocco di fioretto che contraddistingue la stragrande maggioranza delle uscite politiche.

Ancora una volta i dissidi interni alle maggioranze, vedi il centrosinistra nel ’99, riescono a mettere a nudo le difficoltà dell’azione amministrativa; ciò che dice oggi la Bertolini, ma anche importanti settori della vita economica, era stato detto da molti esponenti dell’opposizione, ottenendo, però, scarso ascolto sugli organi di informazione e nelle città.

Ma è proprio sugli organi di "cosiddetta" informazione che vorrei soffermarmi. Nel botta e risposta Guazzaloca-Bertolini, sono partite accuse incrociate di sfruttamento del proprio giornale di riferimento, i giornali in questione sono naturalmente Repubblica e il Resto del Carlino. Fa un po’ sorridere che personaggi di quel calibro, con visibilità importanti, si lancino queste accuse, visto che la posta in palio è di diversa natura.

Appare evidente che il centrodestra a Bologna vive una profonda contraddizione. Il primo partito italiano, Forza Italia, si sente stretto nel patto d’acciaio Casini, Fini, Guazzaloca che occupa il campo, con la preoccupazione, a mio parere ben più remota, che il Sindaco, accentuando sempre più la sua autonomia decisionale, voglia presentarsi da solo alle elezioni con un occhio a destra e uno a sinistra.

Non è un problema di antipatie personali, che a volte in politica ha un qualche rilievo, ma l’esigenza di rivendicare un proprio peso; mentre qualche anno fa, nella politica nazionale, queste esigenze si traducevano nella esplicita rivendicazione di qualche incarico in giunta o fuori, oggi viene visto dall’opinione pubblica come sgradevole ingerenza.

Se poi vediamo che appena si profila un cambio, il Sindaco sceglie il meno sospettabile, vedi Preziosa-Monduzzi, la vita per la dinamica Bertolini, che rischia di oscurare l’aggressivo Garagnani, si fa più dura.

Vedremo cosa ci riserveranno le prossime puntate, intanto, con questo piccolo spazio, mi consolo nel non dover rivendicare un giornale di riferimento: è un po’ di destra ma a Bologna si dice "piottòst che gnènte, piottost" (la traduzione è certificata dalla compagnìa Lanzarini)

 

Bologna, 3 ottobre 2001                                         Maurizio Cevenini

Caro Petronio

E’ difficile riprendere a parlare dei piccoli problemi di Bologna con la tragedia che ha investito tutti noi, in ogni angolo del mondo. Ma tornare nel proprio cortile, tutto sommato lucido e pulito, disquisendo del nulla, può essere utile, e lo è almeno per chi scrive; per questo affronterò il tema più leggero di queste ultime ore: la passeggiata di San Petronio, dopo centotrenta anni, dal riparo della Sua Chiesa all’incrocio trafficato delle Due Torri. C’è voluto il solito guardiano della rivoluzione del ’99, l’attivissimo Rocco di Torrepadula, a scombinare i piani della Giunta che stava preparando la grande sorpresa ai bolognesi, ma sarebbe stata dura, comunque, arrivare inosservati fino al 4 ottobre.

Ho detto subito che il tema è leggero e non vorrei contraddirmi caricandolo di troppi significati; certo che se per fare una sorpresa, sicuramente gradita a molti bolognesi, io fra questi, si fa l’errore di non avvertire neppure la sovrintendenza non si fa un bel servizio alla comunità.

Non è giusto che un manipolo di tecnici e operai fosse al corrente del lieto evento e avesse, come pare, il vincolo di segretezza anche nei confronti di dirigenti e amministratori della città.

E’ molto chiaro e comprensibile come il nostro Sindaco, molto legato alla bolognesità e petronianità, voglia calcare, anche sul piano simbolico, tutti i richiami alla nostra tradizione e alla storia; importante è che i fedeli esecutori delle sue iniziative tengano presenti alcuni aspetti burocratici evitando qualche figuraccia. In queste ore il guardiano della rivoluzione ha scoperto che altre statue probabilmente vedranno la luce; bene, sono molto contento, perché le statue arricchiranno il nostro bel centro storico;

spero che per queste qualche notizia arrivi in anticipo.

Detto questo veniamo al Santo Patrono.

Sullo spostamento condivido le preoccupazioni manifestate da Eugenio Riccomini sull’opportunità di muovere dal suo ricovero l’originale: meglio una copia.

Cosa ben diversa e apprezzabile se il ritorno di San Petronio tra le torri fosse coinciso con un reale ridimensionamento del traffico, in particolare quello abusivo, attorno a quella zona. Ma qui riprenderei la vecchia polemica su Sirio che, non avendo la dignità del Santo, resta spento.

Sono curioso di vedere se l’omonimo che scrive su questo giornale avrà voglia di mettersi nei panni del Santo cercando di interpretare cosa avrebbe gradito.

 

 

Bologna, 18 settembre 2001

Maurizio Cevenini

 

 

Come incursore per conquistare consensi

 

Mi capita spesso, in questi ultimi tempi, di trovarmi in qualche modo in imbarazzo per scelte che sono giudicate criticabili e inopportune.

Prevalentemente riguardano presenze in radio, televisioni, giornali.

Ancora una volta Massimiliano Mazzanti, avvia un’iniziativa editoriale per la quale mi chiede di collaborare. Lo feci mesi fa quando uscì la Pravda non ho trovato ragione per dire no oggi, anche se varranno le considerazioni di cui sopra.

Mi spinge la convinzione che chi occupa un ruolo pubblico deve cercare di utilizzare le opportunità per raggiungere i cittadini, tutti i cittadini, perché i posizionamenti sono spesso molto sfumati; ciò vale prevalentemente per quelli come me che, non facendo parte di gruppi di potere e non partecipando a "salotti buoni" e meno buoni, deve arrangiarsi con gli scarsi mezzi a disposizione.

E allora valgono come motivazioni le parole che usai in occasione della partecipazione alla Pravda e che riporto integralmente (citarsi a volte dà soddisfazione):

"Giocare in trasferta è sempre stimolante e spinge a dare il meglio; è con questo spirito che occuperò lo spazio con l’obiettivo ambizioso di dare spunti di riflessione e perché no conquistare, se non consensi, qualche simpatia".

Tra l’altro all’interno della frase vi è il nome del giornale: obiettivo, che, come molte parole della lingua italiana, si presta a diverse interpretazioni.

Il primo significato più nobile che indica il vocabolario: imparziale, equo, oggettivo; il più negativo che si lega al linguaggio militare e a volte elettorale, è lo scopo o il fine da raggiungere.

Mi pare che l’editore voglia darne una lettura ottico-fotografica d’osservazione o messa a fuoco di Bologna e delle sue esigenze.

Nei miei interventi cercherò di sfruttare il grandangolo per riprendere le zone di sinistra che, per distrazione degli altri redattori, potrebbero rimanere in ombra. Non sarò obiettivo, cercherò di portare un po’ d’acqua al mio mulino che pare avere, in questi ultimi tempi, qualche difficoltà di rotazione.

Ma non cercherò di fare il furbo nascondendomi ambiguamente dietro le posizioni ufficiali del mio partito o del mio schieramento. Questa è la presentazione o se volete la minaccia, dal prossimo numero si comincia.

Ho barattato con l’editore, che ingenuamente pensa di conquistare qualche lettore di sinistra con la mia partecipazione, la possibilità di propagandare il mio sito: https://www.mauriziocevenini.it/

Bologna, 3 aprile 2001

Maurizio Cevenini

Resistenza: una resa dei conti rinviata

 

Secondo le regole classiche della politica la partita sulla resistenza non si è chiusa con la seduta di lunedì. Non è stato un dibattito inutile come avrebbe voluto la maggioranza, o almeno una parte consistente di essa, ma è stato un confronto aspro su posizioni veramente diverse e contrapposte.

Non a caso il primo intervento, a nome dell’intera maggioranza, è stato del fine giurista Morello che avrebbe dovuto mettere il coperchio sulla discussione giudicando illegittima la volontà di blindare un articolo dello Statuto. Ma ha prevalso la politica, attraverso la libertà dei consiglieri di esprimere il proprio parere nell’aula deputata. Sono saltati i piani predisposti per sminuire il dibattito e un alto numero di consiglieri di ogni parte politica ha espresso il proprio parere. Lo stesso Sindaco, che interviene raramente nel dibattito consiliare, ha ritenuto opportuno ribadire anche in aula, quanto aveva dichiarato in esclusiva a E’ TV.

Per carità, alla fine la maggioranza ha votato compatta il rinvio del tema in commissione, ma il dibattito ha confermato pienamente i dubbi che spinsero me e il collega Benecchi a scrivere una lettera al Sindaco. E’ noto che buona parte di Forza Italia e An vogliono, dopo due anni di repressione, marcare la discontinuità nel governo di Bologna. Sulle cose concrete è difficile riuscirci perché il Sindaco, con la sua autorevolezza e conduzione centralizzata, rende scarsamente praticabile l’accelerazione su settori nevralgici (traffico e sicurezza per fare due esempi) allora meglio orientarsi su qualificati valori simbolici.

Non è stato un caso che l’ennesima iniziativa dell’isolatissimo Rocco di Torrepadula, fosse sposata in commissione dai tre principali gruppi di maggioranza, compreso quello del Sindaco. Era ghiotta l’occasione di rimuovere quel richiamo alla Resistenza che tanto ricordava i governi della città che per oltre cinquant’anni si era sognato di sconfiggere.

Se non avessimo strattonato il Sindaco- e in questo senso accetto le accuse di strumentalità -, certi della sua ferma posizione sui valori della Resistenza, il tema, già licenziato a maggioranza dalla commissione, avrebbe fatto irruzione nell’aula consiliare sostenuto dalle motivazione che onestamente molti consiglieri hanno anticipato nella discussione.

Il Sindaco ha parlato chiaramente ma non è riuscito a chiudere definitivamente la partita perché la sua maggioranza ha voluto tenere aperta la possibilità di cambiare la carta d’identità di Bologna.

Su questo terreno non ci potrà essere mediazione.

Per saperne di più vistate il sito: https://www.mauriziocevenini.it/

Bologna, 10 aprile 2001

Maurizio Cevenini


Una montagnola elettorale

 

Da questa settimana siamo ufficialmente in campagna elettorale. I Partiti e i candidati hanno trenta giorni per esporre la propria merce nel modo più persuasivo possibile per raggiungere gli elettori. Se si escludono i sicuri perdenti, che sono comunque una rispettabilissima maggioranza, esistono due tipologie di candidato. L’anonimo e l’attivo. L’anonimo è colui o colei che, non avendo alcun valore aggiunto da portare, si appiattisce dietro la bandiera e il leader del proprio movimento e si limita ad attendere l’esito finale; l’attivo è il candidato che, con esiti tutti da verificare, porta del suo nella competizione elettorale convinto di trascinare voti a prescindere, direbbe Totò, dal marchio di fabbrica.

Premesso che i candidati DS e dell’Ulivo sono tutti belli e bravi analizzo, nella speranza di far loro qualche danno, i due leader bolognesi di AN, entrambi lanciati alla conquista di un seggio.

Il maestro di valore aggiunto è sicuramente l’incontrastato Berselli, inventore di candidature vincenti e di mezzi di trasporto originali; oggi vola tra le nuvole con la sua mongolfiera mentre Raisi deve rimane saldamente con i piedi per terra. Berselli è tranquillamente primo nella quota proporzionale di AN, Raisi da secondo è legato ad una combinazione di risultati per ottenere l’agognata elezione al Parlamento. Raisi sfodera tutte le sue armi da un lato sostenuto dal Partito che guida a Bologna, dall'altro mettendo a frutto il ruolo importante di esponente della Giunta Guazzaloca. Il Sindaco anti-partito paradossalmente è il traino per le avventure elettorali dei suoi assessori di Partito. Raisi lo sa bene e accelera. Vedrete quante belle iniziative annuncerà il nostro assessore da oggi alle elezioni; sulla prima, però, gli è andata male per un banale incidente di percorso. Da pochi mesi il Comune ha un nuovo segretario generale che, chiamato ad esprimere un parere tecnico sulle iniziative della giunta, ha rotto il primo giochino di Raisi: il lancio in grande stile del progetto di riqualificazione della Montagnola. Era tutto pronto, certamente anche la conferenza stampa di lancio ma l’ingenuo segretario si è permesso di dire che quel progetto aveva l’esigenza del vaglio di quell’Ente inutile chiamato Consiglio comunale. In tempi normali lo slittamento di circa un mese sarebbe prassi ordinaria, vedi il piano del traffico che non scandalizza nessuno se è in ritardo di quasi un anno; ma le elezioni non aspettano e la riqualificazione se viene annunciata il 14 maggio non ha lo stesso valore…

Forza Enzo, pensane un’altra.

Bologna, 17 aprile 2001

Maurizio Cevenini


La clava della giunta sul volontariato

 

E’ probabile che quando uscirà questo giornale si sia consumato uno dei primi veri atti di rottura che la Giunta di Bologna ha fortemente voluto. Non è di grande importanza sapere se c’è stato un braccio di ferro tra Foschini e altri esponenti della giunta o della maggioranza, ciò che conta è il risultato finale.

Sono sorpreso perché pensavo che ancora una volta il Sindaco riuscisse, con una di quelle mosse magistrali che solo lui sa fare, a costruire una valida mediazione per non rompere con una parte della città che garantisce la vita di forme importanti di volontariato e partecipazione.

La scure implacabile degli aumenti d’affitto si abbatterà indiscriminatamente su associazioni che vivono di modeste contribuzioni e saranno costrette a forti ridimensionamenti se non a chiusure definitive.

Per l’amministrazione parliamo di pochi milioni che bastano a garantire una decina di marginali incarichi professionali in qualche assessorato. Le spiegazioni portate dall’assessore sono risibili se non vengono inserite in un progetto politico che il solo vero pasdaran della rivoluzione berlusconiana, Garagnani, ha saputo o voluto rendere esplicito.

Queste organizzazioni sono covi organizzativi dei comunisti è ora di stanarli; lo si fa con l’arma sottile dell’affitto eventualmente rimborsabile a fronte della presentazione di progetti graditi alla nuova amministrazione, con eventuale gradita abiura del logoro passato.

Ecco il segnale del cambiamento tanto atteso dalle truppe della destra che hanno sofferto fin troppo dietro la moderazione di questo Sindaco che vuole abbracciare tutti. Ogni occasione è buona per rendere visibile e funzionale la volontà di cambiamento, un giorno il traffico, un altro il simbolo della resistenza, oggi le Associazione. Un colpo qui, un colpo là e Bologna cambierà veramente volto.

Il paradosso sta nel fatto che nel precedente mandato il lavoro di tutto il consiglio comunale, compresi i tre assessori dei Partiti del Polo, portò alla costituzione dell’albo delle libere forme associative e venne introdotto il bilancio sociale; quello strumento che permette di quantificare l’efficacia di interventi non definibili con gli ordinari mezzi di contabilità.

Posso sbagliare ma sono convinto che i bolognesi, e penso alla maggioranza di essi, si ribelleranno a queste forzatura e sapranno dare segnali precisi su cui riflettere. La prima occasione è tra poco, il 13 maggio.

Bologna, 23 aprile 2001

Maurizio Cevenini


Voglia di vincere

 

Alla vigilia dell’ultima settimana di campagna elettorale sinceramente non riesco a prevedere come andrà a finire; chi dice di avere certezze sull’esito lo fa per strategia elettorale, per scaramanzia, per parlare.

Ai lettori e alle lettrici di questo giornale, in grande maggioranza elettori della destra, voglio lasciare alcune riflessioni che spero scuotano le certezze e lascino qualche turbamento.

Alcune rapide premesse.

Berlusconi, gli altri con tutto il rispetto non fanno la differenza, è partito prestissimo con la sua massiccia campagna elettorale basata sull’immagine e su annunci efficaci e nello stesso periodo il centro sinistra ha toccato la punta massima di tensioni in vista della predisposizione delle liste elettorali. La Casa delle libertà, tenuto sotto tutela Bossi, ha saputo oggettivamente limitare le tensioni del periodo limitandole all’imbarco, vedremo se felice o meno, dei craxiani puri.

Maggiori preoccupazioni nell’Ulivo per i non allineati, in maggioranza gravitanti sullo stesso elettorato .

A questo vanno aggiunti i sondaggi, che, se non spostano voti in sé, creano aspettativa e curiosità maggiore sul potenziale vincente.

I programmi: nonostante i buoni propositi trascurati da entrambi gli schieramenti perché richiedono tempo e spiegazioni e rendono meno penetrante il messaggio; meglio quindi slogan semplici e tranquillizzanti.

Queste le premesse, poi lo starter ha sancito la partenza effettiva della campagna elettorale. E qui qualcosa è cambiato e sta cambiando con l’avvicinarsi del voto.

L’affidabilità di un capo unico ed indiscusso sostanzialmente alla prima esperienza di governo, volendo essere buoni e considerare non giudicabile la prima; qualche seria preoccupazione in più dopo le considerazioni internazionali e i guai giudiziari; Bossi che dà segni di intolleranza sull’unità nazionale ed è bene ricordare che in caso di vittoria sarà determinante, esattamente come nel 94.

Dall’altra parte sta penetrando, assieme alla consapevolezza del voto utile che dovrebbe penalizzare i non allineati, il messaggio di cinque anni di governo che è sempre più difficile sostenere che abbiano fatto arretrare l’Italia.

Capiremo meglio quanto sia pagante la volontà di Berlusconi di non affrontare un legittimo confronto con Rutelli, quando in ogni dibattito i suoi candidati rivendicano sfide, e spesso le fanno, con Ministri o altri candidati.

Aggiungo come ultima considerazione una rinnovata voglia di vincere che è spesso determinante per le sorprese finali.

 

Bologna, 1 maggio 2001

Maurizio Cevenini


Riccomini è un simbolo per la nostra città

Non so se appellarmi al Sindaco della nostra città possa danneggiare il Prof. Riccomini, ma lo farò ugualmente. Lo faccio dalle pagine di questo giornale che ha lanciato lo scoop del doppio incarico di Riccomini culminato nel bel balletto, in Consiglio Comunale, tra Mazzanti, nelle vesti di interrogante, e l’assessore Deserti che tempestivamente rispondeva. L’assessore, con un piglio decisionista mai mostrato in precedenza, ha chiuso rapidamente la pratica annunciando che verrà avviata la ricerca di un nuovo direttore per i musei civici.

Bravi, finalmente l’amministrazione risponde con scelte chiare e trasparenti. Cosa dirà Cevenini, si sono chiesti alcuni pasdaran della maggioranza, che tanto chiasso aveva fatto per il presunto doppio incarico di Waiermair, direttore della Gam?

Riccomini è un simbolo per questa città e la sua professionalità è stata riconosciuta in anni di esperienza da ambienti culturali e politici, lontani dalle sue convinzioni politiche. I risultati del suo lavoro sono sotto gli occhi di tutti e ricevono costanti attestazioni. Se non c’è via d’uscita rispetto all’incarico ricoperto a Milano, non sarò certo io a chiedere di violare delle norme; ma visto che pare che le condizioni per superare l'attuale situazione ci siano, allora mi appello al Sindaco perché non privi Bologna dell’esperienza di Eugenio Riccomini. Quella di Waiermair e tutt’altra storia. Nei primi mesi di incarico bolognese ha ritenuto opportuno continuare a dedicarsi ad altre attività senza esplicitarlo, anzi in contraddizione con i termini contrattuali. Ciò non significa che io voglia le sue dimissioni, anche perché riconosco le qualità dell’esperto e dello studioso, ho semplicemente chiesto spiegazioni sollevando, nella sede deputata, il problema per avere risposte convincenti. In modo arrogante si è deciso di non darmele per oltre un mese, fingendo che il problema non esistesse. Nel frattempo avveniva, di fatto, l’abbandono del Museo Morandi trascurando la grave scelta della responsabile Marilena Pasquali di chiedere un periodo di aspettativa.

Qualcosa non funziona in questo modo di agire. Io temo che i segnali sempre più evidenti di voler premiare gli amici, di ridurre al minimo i rapporti istituzionali con le opposizioni, siano brutti segnali per Bologna. Io spero che il clima elettorale abbia pesato in modo determinante in queste settimane, e che dal 14 maggio si ripristini un minimo di relazioni condivise. Nel frattempo mi auguro che dal voto per l’Ulivo, giunga nella nostra città una risposta chiara al governo del centro destra.

Bologna, 8 maggio 2001

Maurizio Cevenini

Ripartire da Bologna

 

La destra è in festa, questo giornale è in festa, io un po’ meno.

Silvio Berlusconi ha vinto le elezioni facendo il pieno di seggi ben oltre il conteggio dei voti. Ma questa è la regola, che io condivido, del maggioritario che ha fatto giustizia delle velleità e del egocentrismo dei vari Di Pietro, Bonino e compagnia che hanno fatto gettare dalla finestra milioni di voti. Anche il compagno Bertinotti ha dato una mano decisiva al cavaliere conquistando quei fondamentali 3 senatori che potranno sbattere la scarpa sul banco quando la destra prenderà provvedimenti contrari alla tanto amata e difesa classe operaia. Complimenti a tutti noi, comunque, per aver dilapidato dal 98 in poi la fiducia creata attorno al governo Prodi.

Adesso Berlusconi è chiamato a governare per cinque anni, come avviene nelle democrazie mature, rispettando il patto con gli italiani rendendolo compatibile con i parametri europei; all’ulivo resta il compito difficile di una opposizione chiara, intransigente corretta indispensabile per costruire le condizioni per una rivincita.

Ma fra tre anni si voterà nuovamente a Bologna e per noi che viviamo in questa città e due anni fa subimmo una cocente sconfitta, forse più dolorosa di quella di oggi, è il momento di fare partire la corsa per quell’appuntamento.

Sono tra coloro che sanno distinguere nettamente i risultati nazionali da quelli amministrativi e non mi faccio abbagliare dal voto di domenica in città. Ma sarebbe sbagliato sottovalutare quel 58 % ottenuto dal centro sinistra in città. Su quel voto, almeno in parte, incide un giudizio negativo sul governo della città nonostante il grande carisma che mantiene il Sindaco Guazzaloca. Il voto, senza voler parlare di fine di un’esperienza, ha ridimensionato il ruolo delle liste civiche che hanno voluto una conta nel confronto Tura Parisi mettendo in campo tutto il potenziale attrattivo, Sindaco compreso. Nessun entusiasmo naturalmente, sarebbe assurdo dopo una sconfitta elettorale, ma consapevolezza che, nel rinnovamento della nostra proposta politica, Bologna potrà riavere un governo di centro sinistra.

Occorreranno ancora passaggi importanti, primo tra tutti una proposta forte da contrapporre a Guazzaloca, ma la strada è giusta. Abbiamo lasciato alla Giunta un ampio margine di tempo, qualcuno è arrivato ad accusarci di eccessiva morbidezza, per sviluppare il proprio programma ma mi pare che prevalga il vuoto di idee.

Bologna, 16 maggio 2001

Maurizio Cevenini

 

Come riprendere un dialogo?

 

E’ finita. Dopo giornate interminabili è finito il balletto della delibera sull’aumento dei canoni per le libere forme associative. Su questo giornale mi permetto di dire che è finita senza vincitori né vinti, ma certamente hanno perso i bolognesi.

L’ostinazione dell’Assessore Foschini e della maggioranza hanno impedito anche i più modesti emendamenti che attenuassero il colpo, che potrebbe essere mortale, per tante organizzazioni di volontariato al servizio della città.

Paradossalmente la prima vera frattura profonda in consiglio comunale si è consumata su un tema che aveva visto nel precedente mandato il massimo della convergenza. Allora maggioranza e opposizione si impegnarono per mettere ordine, costituendo un apposito albo delle libere forme associative, in un settore molto delicato e sensibile alle scelte di parte.

Si fece un lavoro serio e meticoloso per mettere tutti coloro che si iscrivevano sullo stesso piano individuando criteri oggettivi per l’assegnazione di spazi e contributi; la presentazione dei bilanci sociali delle associazioni fu il compendio definitivo ad un eccellente lavoro.

Oggi, con l’approvazione della tassa Foschini, tutto ciò svanisce. Si passa ad un regime nuovo, probabilmente premiante per associazioni "amiche" che molto probabilmente faranno poco nell’interesse dei servizi per i bolognesi.

Ma come ho detto all’inizio si chiude, almeno temporaneamente, questo episodio ed è inutile insistere su posizioni che vedono una contrapposizione violenta.

Cosa resta di queste giornate? Certamente una frattura istituzionale che ha portato l’Ufficio di Presidenza ha spaccarsi su scelte regolamentari, che neppure la segreteria generale ha saputo ricomporre.

L’impossibilità di affrontare i prossimi impegni gravosi per il Consiglio, scelte urbanistiche, piano del traffico, bilancio consuntivo per indicare i principali, con serenità e possibilità di dialogo. Durante il durissimo dibattito sulle libere forme associative, esponenti della maggioranza hanno rimarcato il fatto, oggettivamente indiscutibile, che la maggioranza ha il compito di governare e non deve trovare ostacoli sul proprio cammino. Questo è vero ed è confortato dalla maggioranza ampia di voti che il sistema elettorale per i comuni, l’unico che premia la governabilità, affida al Sindaco e allo schieramento che lo sostiene.

Ma con l’arroganza e senza volontà di dialogo e mediazione anche la maggioranza più forte e coesa lavora male e rischia di fare gravi errori. Intervenendo in Consiglio ho cercato di ricordarlo al Sindaco e agli esponenti della sua lista civica con scarsi risultati. L’opposizione non teme tre anni di scontro frontale, forse è persino utile per la rivincita, ma io sono ancora tra coloro che ritengono più utile il confronto d’idee dello scontro muscolare. Vedremo.

Bologna, 22 maggio 2001 Maurizio Cevenini

 

Mattone su mattone

 

Sono passati pochi giorni dallo scontro durissimo sull’aumento dei canoni alle libere forme e si profila, su un tema minore, un altro scontro cruento.

Parliamo della nomina di uno di quegli organismi tanto assurdi quanto devastanti in caso di dissensi tra maggioranza e opposizione: il comitato dei garanti.

Lo Statuto e il regolamento del Comune prevedono che, in caso di richiesta di referendum abrogativo su un determinato provvedimento, questo comitato, composto da cinque membri, dia un parere di congruità sul quesito.

Sfortuna vuole che il Consiglio Comunale si dimentichi di rinnovare l’organismo entro tre mesi dall’insediamento e che se ne accorga quando viene annunciata la raccolta di firme per un referendum sui buoni scuola.

Naturalmente le disgrazie non vengono mai sole e anche la clausola di salvaguardia, che prevede la permanenza in carica del precedente comitato, viene messa in dubbio dal decesso di un membro e dalle dimissioni di un altro.

Come ulteriore complicazione lo statuto prevede che per l’elezione occorrano 32 voti su 47 e quindi una maggioranza talmente ampia da obbligare ad un accordo di tutti.

Quando prevaleva il buon senso, parlo del precedente mandato, in un organismo di questo tipo venivano indicate due persone dalla maggioranza, due della minoranza e, a ulteriore garanzia di imparzialità, il segretario comunale.

Le minoranza si sono pronunciate immediatamente per la riconferma dei due esponenti tuttora in carica le minoranza si oppongono, rivendicando una scelta in base a criteri non previsti dallo statuto; il tutto perché entrambi sono vicini alle posizioni dei promotori del referendum.

La conclusione è che dal 5 maggio il consiglio comunale è inadempiente nei confronti dei cittadini.

Perché parlo di questo episodio, in sé marginale?

Perché mi sto convincendo che certi irrigidimenti all’interno della maggioranza, con conseguente discredito del lavoro del Consiglio, facciano parte di una precisa strategia.

Non si spiega altrimenti un atteggiamento di questo tipo su un organismo che deve prendere una decisione obbligata e nelle conclusioni scontata.

L’idea che mi sto facendo è che si voglia dimostrare che da un lato vi è il Sindaco e il suo esecutivo che svolgono un’azione virtuosa per la città e dall’altra un consiglio comunale che si riunisce per chiacchiere inutili in mezzo a contenziosi sistematici da cortile.

Se è vero quanto affermo ogni mattone è utile per costruire questo muro dell’incomunicabilità che non ha precedenti nel comune di Bologna.

Bologna, 30 maggio 2001

Maurizio Cevenini

Un uomo solo al comando

 

In questo incredibile dopo elezioni pieno di confusione e di ricorsi per l’assegnazione dei seggi, appare sempre più evidente che la riforma che ha portato all’elezione diretta dei Sindaci delle città, sul piano della stabilità di governo, è la più convincente.

La garanzia del sessanta per cento dei seggi alla maggioranza permette ai Sindaci un buon margine di movimento ma la svolta sull’assessore incompatibile dalla carica di consigliere, rende d’acciaio il patto tra il primo cittadini e i principali collaboratori, anche se fortemente targati.

Del Sindaco di Bologna si parla molto di più di quanto faccia lui; io, in particolare mi riprometto di parlarne il meno possibile ma in certe occasioni è indispensabile.

Nella scorsa settimana, con la certezza dell’elezione alla Camera di Enzo Raisi è iniziato il prevedibile carosello di indiscrezioni sul possibile sostituto; An, attraverso l’autorevole Berselli, ha rivendicato il posto per AN, Forza Italia, sempre più stretta dopo il brillante risultato elettorale, più nazionale che bolognese, ha visto uno spiraglio per qualche suo esponente.

I bookmaker più accreditati tenevano in scarsa considerazione le dichiarazioni di Raisi sul lavoro da terminare; ormai era questione di ore e il sindaco avrebbe preso atto dell’esigenza del rimpasto.

Puntuale, come gli acquazzoni di questo periodo, è arrivata inesorabile la scelta del Sindaco che, come per Monduzzi, ha stupito la maggior parte degli osservatori.

Sul merito si può dire tantissimo partendo dalle oggettive difficoltà di chi è chiamato a ricoprire due incarichi impegnativi e dovrà fare acrobazie ma sul metodo occorre riconoscere a questo Sindaco che esercita pienamente le sue prerogative nella scelta degli assessori.

Occorre fare attenzione quando si svolgono, in poche righe, ragionamenti politici che si prestano a diverse interpretazioni; per questo motivo aggiungo che il doveroso riconoscimento al Sindaco, uomo solo al comando, non occulta una critica politica che rimane in piedi.

Mi pare che il Sindaco con l’avvicinarsi del secondo compleanno, sul piano politico, si sia sensibilmente avvicinato al polo sbiadendo l’immagine dei famosi 360 gradi. In modo rispettabile ha sostenuto, in campagna elettorale, che il rinnovamento del paese era contenuto nella proposta di Berlusconi e che il centro sinistra, DS in particolare, avevano esaurito la spinta propulsiva. Resta però la constatazione che i suoi principali alleati quando alzano il dito per un posto a tavola restano delusi e mi ha fatto piacere segnalarlo.

Bologna, 5 giugno 2001

Maurizio Cevenini


 

Ricomincio da tre

 

L’ironia di Petronio, anonimo che scrive sull’altra sponda di questo giornale, si è abbattuta sul mio grande amico e principale consigliere-ideologo: il Ciccio. Ne parlo questa settimana per espressa volontà dell’interessato che, balzato agli onori della cronaca al punto di ottenere un editoriale con caricatura, desidera ringraziare sorvolando sulla maliziosa descrizione delle ambasce in cui versa la sinistra. Naturalmente non posso che associarmi, in quanto ritengo che l’ironia, in particolare in politica, rappresenti un ingrediente fondamentale per attenuare il carico di responsabilità che investe ognuno di noi nella quotidianità dei problemi. Senza l’ambizione di imitare la spumeggiante vena di Petronio cercherò di rendere più leggero il mio impegno settimanale dando un’occhiata dietro la barricata avversaria.

Se i DS sono arrovellati nell’analisi della sconfitta e nella definizione di un programma che recuperi un ruolo per la sinistra passando attraverso la scelta del nuovo segretario che sembra ruotare attorno a tre nomi: Bersani, Cofferati, Fassino, Alleanza Nazionale, che sul piano dei voti non ha certo brillato, si trova, sfruttando al meglio gli effetti del maggioritario all’italiana, a dover gestire una valanga di incarichi di governo che impongono alla stessa persona di svolgere più funzioni. A partire da Gianfranco Fini, numero due del Governo e Presidente del Partito, a tutti i cosiddetti Colonnelli- Ministri o sottosegretari- compresa la pattuglia dei bolognesi. Mi soffermo sui bolognesi, ovviamente, perché sono amici e posso permettermi di scherzare soprattutto perché, sul piano degli incarichi plurimi, anch’io faccio la mia parte; i vincitori sono sicuramente loro sul piano locale: Berselli, Raisi e, con una ruota di distacco, Guidotti. Con un misto di invidia e ammirazione devo osservare che in questi due anni sul piano personale si sono giocati tanto e hanno vinto, sbancando la concorrenza. Per tutti ricomincia da tre una nuova avventura. Berselli, segretario regionale, parlamentare, sottosegretario alla Difesa che se otterrà l’incarico per la dismissione delle aree militari potrà essere fondamentale per Bologna che attende con impazienza; Raisi, commissario provinciale, deputato e assessore; il buon Guidotti, che non poteva essere da meno, non si trasferirà solo al Ministero ma resterà Presidente del Quartiere S. Stefano e capogruppo in Consiglio Provinciale. E’ ingiusto: Ciccio-Lenin, già insignito del tortellino d’oro, fa solo il barista.

Bologna, 12 giugno 2001

Maurizio Cevenini


 

Sono tutti nostri vigili

 

Se c’è qualcuno che non può essere sospettato di rapporti privilegiati con la CGIL è il sottoscritto. Per ragioni professionali ho dovuto ingaggiare furiose battaglie con esponenti sindacali; non sono mai stato tenero nei miei giudizi e dal fronte sindacale mi è stata resa la pariglia.

Ciò che è avvenuto in quest’ultima settimana con la polemica innescata attorno al famoso nucleo "scelto" per il controllo del centro storico, ha superato ogni limite della legittima conflittualità tra le parti.

Premetto di non essermi mai schierato a priori contro gli agenti che, volontariamente, avevano deciso di far parte della squadra speciale per il presidio della parte centrale della città, anche se ritengo che ogni sforzo dell’amministrazione dovrebbe essere volto al presidio di tutto il territorio: i tanto invocati e altrettanto assenti vigili di quartiere.

Il compito degli agenti di Polizia Municipale è in assoluto il più delicato e rischioso per questo deve essere rispettato e quando avvengono episodi come quelli all’attenzione della magistratura, deve prevalere su tutto la prudenza. E’ il sentimento che ha improntato il mio atteggiamento e lo mantengo anche sugli agenti che hanno ritenuto opportuno intervenire pubblicamente, attraverso il Resto del Carlino, per denunciare un presunto abbandono da parte della loro organizzazione sindacale a fini squisitamente politici. Avranno le loro ragioni e io le rispetto.

Mi preoccupa invece l’atteggiamento di chi, sul fronte della giunta e della maggioranza consiliare, ha cavalcato il caso per costruire la vecchia teoria del Sindacato, in particolare la CGIL, cinghia di trasmissione delle opposizioni. Facendo affiorare la voglia di annullamento di qualsiasi forma di dissenso verso l’ovattata azione del Sindaco che, con abilità, naviga tenendo alla corda le ambizioni dei suoi Partiti.

Strano atteggiamento riservato a chi (CGIL), a differenza delle opposizioni e con qualche stupore delle stesse, ha dato l’assenso sull’ultimo bilancio di previsione che, come tutti sanno, rappresenta l’atto politico più rilevante per l’amministrazione.

Lasciate in pace il Sindacato e fate il vostro lavoro di amministratori.

La cosa che mi preme di più in questo momento è assicurare, almeno per la mia quota di esponente della sinistra e dell’opposizione consiliare, che non esiste una distinzione tra vigili buoni e vigili cattivi.

Seguo con particolare attenzione l’evoluzione giudiziaria e mi auguro che gli agenti coinvolti possano dimostrare di aver agito con la correttezza dovuta in condizioni di particolare difficoltà.

Bologna, 20 giugno 2001

Maurizio Cevenini


LIBERO DI ESSERE SECONDO

 

Comincio ad esaltarmi perché per ben due volte Petronio, anonimo e acuminato corsivista di questo giornale, si occupa di me. La prima in forma indiretta attraverso le gesta del Ciccio e la seconda da protagonista pieno. Sono stato presentato, per chi non avesse letto il pezzo, come Tano Belloni, noto ciclista degli anni ’50, eternamente secondo dietro i grandi campioni di quel periodo. Petronio ha elencato i passaggi significativi della mia "carriera politica" e devo ammettere, con qualche rimpianto, che ci dev’essere un virus che mi colpisce prima della volata finale se del gruppo Due Torri sono stato vice, come sono ora vice del Consiglio e come, il ricordo più amaro per ovvi motivi, vice della Bartolini nella sfida a Guazzaloca.

Ho riflettuto e in fondo devo ammettere che nello scatto qualcosa manca perché, pur avendo vinto qualche classica, nei grandi traguardi sono inesorabilmente mancato.

Petronio, pur non citandoli, mi ha fatto riflettere anche sui miei discreti successi professionali che, per l’equilibrio e l’autonomia personale, sono ben più importanti della politica; anche qui devo ammettere che pur essendo da tempo amministratore delegato di una Casa di Cura (nominarla sarebbe pubblicità sanitaria) ho avuto sempre davanti un Presidente e che nell’organizzazione regionale dell’Associazione sono vice e sul piano nazionale, pur essendo segretario del Consiglio, anche lì mi ritrovo un presidente…

Forse ci sarebbero, soprattutto alla mia non più tenera età, le condizioni per riporre la politica al chiodo dopo tanti traguardi sfiorati di un soffio e lo stesso Petronio nella sua garbata e leggera ironia lascia spazio a quest’ipotesi.

Non lo farò perché quel poco o molto che ho ottenuto è frutto d’impegno personale, in assenza totale di compromessi; non ho aggiunto "senza raccomandazioni" perché ne ho avute due, dal Parroco di San Procolo nel passaggio da chierichetto a lettore e quando mio padre barbiere classico convinse una suora, in occasione della mia prima assunzione come centralinista, che "pur comunista ero un bravo ragazzo".

Ringrazio Petronio, perdonandogli la malizia, perché mi rafforza nella convinzione della straordinaria bellezza di giungere secondi ma liberi.

Quella libertà che permette di scegliere se seguire il Bologna in trasferta a Lione o curare qualche "salotto buono" durante le primarie bolognesi.

A proposito di calcio, caro Petronio, nella squadra del Consiglio sono il capitano, se diventassi vice anche lì…

Bologna, 27 giugno 2001

Maurizio Cevenini


Piazza Maggiore e i bolognesi

Una delle polemiche più aspre tra i pochi addetti ai lavori della politica consiste nell’accusare a turno maggioranza e opposizione di essere prevenuti sulle proposte. A Bologna questo atteggiamento sta portando all’assoluta incomunicabilità, anche istituzionale, tra i consiglieri di maggioranza e opposizione con l’assoluta indifferenza-insofferenza dei membri della Giunta.

Gli esempi sono tantissimi, l’ultimo sul tema dei vigili di quartieri quando, ritengo solo per dispetto, non si è accolta la proposta di un rinvio di pochi giorni. Ho avuto già occasione di dire su questo giornale che non mi piace questa situazione.

Molto spesso, suo malgrado, il Sovrintendente viene usato per forzare scelte in momenti delicati. Leggendo le sue parole si comprende benissimo la sua preoccupazione e occorre dare risposte che ovviamente non sono il filo spinato attorno alla Piazza.

In queste ore Il problema di Piazza Maggiore può essere limitato a due-tre eventi all’anno. Infatti nelle manifestazioni istituzionali o politiche di norma i controlli e la limitazione oraria dell’evento non hanno mai fatto registrare episodi gravi.

Concerti e soprattutto Capodanno, invece, sono obiettivamente un problema. Ben venga il decentramento di alcune di esse in Piazza Otto agosto, valorizzando anche il parcheggio ma senza dare il segnale dell’abbandono della Piazza più bella.

La soluzione, a mio parere, la si può trovare obbligando gli organizzatori dell’evento a comprendere nei costi, ciò vale anche per iniziative del Comune stesso, un adeguato servizio d’ordine riconoscibile che non esclude ovviamente la presenza delle forze dell’ordine a cui segnalare tempestivamente episodi violenti.

 

Maurizio Cevenini

 

 

Il pasticcio

 

Su Bologna è esplosa la bomba Ciccone. Un magistrato che si occupa di cause civili che si è trovato a scrivere una sentenza che può rivoluzionare per sempre i rapporti tra le scelte degli organi politici e la magistratura. La storia è nota e mi risulta che la maggior parte dei lettori di questo giornale sia già divoratore di altre fonti d’informazione e quindi pienamente a conoscenza dei fatti.

Questo numero uscirà (presumo) quando il Consiglio Comunale avrà votato la cosa più ridicola e al contempo grave del suo mandato. Precisamente due ordini del giorno, uno più sobrio di tutti i gruppi di maggioranza l’altro più eccitato della sola Forza Italia, che impongono alla giunta di non derogare da quanto è stato vergato a fuoco nel PGTU, di non accogliere neppure una virgola del provvedimento del giudice resistendo in sede legale.

Che la cosa sia delicata, controversa e si presti a diverse valutazioni è assolutamente scontato, che sia grave e inconsueto disattendere il provvedimento di un giudice, altrettanto.

Naturalmente, è bene che si sappia, la Giunta riunita già nella mattinata di lunedì scorso aveva deciso entrambe le mosse: non applicare la sentenza e la resistenza legale. Gli ordini del giorno della maggioranza servono solo per esasperare il clima, permettendo lo sfogo ai vari esponenti della maggioranza che, non potendo incidere sui provvedimenti al pari delle opposizioni, vengono liberati in questo dibattito che aiuterà, come se fosse necessario, a scavare ulteriormente il solco che divide il consiglio praticamente su tutto.

Fuori restano i cittadini che hanno usato l’arma letale della magistratura e che disperatamente chiedono un confronto e un armistizio con l’amministrazione che, in molti, hanno votato.

E il pasticcio monterà sempre più se non si aprirà un confronto serio e possibilmente sereno. Il Sindaco e la giunta sanno che basterebbe la dichiarazione di volontà di attivare Sirio per smontare buona parte degli argomenti oggetto della contestazione. Non sarebbe una sconfitta ma una scelta di buonsenso che anche gli ultras, dentro e fuori dalla Giunta, accetterebbero se venisse dall’autorevole intervento del Sindaco.

La stessa abilità messa in campo per trattare con i centri sociali può fruttuosamente essere utilizzata anche con cittadini che reclamano interventi più incisivi per la tutela della salute.

Se per ottenere questo obiettivo servisse un riconoscimento formale della bontà di alcuni interventi previsti nel PGTU lo farei senza alcuna considerazione di schieramento.

Bologna, 17 luglio 2001

Maurizio Cevenini

 

Un minuto di silenzio

 

Dopo le elezioni del 13 maggio in pochi prevedevano che il primo banco di prova dei 100 giorni del Governo Berlusconi fosse, più del DPEF e dei primi interventi in economia, il vertice mondiale di Genova. Un vertice che dopo venticinque anni di riti, nell’era di internet e delle video conferenze, ha perso molto del suo potere decisionale ed è stato pretesto di una delle più massicce contestazioni antiglobalizzazione. Tutti naturalmente hanno contribuito a crearne i presupposti.

Ogni politico nelle settimane che hanno preceduto il vertice ha espresso il suo parere consegnando alla storia la sua ricetta sui contenuti dei colloqui e sulle motivazioni dei contestatori. Il termine globalizzazione sconosciuto al novanta per cento degli italiani è diventato il più ripetuto nelle piazze e nei mercati. L’opera è stata completata dalla potenza globale dell’informazione che ha creato da focolai di protesta circoscritta, seppur diffusa in tutte le parti del mondo, un movimento variegato di opinioni che irrompono, in forme completamente nuove, nella scena politica.

Forse non poteva andare diversamente e sarebbe stata l’apertura di una bella pagina di storia se a Genova non fosse successo ciò che molti temevano. Scontri violentissimi, centinaia di feriti e, cosa più grave, è morto un ragazzo di ventitré anni.

Non ho condiviso la prima decisione del mio partito di aderire alle manifestazioni che, solo per le scelte sciagurate della sinistra, non avevano al di là della linea rossa Rutelli come interlocutore ma ho seguito con rabbia le scene televisive di impotenza delle forze dell’ordine contro una minoranza compatta e preparata di violenti e provocatori. Non è pensabile che a subire le conseguenze di questi pochi siano state migliaia di persone pacifiche, e quelli partiti da Bologna li conosco bene, che volevano a mani nude partecipare ad un dissenso democratico.

Per carità nessuna ambiguità e promiscuità con i violenti e totale rispetto per poliziotti e carabinieri ma qualcuno, a partire dal governo, ha commesso errori gravi.

Ora la preoccupazione principale è legata a ciò che potrà avvenire nelle prossime settimane in occasione di manifestazioni di piazza. Mi auguro che prevalga il buon senso come nella grande manifestazione pacifica di Bologna e tutte le forze politiche, a partire da chi ha cariche istituzionali, devono svolgere un’azione di moderazione ed equilibrio.

Quella che purtroppo non ho visto in consiglio comunale a Bologna quando assieme al presidente Marchetti abbiamo accolto la richiesta, fortemente contestata da AN e da altri, di un minuto di silenzio per la morte di Carlo Giuliani. Solo rispetto davanti alla morte.

 

Bologna, 24 luglio 2001

Maurizio Cevenini

 

La resa dei conti

Con settembre riprende a pieno regime l’attività politica nel nostro Comune e di conseguenza riparte la pubblicazione di questo giornale che ringrazio per l’ospitalità che continua a concedermi.

Come tradizione alla ripresa si accompagna una polemica che di norma coinvolge maggioranza e opposizione ma quest’anno vede, quali protagonisti principali, i membri della maggioranza.

Niente di straordinario e di nuovo, per carità, ma sufficiente per segnalare l’apertura di una nuova fase.

Il tempo scorre veloce e a fine anno taglieremo il significativo traguardo di metà mandato amministrativo; appuntamento importante per valutare le realizzazioni, i programmi ma soprattutto per pianificare le strategie che porteranno nel 2004 a confermare Guazzaloca Sindaco o a chiuderne l’esperienza amministrativa a favore del candidato del centro sinistra.

In questo quadro si inserisce il potente affondo, tutto targato Forza Italia, della coppia Bertolini, Garagnani al Sindaco e alla sua squadra che, senza celare alcune insoddisfazioni sulla realizzazione del programma, giunge ad invitare la lista civica del Sindaco a sciogliersi nel Polo.

E’ comprensibile. Forza Italia, all’interno del Polo, è la grande vincitrice delle elezioni politiche e, seppur con la forzatura dei sondaggi confezionati dalla struttura amica, continua a rosicchiare consensi agli alleati.

Bologna rappresenta l’anomalia, il non senso, di questa crescita; c’è un Sindaco sostenuto dal centro destra che tende a decidere in modo autonomo, consultando una ristretta cerchia di alleati e in tutte le consultazioni elettorali successive al voto amministrativo del ’99, la maggioranza dei consensi è andata al centro sinistra.

Questi due elementi combinati portano l’azionista di maggioranza a fare la voce grossa e a rivendicare, molto prima della scadenza amministrativa, una decisa scelta di campo da parte del Sindaco e dei suoi sostenitori.

Sono convinto che il Sindaco questa scelta di schieramento l’abbia già compiuta ma a modo suo e questo irrita maggiormente i vertici di Forza Italia.

Non voglio usare questa rubrica solo per mettere zizzania in casa d’altri e penso con preoccupazione anche al compito che spetta al centro sinistra, molto impegnato nelle fasi congressuali dei suoi soci, di indicare rapidamente i punti sostanziali del programma alternativo e, cosa di non poco conto, d’individuare per tempo il proprio candidato.

Bologna, 3 settembre 2001

Maurizio Cevenini

Barbari feroci

Parlare di questioni locali in questa settimana è troppo difficile.

Il barbaro attacco di New York sovrasta qualsiasi altro pensiero e considerazione; la vita deve continuare pur nella sua casualità, e sarà certamente così, ma tutto ciò che faremo apparirà piccolo, molto spesso banale, rispetto all’enormità di quanto vissuto in diretta televisiva in tutto il mondo.

Poche ore dopo l’attentato abbiamo voluto convocare immediatamente il Consiglio Comunale per dare ai cittadini bolognesi la certezza che sulla feroce barbarie dei terroristi le Istituzione sono unite e compatte.

Bologna, come nel lontano agosto del 1980, si è riunita attorno al luogo simbolico della sua rappresentanza per reclamare il predominio dell’umanità. E’ una cosa piccola ma è importante che le parole del Sindaco di Bologna dei rappresentati di maggioranza e opposizione, del Presidente Ciampi e di tutte le più alte cariche dello Stato Italiano siano uguali nell’esprimere la piena solidarietà ai cittadini americani e a tutti i cittadini del mondo colpiti dalla cieca violenza terroristica.

Le Torri gemelle di New York sono visitate ogni giorno da migliaia di abitanti del mondo e alle 10 del mattino gli assassini sapevano di trovare la massima frequentazione.

La condanna ferma del terrorismo deve essere estesa a tutte le forme di violenza e anche la minima giustificazione di atti minori deve essere respinta.

La lotta per scovare i responsabili deve vedere l’impegno di tutte le nazioni civili e deve trovare un grande movimento di adesione nelle popolazioni.

Da oggi il mondo si divide in modo netto: chi tollera il terrorismo e chi lo combatte.

La situazione, purtroppo, è ben più complessa di quanto l’emotività degli abitanti delle nazioni occidentali tende a descrivere.

Eventuali azioni di rappresaglia indiscriminata sarebbero il presupposto per una escalation di violenza su scala planetaria difficilmente controllabile.

Occorre un paziente lavoro per giungere ad un nuovo equilibrio mondiale trovando forme nuove rispetto a un organismo impotente come le Nazioni Unite. L’Occidente deve trovare anche nel variegato mondo arabo alleanze importanti per stanare i terroristi e i loro protettori.

Questo vuol dire isolare i violenti e lavorare per la convivenza civile senza colpire indiscriminatamente popolazioni inermi. E’ importante dirlo anche se nell’animo della maggioranza di noi prevale la rabbia e in parte lo sconforto.

 

Bologna,12 settembre 2001

Maurizio Cevenini

 

Il caos da fluidificazione

 

Per la prima volta, dopo due anni, il Resto del Carlino spara in prima pagina un titolo inequivocabile che critica una iniziativa della Giunta: Piazza Cavour, è il caos. Non voglio compiacermi più di tanto di questo azzardo del nostro giornale più letto e più "governativo" ma mi serve da spunto per commentare il disordine dei provvedimenti che la giunta sta attuando sul traffico.

Non mi stancherò mai di dire che la regolamentazione nelle città, oltre ad essere il problema più difficile da risolvere assieme alla criminalità, ha migliaia di contestatori e pochi maestri competenti.

Detto questo il piano del traffico varato pochi mesi fa dall’amministrazione comunale ruotava attorno ad una affermazione solida ed efficace: l’inquinamento si combatte attraverso la fluidificazione del traffico.

Una scuola di pensiero che personalmente contesto perché ritengo che l’inquinamento lo si combatta con una riduzione del traffico privato, di cui personalmente abuso, a favore del mezzo pubblico. Ovviamente per una azione di questo tipo è indispensabile il controllo elettronico o fisico degli accessi.

Chi governa oggi ha deciso diversamente ma non lo ha motivato come scelta di deregulation ma come forma diversa di abbattimento dell’inquinamento.

Da qui ha preso le mosse la mini rivoluzione del trasporto ATC che ha portato intere zone del centro ha rivoluzionare le abitudini, i sensi, lo scambio di mezzi, i parcheggi, ecc.

Non ho le competenze per valutare se la scelta sia buona o cattiva e se il servizio vedrà un incremento di utenti; la cosa certa è che questa scelta, appena diradato l’esercito di controllori, si è dimostrata disastrosa.

Basta un motorino, per non parlare di macchine o furgoni fuori sagoma, per paralizzare il traffico, già in coda permanente per alcuni semafori incomprensibili. Presumo che i valenti tecnici di Comune e ATC abbiano fatto le simulazioni del caso prima di attivare gli interventi ma qualcuno ha sicuramente finto di non sapere che non funziona Sirio e che il corpo della Polizia Municipale e ausiliari ha una autonomia di controllo di quarantotto ore. Questo è grave.

E’ la sconfitta della fluidificazione continua e fa un po’ sorridere pensare che il Santo Patrono, che rivedrà la sua antica collocazione, contribuirà pesantemente a creare un nuovo assembramento di devoti automobilisti che, come si dice, prendendola larga, creeranno un altro tappo.

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Bologna, 27 settembre 2001

Maurizio Cevenini

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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