Titoli degli articoli 2003-2004-2005 |
Il cuore di Bologna |
Avanti con i sondaggi... |
Caro Sindaco, rappresenterai... |
2003: Un anno di scelte |
Caro Sergio... ti scriviamo |
L'apertura dell'anno giudiziario 19/1/2003 |
27 gennaio: per non dimenticare |
Quanta tristezza... 2/2/2003 |
Giovane alpino siamo con te 9/2/2003 |
Quanti siamo, quelli che siamo 16/2/2003 |
Il male oscuro della sanità 23/2/2003 |
Da Piacenza al mare 2/3/2003 |
Lettera ad una amica 10/3/2003 |
25 anni da Moro a Biagi 16/3/2003 |
il nostro futuro 23/3/2003 |
Ora tocca a voi 6/4/2003 |
Per caso ad aprile... 22/4/2003 |
Fecero la storia 28/4/2003 |
Dico no alle strumentalizzazioni 4/5/2003 |
Eravamo comunisti... 11/5/2003 |
E se ha da essere... che Cofferati sia 25/5/2003 |
Ciao Beppe, ciao Michele 1/6/2003 |
Un sabato di giugno 7/6/2003 |
A te ragazza che hai votato 14/6/2003 |
Rave Party (Fede) 22/6/2003 |
Rispettoso silenzio sul 2 agosto 6/7/2003 |
Quell'utopia della lista unica 20/7/2003 |
Questione di stile 27/7/2003 |
Il grande pasticcio 24/8/2003 |
Se questa è la nuova politica 9/9/2003 |
Premiare l'odiato Sgarbi 16/9/2003 |
Tra un anno di questi giorni 21/9/2003 |
Procreazione assistita 30/9/2003 |
Il black out 4/10/2003 |
Un'occasione per l'Italia 12/10/2003 |
La nuova risoluzione dell'Onu 20/10/2003 |
La croce e lo Stato laico 27/10/2003 |
Chi specula su Andreotti 2/11/2003 |
Lista unitaria e Ulivo 10/11/2003 |
La guerra di Piero 15/11/2003 |
Corruzione semplice 24/11/2003 |
Un passo indietro per l'Europa 30/11/2003 |
Dieci anni fa i sindaci 8/12/2003 |
il giusto processo 15/12/2003 |
il mio incontro con Bobbio 10/1/2004 |
non facciamoci del male 17/1/2004 |
dieci anni di Forza Italia 22/1/2004 |
Sergio Cofferati e il rinnovamento 2/2/2004 |
Care Adina, Carla, Laura 7/2/2004 |
Guerra e Pace 21/2/2004 |
Le donne le liste il rinnovamento 8/3/2004 |
Quel legame indissolubile 15/3/2004 |
Arcobaleno 21/3/2004 |
Se di pendesse da me 28/3/2004 |
Ancora sul metrò 4/4/2004 |
Pasqua di guerra 12/4/2004 |
Tra Zapatero e Blair 19/4/2004 |
L'istat e la crisi italiana 17/5/2004 |
Federica il tuo primo voto 4/6/2004 |
La Bologna del futuro 16/62004 |
sala rossa 23/6/2004 |
...ma il cielo è sempre più blu 11/7/2004 |
nessun giudizio preventivo 20/7/2004 |
Stipendi e consulenze 20/8/2004 |
Prodi o Berlusconi 29/9/2004 |
Simona e Simona 5/10/2004 |
Grande alleanza democratica 13/10/2004 |
Buttiglione e la forza dei cattolici 21/10/2004 |
La vittoria che non ti aspetti 31/10/2004 |
un congresso che parli alla gente 17/11/2004 |
La nuova costituzione
Vedere Bossi in Parlamento in occasione dell’approvazione della cosiddetta devolution, mi ha fatto sinceramente piacere; ho sempre interpretato la politica come scontro di pareri tra avversari, mai nemici e questo mi rende sempre più lontano da Berlusconi e dalle sue dichiarazioni ostili ed offensive verso il mondo a cui appartengo.
Fatta questa premessa con l’unico riferimento positivo della nuova legge, sono felice che all’indomani dell’approvazione le regioni, ne bastano cinque, si siano attivate per svolgere un referendum che chieda agli italiani di pronunciarsi anche attraverso una massiccia raccolta di firme. Mi iscrivo fin d’ora al comitato presieduto da Oscar Luigi Scalfaro ritenendo importante questa mobilitazione congiunta di cittadini, ma anche di istituzioni regionali che dal nord al sud dichiarino all’interno dei propri consigli il rifiuto ad essere interlocutori primari di questa rivoluzione costituzionale. Un referendum confermativo che la Costituzione prevede solo in casi di questo tipo e quindi ben più significativo e coinvolgente dei tanti referendum abrogativi di cui si è abusato nel nostro Paese.
Esprimo una sincera preoccupazione in materia di eguaglianza di tutti i cittadini su sanità e istruzione. Per non parlare del delicato aspetto della sicurezza e dell´ordine pubblico in presenza di una fantomatica polizia regionale che si aggiunge alle questure, ai carabinieri, guardia di finanza e non ultime, proprio perché con ruolo sicuramente affine, le polizie municipali.
Senza contare il senato federale, staccato dalle regioni, che non vota la fiducia al governo, ma può porre veti a leggi importanti. I poteri del premier e il pesante ridimensionamento del Capo dello Stato rappresentano un altro elemento preoccupante della riforma. Certo anche il centro sinistra con la riforma dell’articolo V sulle autonomie non ha risolto i problemi di conflitto fra Stato e Regioni, ma andava completata non certo attraverso un provvedimento che rischia di spaccare il Paese.
Naturalmente l’analisi dovrebbe essere più attenta e tecnica rispetto a queste poche righe, ma credo sia sufficiente per allertare i cittadini sul pericolo di uno stravolgimento dei principi fondamentali della nostra democrazia.
Bologna, 23 novembre 2005 Maurizio Cevenini
La Francia non è lontana…
La Francia in queste ore fa il bilancio dell’ennesima notte
di tensioni e di scontri, una media di trecento veicoli bruciati e di cento
arresti. La violenza sta dilagando e riguarda ormai centoventi comuni medio
grandi e la polizia francese segnala, come magra consolazione, che il numero
singoli eventi di violenza è in calo.
Per gestire meglio l’ondata di violenze il governo francese ha approvato la
proroga per tre mesi dello stato di emergenza. Il portavoce del governo Jean
Francois Copé, ha precisato che il prolungamento entrerà in vigore dal 21
novembre. Il progetto di legge, che lascia aperta la possibilità di metter fine
allo stato d'emergenza prima dello scadere dei tre mesi, sarà discusso nei
prossimi giorni all'Assemblea nazionale.
Intanto l’Unione europea offre alla Francia 50 milioni di euro di aiuti per
gestire la crisi delle periferie urbane, teatro da 18 giorni della protesta
giovanile contro l'emarginazione, la durezza della polizia e la disoccupazione.
La Francia patria delle libertà e dei diritti è sprofondata in una situazione
che nessun analista politico aveva previsto, anzi in più occasioni anche nel
nostro Paese si è segnalato il dato dell’integrazione francese come esempio da
seguire.
Qualcuno si è affettato in questi giorni a fare un parallelo tra Parigi e le
tensioni nella nostra città ed in altre con periferie ben più degradate della
nostra; come sempre occorre non esagerare mettendo in parallelo situazioni e
numeri di riferimento profondamente diversi. Detto questo considero le notizie
drammatiche che ancora provengono dalle periferie francesi come un forte monito
per la nostra classe politica a non depotenziare il welfare state e le politiche
per il lavoro.
Le immagini di Parigi sono sconvolgenti per tutti e ci parlano di quanto sia
desolata, squallida la vita nelle periferie delle grandi metropoli, ci parlano
di una nuova generazione di figli di immigrati che vivono una drammatica crisi
d'identità: non sono immigrati come i loro padri perché sono nati in Francia ma
non sono accettati fino in fondo come francesi perché figli di immigrati che
vengono dai paesi arabi. E' il disagio di una generazione che rischia ogni
giorno di precipitare nella marginalità, nella precarietà esistenziale e si
sente spinta fuori dalla propria vita.
Tutto questo ci deve insegnare che non è vero che avere uno stato sociale, politiche di coesione e di inclusione, certezze di reddito, di lavoro, sia ininfluente per la vita degli uomini, anzi è determinante se solo pensiamo in questi anni quante volte nel dibattito politico e giornalistico con troppa superficialità ci siamo detti che non possiamo permetterci la sanità, la scuola per tutti, un lavoro certo. Viviamo in un modo più flessibile e dinamico ma le donne e gli uomini vogliono avere quelle certezze di vita essenziali perché la propria esistenza non venga percepita come una precarietà angosciante.
Bologna, 16 novembre 2005 Maurizio Cevenini
Bologna è al centro di una discussione nazionale fin troppo esasperata e superiore ai reali problemi che una città complessa deve affrontare nella quotidianità delle scelte amministrative. Il mio ruolo istituzionale mi impone prudenza di giudizio e così ho fatto fino ad ora, ma quando sento da più versanti evocare una stagione passata e, a mio avviso irripetibile, credo sia giusto prendere posizione.
Io ho vissuto i terribili mesi del ’77 a Bologna con i suoi contrasti e le sue contraddizioni; mi spingo a dire che l’analisi di quelle vicende, della frattura interna alla sinistra è stata parziale e c’è sicuramente ancora tanto da capire compreso il contesto nazionale e il ruolo centrale di Bologna nelle pagine scure e tragiche scritte negli anni che seguirono.
Parto proprio da qui per dire che ogni volta che si ricorre a paragoni del genere si devono pesare le parole perché il clima politico e lo spazio per le provocazioni si aprono proprio dagli allarmi lanciati da profeti interessati.
Ritornando ai fatti di queste ultime settimane attraverso un’analisi pacata e responsabile si può dire che un sindaco descritto in campagna elettorale dai suoi avversari come l’estremista sobillatore di piazze (se qualcuno ricorda, ma in politica il ricordo si sfuma rapidamente, gli stessi argomenti portati contro la Bartolini e in quel caso con successo) ha fatto dichiarazioni e atti coerenti con il programma elettorale che hanno spiazzato e mandato in tilt gli oppositori. E’ certo che si è aperto un dibattito anche all’interno del centro sinistra, ma nella sostanza dei provvedimenti annunciati o concretizzati cosa si può obiettare? Legalità e diritti non sono parole astratte ma i fondamenti della nostra Costituzione, solidarietà e accoglienza ne sono il compendio da usare con equità. Le amministrazioni sono chiamate a dare risposte a tutti, a motivarle anche quando sono dure e difficili da comprendere.
Non si può dare risposta all’emergenza del lungoreno senza abbattere baracche abusive incentivo alla clandestinità, ma nel contempo va affrontata l’emergenza con scelte temporanee come quelle di villa Salus o Santa Caterina che impongono un confronto con i cittadini.
Confronto, dialogo parole importanti che vanno coniugate con coerenza. Questo a mio parere vale anche per i centri sociali per i quali mi risulta siano state rinnovate convenzioni diffuse. C’è un problema con qualcuno se ne parli senza evocare i fantasmi del ’77 che non c’entrano nulla con l’attuale situazione.
Il mio è un appello alla moderazione e al senso di responsabilità valutando in coerenza con il proprio ruolo politico le scelte, senza che ognuna di esse divenga un baluardo ideologico. Sirio è uno strumento tecnico non il nome di un santo.
Bologna, 1 novembre 2005 Maurizio Cevenini
Bologna, 22 ottobre 2005 Maurizio Cevenini
In questo ore si sta consumando in Parlamento un grande strappo istituzionale sulla riforma elettorale voluta fortemente da Berlusconi e dai suoi alleati. La democrazia prevede questi strappi, certamente legittimi sul piano formale e dei regolamenti, che in tutte le occasioni si sono lasciati alle spalle situazioni di grande disagio e incomunicabilità tra gli schieramenti. Non mi addentro nella valutazione di merito della riforma, dei suoi lati oscuri, dei suoi effetti sul quadro politico generale perché ho già avuto occasione di farlo su questo giornale, Se la riforma in senso proporzionale passerà però il centro sinistra si troverà ad affrontare alcuni mesi delicati. Domenica 16 l’elettorato di centrosinistra sarà chiamato ad indicare attraverso la forma popolare delle primarie il proprio candidato leader. Diecimila seggi sparsi per l’Italia sono un impegno mostruoso che mi auguro venga sostenuto da migliaia di elettori e soprattutto arrivi un consenso ampio a Romano prodi che ha fortemente voluto questa legittimazione ampia.
Non voglio anticipare percentuali che renderebbero antipatico il confronto con gli altri candidati, ma è certo che un consenso attorno al settanta per cento rappresenterebbe, nel campione comunque ridotto, un segnale significativo.
Comunque, dal giorno dopo, potrebbe verificarsi il caso paradossale che le modifiche elettorali imposte dal centro destra impongano a Romano Prodi di scegliere un partito o il rilancio di una sua lista elettorale che inevitabilmente toglierebbe consensi ai singoli partiti. Romano Prodi ha voluto le primarie proprio per evitare questa situazione volendo essere il leader di tutti che si candidato in un collegio elettorale con l’appoggio dell’intero schieramento. Forse nel piano di Berlusconi, oltre alla propria sopravvivenza politica, è presente anche questo tentativo di scompaginare gli equilibri dello schieramento opposto.
Io sono convinto che nel paese vi sia una forte voglia di cambiamento, ma anche tanta fragilità emotiva dovuta ai segnali di profonda crisi che la situazione economica presenta. Senza demonizzare Berlusconi, arma a doppio taglio, ritengo che il governo che ci ha guidato in questi cinque anni abbia mostrato tutti i suoi limiti mancando gli obiettivi strategici, ma dall’altra parte occorre abbandonare qualsiasi ragionamento tattico e di opportunità puntando tutto su un programma facilmente leggibili ed efficace.
Tutto questo per dire che Prodi, candidato premier, potrebbe anche non candidarsi direttamente richiamando il suo nome all’interno di ogni simbolo dello schieramento, evitando l’inevitabile strattonamento tra alleati.
Bologna, 13 ottobre 2004 Maurizio Cevenini
Non so se il titolo di questo articolo sia un auspicio o il risultato che gli italiani esprimeranno la prossima primavera, ma mi pare che la manovra da venti miliardi di euro che il Consiglio dei Ministri ha varato per il 2006 rappresenti l’ultima spiaggia.
Regioni, Province, Comuni, hanno già espresso il loro parere contrario a una Finanziaria che non solo impone loro sacrifici troppo forti ma, non produce nemmeno sviluppo. I tagli previsti ammontano complessivamente a 3 miliardi per tutto il sistema delle autonomie, significano una decurtazione troppo forte, che non sono in grado di sostenere e che saranno inevitabilmente i cittadini a pagare. A pensar male è peccato ma molto spesso ci si prende e appare naturale individuare nell’astuzia il principale elemento che ha condotto Tremonti, ex e oggi neo ministro dell’economia, a incardinare nel colpo agli Enti locali il centro della manovra.
Le regioni, governate in grande maggioranza dalla sinistra, avevano da tempo profetizzato, a fronte delle promesse sulle riduzioni di tasse, la durezza del colpo.
Tutti devono partecipare allo sforzo di risanamento nella consapevolezza della situazione dei conti pubblici ma senza arroganza e dirigismo e, perché no, quella sottile demagogia legata alla riduzioni dei compensi degli amministratori che porterà sindaci di piccoli comuni alle dimissioni per l’impossibilità di esercitare il proprio ruolo a tempo pieno.
Il sindaco di Roma
Walter Veltroni in modo esemplificativo ha presentato cosa comporta il taglio di
312 milioni alla capitale: la riduzione del servizio di trasporto pubblico di
circa 15,4 milioni di vetture km su un totale di circa 170, la soppressione di
47 linee su un totale di 340, con prevalenza nei settori periferici della città,
la chiusura anticipata alle 20.30 delle linee A e B della metro, la messa in
mobilità di circa 980 lavoratori, la riduzione del parco mezzi circolante
(autobus e tram) di circa 280 unita' su un totale di circa 3 mila e la chiusura
di un deposito.
Sul fronte della scuola, nella capitale non avranno più i libri 44 mila bambini
delle elementari e 12 mila delle medie, non ci saranno borse di studio per 20
mila studenti mentre 6 mila bambini con handicap non avranno assistenza, verrà
eliminato il trasporto scolastico per 4 mila bambini e per 340 con handicap così
come salterà il servizio mensa per 3.500 alunni. Questo per limitarsi ai
principali problemi nella capitale, le Province perderanno, complessivamente, in
spese correnti, 412 milioni di euro, il che comporterà tagli nell'istruzione per
87 milioni di euro, oltre 55 per lo sviluppo economico, quasi 50 per la
viabilità e quasi 30 per l'ambiente.
Una piccola segnalazione tra le tante di questi giorni per far capire ai lettori quanto sia ridicolo l’appello alla riduzione dell’uso delle auto blu o a spese di rappresentanza che, anche fossero azzerate, rappresenterebbero una goccia nel mare del disavanzo pubblico.
Bologna, 5 ottobre 2005 Maurizio cevenini
Accade spesso in politica e nella vita di tutti i giorni, che sigle o acronimi assurdi acquistino un’importanza strategica e possano mettere in discussione anche le sorti dei governi.
Sta avvenendo per i Pacs, questa sorta di contratti di convivenza, ancora da definire nel dettaglio, che stanno infuocando gli animi più dei clamorosi rivolgimenti nella vita economica di un Paese che si permette di licenziare, bocciandolo, un ministro dell’economia recuperandolo quattordici mesi dopo come nulla fosse. Ma questa è l’Italia.
Parlerò dei Pacs perché è un argomento ricorrente che mi viene proposto nelle mail di molti lettori di questo appuntamento settimanale.
Innanzitutto voglio dire
che la Chiesa ha il diritto di esprimere le proprie posizioni che vanno discusse
nel merito arrivando a contestarle con argomentazioni efficaci, evitando offese
e fischi che suonano come intolleranza. Sul merito la prima considerazione è
legata al dettato costituzionale che non può essere messo in discussione quando
indica al centro del nostro ordinamento la famiglia e gli istituti che la
garantiscono e la tutelano; la mia personale esperienza, fatta di numerose
celebrazioni di matrimoni, mi porta a leggere con grande convinzione gli
articoli del codice civile che stabiliscono i principi su cui si basa il
contratto matrimoniale. Chi gioca su questo è in malafede.
L’attenzione di chi ha una responsabilità politica deve partire dalle condizioni
di vita delle famiglie italiane a partire dalle più povere e disagiate; al
centro le condizioni di lavoro, il diritto alla casa, il futuro dei figli.
Quindi maggiore attenzione da parte di chi amministra la cosa pubblica alle agevolazioni sull’accesso ai mutui, ai servizi, ai contributi per la scuola.
Privilegiare la famiglia non può significare, però, introdurre una discriminazione tra le persone, non possiamo fingere di non sapere che in questo Paese ci sono oltre cinquecentomila coppie di fatto (eterosessuali o omosessuali), in qualche modo occorre dare certezza a rapporti che si sono consolidati nel tempo. Temo che dietro una battaglia pregiudiziale ed ideologica si mascheri la volontà di non trovare soluzioni che non offendano il sentimento religioso ma semplicemente allarghino lo spazio dei diritti.
I Pacs potrebbero essere il giusto compromesso che solo un governo stabile potrebbe attuare offrendo una forma di tutela efficace dei diritti individuali nel rispetto della famiglia. Noi dobbiamo insistere su questo criterio che è quello del dialogo, del confronto culturale sui valori attraverso la ricerca di soluzioni condivise attente ai bisogni umani e ai sentimenti religiosi della maggioranza degli italiani.
Bologna 20 settembre 2005 Maurizio Cevenini
“E facciamo queste benedette primarie…”. Camminando tra gli stand della festa dell’Unità di Bologna, a contatto con centinaia di militanti e di cittadini ho potuto constatare che questo è lo spirito con cui si affrontano le primarie del prossimo 16 ottobre. Romano Prodi le ha fortemente volute e ovviamente si faranno per dare una investitura popolare si spera ampia al candidato che tutto il centro sinistra ha scelto da tempo. Intendiamoci le primarie sono uno strumento di pratica democratica importante, seppur rodato ed effettivamente utilizzato in modo formale solo negli Stati Uniti. L’unico rischio è che la campagna per le primarie interne allo schieramento metta in ombra il vero obiettivo che è la sfida con l’attuale governo. A questo si lega la legittima volontà degli altri candidati di sfruttare uno spazio di pubblicità importante per rivendicare successivamente più spazio. La scelta di Prodi di partire con un tir per la sua campagna e che questo sia lo stesso strumento che utilizzerà successivamente per la sfida più importante, può mettere al riparo da effetti negativi.
Il tir Partito in questi
giorni farà tappa nelle città italiane e Prodi illustrerà il programma, il
significato delle primarie, il perché le ha volute e la loro importanza. Al
programma stanno lavorando centinaia di persone, per dare sui grandi temi
risposte concrete: dalle famiglie ai giovani, dall'agricoltura all'industria,
passando per la sanità, il risparmio e le regole del mercato, l'etica, il
Mezzogiorno, il Mediterraneo, la sicurezza e le infrastrutture.
La situazione del Paese è oggettivamente difficile ed è importante che i
cittadini comprendano, e qui sta la capacità del candidato, che ci sono gli
spazi per una ripresa economica con misure concrete e razionali superando
l’improvvisazione del governo Berlusconi.
Oggi il pericolo più grande per Romano Prodi e la sua coalizione è paradossalmente il vantaggio elettorato che gli viene accreditato da tutti i commentatori politici; questo potrebbe rallentare il processo di analisi politica dei problemi strutturali concentrando l’attenzione sulla struttura del governo e sul posizionamento dei singoli partiti.
L’esperienza precedenti, le positive esperienze delle amministrazioni locali dovrebbe aiutare a non incorrere in errori.
Sul fronte istituzionale l’opposizione parlamentare dovrà fare tutto quanto è possibile, sul piano dei regolamenti, per impedire che la legge elettorale venga stravolta alla vigilia elettorale in senso spiccatamente proporzionale riportando la situazione indietro di anni sconfessando un bipolarismo che, seppur imperfetto, ha retto negli ultimi anni.
Andate a votare alle primarie, io sosterrò convintamene Romano Prodi.
Bologna, 4 settembre 2005
Strano agosto questo che sta finendo, con le sue incognite per un autunno se possibile ancor più incerto dei precedenti. La situazione economica, le città e lo smog, l’ultimo periodo del governo Berlusconi, ma soprattutto col mostro del terrorismo sulle nostre teste. Mia figlia Federica ha passato tutto il mese a Londra per lavoro e studio come migliaia di ragazzi del mondo; tra pochi giorni tornerà raccontandomi l’esperienza di una ventenne che ha scelto la libertà contro il terrore, contro i dubbi di un padre che nei comizi può dire che non cederemo mai ma in famiglia…
Mi fa sorridere pensare ai milionari del calcio, i campioni dell’Inter che hanno tentato di rinunciare ad una tournè blindata e hanno ceduto solo alla vergogna davanti al sindaco di Londra che con orgoglio ha difeso la sua città. Mia figlia non è un eroina, ha paura dei ragni ma li salva in una scatolina e li mette fuori di casa, è di sinistra ma critica suo padre, all’università fa fisioterapia anche se scrive poesie e sa che con quelle non si mangia… Il mondo è pieno di ragazzi così, semplicemente normali, è a loro che i terroristi guardano con invidia perché rappresentano il futuro e la voglia di vivere.
Avrei voluto che non partisse e non vedo l’ora che torni, ma ha ragione lei.
Chi può dire dove essere sicuri in un mondo globale dove il nemico è in ogni angolo, l’ingiustizia e il fanatismo si alleano creando martiri con la manipolazione dei cervelli. C’è sicuramente una centrale del terrore, ma le succursali sono tante e scollegate e chi guida sa che ogni gesto di pazzi o di fanatici porta acqua al fiume della disperazione. Non esiste una guerra di religione, ormai è chiaro, ma in molti per semplificare ne hanno fatto una ragione di stato, vuoi per meschini giochi di politica interna, vuoi per creare spazio al proprio movimento. Ho chiaro il fatto che per vincere il male non è sufficiente attaccare e distruggere nazioni o isolare chi ha la pelle diversa. Oggi paradossalmente la scelta giusta è l’integrazione tra razze, nazioni, in particolare tra i giovani. I morti dell’estate di terrore sono cristiani, mussulmani, atei, giovani e vecchi. La lotta è contro la speranza del futuro, la scelta, citando un’immagine di Michele Serra, è tra palleggiare all’interno del muro di casa o in prato verde; sotto l’acqua o col sole, ma in libertà. Sono convinto che i terroristi ci saranno sempre, le torri di New York sono crollate prima della guerra in Iraq, prima di quelle ci sono stati disastri altrettanto importanti, ma le nazioni devono avere la forza e l’orgoglio di riconquistare la libertà e l’autodeterminazione. Credo sia tempo, con la gradualità del caso, che i nostri ragazzi in divisa tornino a casa. Intanto sentirò da mia figlia, coraggiosa turista, come si vive in una capitale del mondo blindata dalla paura.
Bologna, 26 agosto 2005 Maurizio Cevenini
E’ arrivato l’annuncio, Bologna è tra le otto città che ospiteranno - se ci verranno assegnati – gli europei di calcio 2012. Con l’annuncio è partito il “progetto” nuovo stadio. Premetto che ogni volta che Bologna viene scelta, tra altre città, per eventi sportivi o culturali sono felice e che il mio ruolo istituzionale impone prudenza nelle dichiarazioni e soprattutto documentazione sulle stesse. Sotto questo profilo i tecnici concordano sul fatto che un nuovo impianto potrebbe rispondere più agevolmente alle esigenze tecniche e di supporto, prime tra tutti i parcheggi, nonché evitare il centro storico come riferimento logistico. Mentre la nostra squadra, in bilico tra la B del campo e la A dei bilanci, si accinge ad affrontare un campionato nel quale i tifosi soffriranno comunque, non aumenteranno le presenze, appare fuori dal tempo e dalla logica affrontare lo spostamento dello stadio per qualche partita di Francia o Inghilterra. Se mi scappa questa frase è soprattutto perché il dall’Ara rappresenta per me, e per la maggior parte dei fedelissimi, una fetta importante degli anni più belli. Se penso a mio padre lo vedo lì, in quelle rare domeniche serene, sui gradoni della curva Andrea Costa a incitare una squadra che faceva sognare. Era un’altra dimensione, altri tempi, perché la maggior parte delle persone raggiungeva lo stadio a piedi e il quartiere non era in fibrillazione da traffico come oggi. I tempi cambiano e probabilmente pensare ad una nuova struttura inserita in un contesto più ampio comprensivo di altri servizi può avere un senso, facendo comunque grande attenzione alla tempistica della realizzazione delle infrastrutture di supporto. La mia attenzione presente e futura resta comunque legata al vecchio caro Dall’Ara che non potrà morire nell’incuria e nell’indifferenza come è avvenuto per altri gloriosi stadi, dal Filandelfia di Torino, al comunale di Bari, al più vicino Mirabello di Reggio Emilia. E’ un pezzo di storia che non può essere abbattuto per vincoli di legge e di sentimento, ed è per questo che in questi giorni di pausa estiva l’ho visitato. non so se è stato un segno premonitore o un caso, ma un alito di vento ha portato vicino ai miei piedi una locandina stropicciata di Bologna Parma. Potrebbe essere il ricordo dell’ultima partita di A, se la giustizia non ci riconsegnerà un posto e se non avremo la forza di riprendercela nei prossimi cinque anni. Come sono lontani nella nostra vita e nella storia la ragione e il cuore.
Bologna, 3 agosto 2005 Maurizio Cevenini
Nei giorni scorsi sono stati attivati gli altri sei varchi controllati da Sirio. E’ iniziata la seconda fase di sperimentazione prevista dal Ministero dei trasporti che si concluderà il 19 settembre con l’entrata in vigore dell’intero sistema. La cosa non è piaciuta nè all’Ascom né alla Confesercenti, che hanno accusato la giunta comunale di predicare la concertazione, ma di non praticarla. Il Presidente Filetti, noto per la sua moderazione ma forse pressato particolarmente dai falchi dell’Associazione, ha addirittura chiesto le dimissioni dell’assessore Zamboni.
La principale motivazione è legata alla scientificità di un’operazione studiata per mettere tutti di fronte al fatto compiuto quando la presenza in città è più rarefatta, con tanti saluti a chi si adopera per promuovere una stagione di saldi che recuperi parzialmente una situazione già molto difficile.
L’abbinamento all’accensione delle
telecamere della presenza della polizia municipale è stato giudicato atto ostile
nei confronti dei cittadini inermi vessati dall’arroganza dell’amministrazione.
Ma veramente la scelta dell’amministrazione rappresenta un gesto di sfida e di
disinteresse verso gli imprenditori del commercio, del turismo e
dell’artigianato del centro di Bologna?
Personalmente non lo credo e sto facendo il possibile per affrontare il tema in modo obiettivo, dopo aver ascoltato le ragioni di commercianti, residenti e singoli cittadini che si dividono, come negli stadi, sulla scelta a seconda di proprie valutazioni dettate da riflessione o da legittimo interesse.
Il discrimine è un altro: oggi ci si divide tra chi crede, e lo ha sempre creduto, che Sirio non sarebbe mai entrato in vigore e chi ne ha fatto oggetto di programmazione per sostituire con l’occhio elettronico un numero importante di vigili, partendo dal presupposto che vadano drasticamente ridotti gli abusivi. Perché di questo e solo di questo si deve parlare. Tutto nasce nel 1984 quando la stragrande maggioranza dei bolognesi votò la proposta del compianto sindaco Imbeni di chiudere una parte corposa del centro storico. Sirio è figlio di quella decisione. in tanti sul piano legale e dell’opportunità hanno cercato di impedirne l’entrata in vigore, ma dopo l’omologazione la non applicazione rappresenta una sorta di omissione di atti d’ufficio che potrebbe essere imputata all’amministrazione Cofferati. Le notizie di stampa a volte sono fuorvianti e creano situazioni paradossali occorre quindi fare chiarezza. Se i vigili in carne ed ossa o elettronici fanno le multe nelle zone vietate può dispiacere singolarmente ad ognuno di noi, ma questo rappresenta la legge e le regole condivise della democrazia.
Certo sono convinto che la concertazione e la giusta informazione siano il presupposto per ogni scelta, ma nel caso di Sirio, a più di vent’anni da quel referendum, il rispetto dei cittadini c’è stato.
Bologna, 26 luglio 2005 Maurizio Cevenini
In questi giorni riflettevo, al termine dell’interminabile serie di appuntamenti istituzionali legati al tragico attentato di Londra, sulle giornate del calendario già occupate da fatti che in sé segnano un’esistenza: 11 settembre, 11 marzo, 7 luglio. Per limitarci a Bologna: 19 marzo, 27 giugno, 2 agosto, 23 dicembre. Traendo una conclusione logica, evitando gli effetti di calamità naturali, si può affermare che ogni giorno dell’anno è occupato da uno o più eventi terroristico da ricordare con amarezza e nella stragrande maggioranza dei casi con impotenza. Ne ho parlato con la console britannica Moira Macfarlane, che è stata nostra ospite in provincia in occasione della seduta solenne che ha ricordato le vittime della capitale inglese, e nonostante tutto entrambi abbiamo concluso che non si può abbassare la guardia. Tra noi e loro, i terroristi, c’è un abisso profondo e tutto è utile per segnare questa profonda differenza compreso il grande sforzo compiuto per scrivere documenti unitari di solidarietà ed impegno nella lotta per sconfiggere le centrali del terrore. E’ ovvio che anche questo ultimo episodio non deve distogliere la nostra attenzione dalle scelte che il nostro paese deve compiere nei prossimi mesi in tema di rapporti internazionali, con particolare riferimento alla nostra presenza in Iraq. Il mio giudizio sulla guerra in Iraq non cambia, è stata una scelta avventurosa e sbagliata, che ha accresciuto i problemi e non li ha risolti. Il regime di Saddam andava combattuto sulla base di una strategia diversa rispetto a quella seguita, e tuttavia la severità del giudizio sulla guerra non deve portare a concludere che il problema della stabilità di quel paese non ci riguardi. Sono convinto che occorre compiere ogni sforzo perché il processo politico delineato nella risoluzionedell’Onu vada avanti fino in fondo. Entro agosto il comitato di redazione del progetto di Costituzione irachena dovrà terminare i suoi lavori e il 15 ottobre si svolgerà un referendum per approvarla. E poi entro la fine dell’anno dovranno svolgersi le elezioni per il nuovo Parlamento in Iraq. Siamo quindi a un passaggio cruciale della tormentata vicenda irachena. Il governo italiano dovrebbe ancorare il rientro del contingente alla conclusione del processo politico deciso dalle Nazioni Unite che è iniziato con le elezioni di inzio anno. Se è vero che non si combatte la guerriglia solo con mezzi militari, risolvere questi nodi politico-istituzionali è la condizione per compiere passi avanti anche sul terreno della sicurezza. Non considero questa una posizione meschina di fuga e sarei ingenuo a pensare che con questa scelta si attenuino le preoccupazioni per un attacco terroristico in Italia, ma penso sia la strada che deve imboccare il nostro Paese.
Bologna, 11 luglio 2005 Maurizio Cevenini
Molto probabilmente il referendum sulla procreazione assistita domenica e lunedì prossimi non raggiungerà il quorum previsto; la responsabilità principale di questo risultato è dei propugnatori dello strumento referendario, cioè i radicali.
A memorabili battaglie per i il riconoscimento dei diritti, divorzio e aborto, è seguito uno stillicidio di proposte indiscriminate che hanno portato i cittadini ad una stanchezza di fondo con conseguente graduale riduzione di partecipazione.
Qualche speranza, però, la conservo perché ho visto aumentare in questi ultimi giorni l’interesse e la consapevolezza che si parla di un tema che riguarda tutti e non un novero limitato di persone. E’ chiaro che da sconfiggere in questo caso non è solo l’indifferenza diffusa, ma anche l’ampio schieramento che ha teorizzato l’astensione come strumento politico per sconfiggere il sì. Concordo con Gianfranco Fini sul fatto che, escludendo ovviamente la Chiesa e il richiamo ai valori etici e religiosi, chi ricopre cariche istituzionali dà un messaggio diseducativo incitando al non voto soprattutto perché avrà risvolti anche sulle successive competizioni elettorali.
Detto questo il tema rimane delicato perché sono in gioco valori, sentimenti, progresso umano e civile.
Sono convinto comunque che se vinceranno i sì avremo una buona legge, sarà tutelata la salute della donna, nasceranno più bambini, potrà avanzare la ricerca per trovare cure a malattie oggi inguaribili.
Non verrà stravolta la
legge che manterrà un equilibrio e le limitazioni doverose che sono
l’impalcatura della legge esattamente come ha voluto la Corte Costituzionale
ammettendo solo specifiche modifiche, rifiutando l’abrogazione totale.
Il mio approccio alla legge non è stato pregiudiziale ho ascoltato tutti,
scienziati e uomini di fede ma soprattutto malati e potenziali mamme in pena. Ho
ascoltato mia figlia che ancora oggi non sa come voterà e mi chiede perché non
ci si impegna a rendere più agevoli le adozioni, attenuando in parte l’esigenza
della procreazione assistita.
Con serenità di giudizio
mi pare che l'attuale legge 40 sia ingiusta e punitiva nel non permettere ai
fini di ricerca l'utilizzo degli embrioni soprannumerari, non più richiesti
dalle coppie e destinati a deperire, anziché essere a disposizioni di indagini
che possono trovare soluzioni a malattie oggi incurabili. In Italia sono oltre
dieci milioni gli ammalati di Parkinson, diabete, sclerosi, morbo di Alzheimer,
malattie cardiovascolari, forme tumorali etc.
E’, a mio avviso, un errore limitare la ricerca sulle
cellule staminali adulte e non, come nel resto del mondo, anche su quelle
embrionali, ritenuta più promettente.
La grandissima maggioranza di
scienziati, medici, premi Nobel del pianeta ritengono indispensabile per i
successi della ricerca investire su entrambi i filoni. È incauta una legge che
vieta l'analisi preimpianto alla cellula fecondata per coppie portatrici di
gravi malattie infettive e genetiche. Una coppia, una donna che, così qualche
settimana dopo con gli esiti dell'amniocentesi, può trovarsi a scegliere la
sofferenza dell'aborto terapeutico.
Mi fermo qui, chiedendovi
di riflettere sulla scelta migliore.
Bologna, 8 giugno
2005 Maurizio Cevenini
Il voto francese sulla Costituzione ha creato un terremoto politico sull’unità europea ben più ampio di quanto i commentatori politici abbiano ipotizzato in questi giorni. Si è teso a dare una lettura tutta interna al voto, contrapponendo la sinistra e una parte della maggioranza alla leadership di Cirac, ma lo strappo è ben più profondo e tocca la sensibilità di vasti strati della popolazione toccati nel profondo dalla grave crisi economica. Questi hanno riversato nel voto le proprie ansie e sospetti contro l’allargamento delle frontiere, vedendo messe a rischio certezze di occupazione per sé e le future generazioni. Non è un caso che, all’indomani del voto, anche la moneta unica sia ritornata prepotentemente sul banco degli imputati, scambiando la mancata vigilanza dei governi e la congiuntura internazionale, per la semplicistica conversione al rialzo.
E intanto il virus anti europeo si diffonde in altri Stati, in questi ore vota l’Olanda, e può sembrare che in Italia regni la pace, più che la pace in Italia regna il silenzio. Anche il dibattito parlamentare che ha condotto alla ratifica del Trattato costituzionale a larghissima maggioranza, non ha avuto alcuna eco nell'opinione pubblica. I mezzi d'informazione, d'altronde, anche durante i lavori della Convenzione non hanno dato grande attenzione alle questioni che lí si dibattevano, salvo aprire una finestra di sole 24 ore sul tema della Costituzione quando, a fine ottobre 2004, c'e stata la grande messa in scena della firma a Roma.
In effetti, anche in Italia circolano veleni anti europei, c'è confusione, c'è disagio che una corrente politica ormai facilmente individuabile manipola e sfrutta per alimentare una campagna di svalutazione e di messa in mora del processo d'integrazione europea. Si tratti di personalità di governo e istituzionali o di intellettuali che fanno opinione su grandi quotidiani, si dà la colpa all'euro o al Patto di stabilità per la mancata crescita dell'economia; si insinua, più in generale, il sospetto che l'integrazione in quanto tale abbia sacrificato e sacrifichi gli interessi nazionali; si auspica un anacronistico ritorno ai vecchi poteri sovrani degli Stati nazionali o alle vecchie politiche di difesa delle economie nazionali al punto da rimpiangere la fine dello strumento perverso della svalutazione competitiva o la fine delle barriere protezionistiche o la possibilità di accrescere in modo incontrollato il debito pubblico.
C'è, dunque, anche in Italia una battaglia politica e culturale da combattere per riaffermare i principi, i risultati e la prospettiva dell'integrazione e dell'unità europea. E c'è, più specificamente, da svolgere un'opera d'informazione e di chiarificazione da cui risulti come la Costituzione europea approvata nel 2004 fornisca, nonostante i suoi limiti, strumenti importanti per superare insufficienze e motivi di insoddisfazione che i cittadini esprimono. Su reali intenzioni delle nostre forze politiche, in particolare nell’anno elettorale, sono profondamente pessimista.
Bologna, 1 giugno 2005 Maurizio Cevenini
L’omaggio al protagonista assoluto del Novecento
In queste ore mi sto chiedendo,
proprio mentre mi accingo anch’io a scriverne, se sia esagerato quanto sta
avvenendo attorno alla morte di Papa Giovanni Paolo II. La risposta viene dalla
sterminata folla che compostamente passa ore in fila per un momento di
raccoglimento davanti all’uomo che, attraverso ventisette anni di Pontificato,
ha cambiato la storia e avvicinato la Chiesa ai suoi fedeli come mai nessun
altro.
Il papa che ha
stravolto i protocolli vaticani e abbattuto i muri delle ideologie,
intimorendo i grandi della terra e che ha avuto l’umiltà di chiedere perdono per
gli errori della Chiesa, si è spento lentamente, circondato dall'affetto dei
suoi più stretti collaboratori, di milioni di fedeli e di coloro che, credenti o
no, hanno guardato al suo pontificato e alla sua malattia con stupore,
apprensione, partecipazione, mai con indiffrenza. Gli ultimi venti anni di
pontificato, Karol Wojtyla li ha passati convivendo con la malattia che non ne
ha fiaccato lo spirito vitale nemmeno negli ultimi tempi, quando ha avuto la
forza di dire no alla guerra, a qualsiasi guerra, ma anche alle storture del
materialismo occidentale, da lui considerate più insidiose di quelle di
ispirazione marxista. L'eredità che il prossimo papa riceverà da Wojtyla è
pesante e lascia qualche nube nel cielo dell’attesa della fumata bianca. Prima
di tutto sul piano politico, perché seppur nessuno possa dire in che misura il
Papa abbia inciso sul processo di dissolvimento del colosso sovietico e fuori
dubbio che il suo peso ha inciso sullo sviluppo incruento di quella vicenda
epocale. Ma straordinaria è anche l'eredità che Wojtyla lascerà sul piano
della comunicazione. Giovanni Paolo II è stato il papa più espressivo della
storia, non solo per i mezzi a disposizione e la grande volontà nel toccare
tutti gli angoli della terra, ma per i modi informali, per l’amore dell’attività
sportiva, per il carisma nel rapporto con i giovani. Filosofo e teologo
temprato da vent’anni d’insegnamento nelle università dell’Est, è stato l’uomo
dell’apertura alle altre confessioni religiose, senza pregiudizi e con la forza
del Dio unico e universale. Ha aperto la chiesa al mondo e la provenienza dei
cardinali, chiamati a scegliere il successore, dimostra la straordinaria
capacità di coinvolgimento mondiale. La vicenda umana e spirituale di Woytjla è
difficilmente catalogabile secondo il vecchio schema destra-sinistra, tra
innovatori e tradizionalisti. Sul piano della morale sessuale e del controllo
delle nascite, le sue posizioni erano certamente più vicine ai conservatori.
Ma sui temi sociali alcune sue prese di posizione hanno riecheggiato quelle del
"papa buono": no alla barbarie della guerra, no alla logica del profitto fine a
se stessa , sì all'economia sociale di mercato, rivalutazione - come Giovanni
XXIII - di alcuni elementi di verità nell'analisi marxista, di cui naturalmente
rifiutava quelle conseguenze politiche che aveva tanto avversato.
Bologna, 6 aprile 2005 Maurizio Cevenini
Il prossimo 3 aprile quattordici regioni sono chiamate alle urne, di queste otto sono governate dal centrodestra, sei dal centrosinistra. Queste elezioni purtroppo saranno ricordate più per i veleni legati alla vicenda delle firme che al confronto su idee e programmi. Aleggia attorno al voto uno sgradevole odore di bruciato che lede la credibilità dei partiti, di tutti i partiti. Personalmente non so in che misura l’illegalità abbia inciso sulla presentazione delle liste, ma, limitandomi ai dati fino ad ora noti, è certo che alcune (molte?) di esse sono state alterate ed è altrettanto certo il fatto che nel Lazio è stata violata la privacy dell’anagrafe elettorale del comune di Roma. Un pasticcio brutto che non si concluderà con l’esito delle urne ma che avrà strascichi giudiziari seri, non esclusa l’invalidazione dell’esito del voto in alcune regioni. Non posso esimermi dal giudizio su quanto è avvenuto, partendo dalle forti perplessità su un metodo di raccolta firme indegno di un Paese civile, mentre mi interrogo sull’opportunità che esponenti di uno schieramento si prestino alla raccolta per liste alternative al proprio schieramento. Una sola cosa appare certa dopo l’ennesimo broglio: la normativa va radicalmente cambiata evitando la raccolta ridicola nelle ultime quarantotto ore. Le adesioni vanno certificate con un congruo lasso di tempo sui simboli di lista a prescindere dai nomi presentati, che devono avere l’avvallo dei partiti. Solo per le liste civiche di nuova costituzione vanno usati requisiti diversi. Tornando al tema più nobile del confronto elettorale va rilevato che le elezioni regionali, come avvenne nelle precedenti con le dimissioni, non dovute, di Massimo D’Alema rappresenta un’occasione importante per cambiare gli attuali equilibri politici importante per il cambiamento degli equilibri politici. Non si tratta di attribuire o meno un significato politico alle elezioni regionaliquanto piuttosto di cogliere il desiderio di cambiamento degli italiani e la loro stanchezza nei confronti di un governo deludente. Le regionali saranno una grande occasione per scegliere presidenti e maggioranze in grado di indicare una prospettiva di cambiamento, di fiducia. In questa prospettiva, quindi una regione in più, strappata al centro-destra sarebbe un risultato importante.
Se l'Unione porterà a casa un risultato positivo, per il centro-destra le elezioni regionali apriranno una contraddizione forte e suoneranno come una condanna dell’operato della maggioranza. Rimanendo in Emilia Romagna penso che non ci siano grandi dubbi sulla netta vittoria di Errani su un avversario improvvisato, ma sarà importante vincere con un grande margine per segnalare la qualità del lavoro di questi anni.
Bologna, 23 marzo 2005 Maurizio Cevenini
Tre anni fa l’ultimo congresso dei Ds si svolse a Pesaro all’indomani di una bruciante sconfitta elettorale sia del Partito che della coalizione; la vigilia congressuale e lo stesso dibattito misero in dubbio la capacità di rinnovamento del partito e il suo ruolo nella società e molti in chiusura pensarono che Fassino venisse nominato più come liquidatore che costruttore di una nuova fase.
In tre anni sono avvenuti fatti impensabili come le travolgenti vittorie elettorali del 2002,2003,2004 in occasione di competizioni elettorali diverse che hanno visto un balzo in avanti della coalizione e dei DS. Alla vigilia del suo terzo congresso questo partito ha dimostrato di avere ancora un ruolo importante, riconosciuto e legittimato dagli elettori che alla fine sono l’unico dato oggettivo che sancisce la bontà delle proposte. La delicatezza dell’esito di questo congresso è legata alla grande responsabilità che tanto consenso impone ai protagonisti del dibattito interno.
In questi giorni si sta sviluppando il dibattito nelle unità di base sulle diverse mozioni, e in larga parte gli iscritti stanno riconoscendo il buon lavoro di Fassino sostenendo in grande maggioranza la sua proposta; autorevoli esponenti, primo tra tutti il sindaco di Bologna Cofferati, hanno manifestato perplessità sul metodo basato su mozioni contrapposte che possono esasperare il dibattito e sottolineare più le differenze che gli elementi comuni. E’ una preoccupazione seria e responsabile soprattutto quando ad esprimerla è chi ha fatto dell’unità, della coalizione, l’elemento principale della sua schiacciante vittoria elettorale. A volte però la chiarezza diventa valore assoluto per affermare un percorso. In particolare il congresso dei DS deve consegnare ai dirigenti del partito un mandato chiaro sulla costituzione della Federazione e della larga alleanza democratica. Le mozioni sono utili per misurare l’effettivo consenso di una proposta politica e di un gruppo dirigente, poi è chiaro come tutte le posizioni concorrano alla formazione delle proposte in uno spirito unitario. Questo non significa, almeno me lo auguro, chiudersi nel dibattito interno ma tutti i contributi congressuali devo essere rivolti a coloro che fuori dal partito ci hanno affidato un consenso così vasto. A febbraio si chiuderà il congresso e dal giorno dopo, ognuno con il suo peso rappresentativo, sarà chiamato alla prova più difficile ma entusiasmante di creare, attorno a Prodi, la proposta di governo per il Paese. Senza guardare ai successi passati, senza contare sulle difficoltà del governo, senza citare ossessivamente Berlusconi, con l’obiettivo di toccare il cuore e la mente dei cittadini.
Bologna, 17 novembre 2004 Maurizio Cevenini
La vittoria schiacciante che non ti aspetti
George W Bush è per la seconda volta presidente degli Stati Uniti, vincendo in modo netto e inequivocabile. Si è liberato definitivamente in un solo colpo della tribolata e oscura elezione del primo mandato e dell’ingombrante peso del padre e della storia reganiana. La patria della democrazia ha stupito il mondo intero, che parteggiava in grande maggioranza per il suo avversario, con una massiccia partecipazione al voto pari al duello di un epoca storica tra Kennedy e Nixon e poco importa se i protagonista sono di levatura politica decisamente inferiore. Ha vinto Bush con il voto determinate delle popolazioni meno abbienti e dei giovani nella maggioranza degli stati, in termini di grandi elettori e ciò che conta con un numero nettamente superiore di voti. Tre milioni e mezzo di voti popolari complessivi più di Kerry, con un vantaggio sicuro nel collegio elettorale nazionale dove si traducono i suffragi, con la conferma e il rafforzamento della sua maggioranza repubblicana nel Senato e nella Camera dei rappresentanti. Questo comporterà la completa occupazione di ogni posto strategico nella macchina amministrativa e toglierà ai democratici ogni spazio di manovra. A “sinistra” resta qualche voce della cultura, dello spettacolo, forse del giornalismo. Vittoria completa, quindi, e lavoro impegnativo per ricostruire un’opposizione credibile che porti ad un candidato vincente per le truppe democratiche che, a parte la parentesi di Clinton, hanno presentato leader di basso profilo. E’ convinto Bush, e forse ha ragione, di aver vinto per l’impostazione che ha dato alla lotta al terrorismo, assieme alla grande forza di essere il presidente in carica che ha subito il più violento attacco della storia in regime di pace. Non hanno pesato sugli elettori gli errori di strategia, i falsi obiettivi iracheni, le mille gaffes. La straordinaria forza elettorale ottenuta dal Presidente non attenua l’angoscia fuori dai confini americani per le future mosse dell’amministrazione. Personalmente spero che, senza l’angoscia per un futuro confronto elettorale che non gli sarà permesso dalla costituzione americana, Bush o i suoi principali consiglieri abbiano la lungimiranza, come fu per Regan con Gorbaciov, di aprire il dialogo con l’Europa in primis ed il mondo arabo moderato. In questo momento non sono in grado di aggiungere altro se non dichiarare la morte dei sondaggi elettorali e scoprire la pochezza di tanti politologi, americani e non, tanto lontani dal sentire popolare di un paese atipico che va rispettato nelle sue scelte anche se, come in questo caso, così lontane dalle nostre aspettative per un mondo migliore.
Bologna, 31 ottobre 2004 Maurizio Cevenini
Buttiglione e la forza dei cattolici
Da un paio di settimane le parole di Rocco Buttiglione, commissario designato alla Giustizia e Libertà in Europa, con cui definiva l’omosessualità un peccato, e in cui umiliava il ruolo della donna nella società, hanno monopolizzato il dibattito politico nel nostro e in altri Paesi d’Europa. Il più in difficoltà, ancor prima di poter presentare il proprio programma, è il presidente designato della Commissione Ue Barroso che in queste ore sta cercando una soluzione di compromesso da proporre al Parlamento europeo per non sconfessare le sue scelte e nel contempo evitare un voto contrario alla sua commissione. La sottile mediazione di Barroso non prevederebbe rimpasti e il portafoglio di Buttiglione, rimarrebbe quindi intatto anche se verrebbe ridimensionato nei poteri. Tutte le iniziative che riguardano discriminazione, diritti e libertà sarebbero convalidate da un gruppo di quattro commissari, presieduto da Barroso in persona. Del gruppo non farebbe parte Buttiglione. Oltre al gruppo di quattro commissari, il nostro Buttiglione sarebbe affiancato, per ciò che invece riguarda gli affari di sua competenza, da altri due commissari. Buttiglione si è detto disposto a rinunciare a tali competenze, accettando «la supervisione diretta» di Barroso. Come si legge nella lettera di scuse da lui inviata al futuro Presidente della Commissione europea, nella quale si dichiara pronto a chiedere di essere esonerato dall’esecuzione di un particolare atto e di essere sostituito in esso. Poi aggiunge di essere profondamente dispiaciuto delle difficoltà e dei problemi sollevati come conseguenza della sua audizione di fronte alla Commissione parlamentare Libertà pubbliche, non intendendo in alcun modo offendere i sentimenti di nessuno ed in particolare di donne e omosessuali». Tutto ciò è alquanto umiliante per Rocco Buttiglione e per l’Italia e appare un disperato tentativo per difendere una poltrona vacillante. La soluzione scontenta entrambi i grandi gruppi rappresentati nel parlamento; per il gruppone socialista il compromesso di Barroso rimane inaccettabile e gli eurodeputati socialisti, seconda forza del parlamento europeo, confermano la richiesta che venga cambiato portafoglio al commissario designato alla Giustizia e Libertà. Dai Liberaldemocratici arriva un aut aut simile: o a Buttiglione si cambia portafoglio oppure se ne vada. Si rischia insomma una crisi istituzionale che si sarebbe evitata se il governo italiano, senza l’arroganza che a volte lo contraddistingue, avesse riconfermato lo stimato commissario uscente Mario Monti, che è tutto tranne che un pericoloso comunista. Ma lascio l’ultima considerazione per il mondo cattolico che tanto si sta spendendo per difendere Buttiglione. Io crede che chi si sta battendo con forza per il riconoscimento della matrice cristiana della storia d’Europa abbia bisogno di testimonial equilibrati e dialoganti e il mondo cattolico ne esprime molti. Buttiglione è la contraddizione fatta persona del dialogo e della tolleranza, è tempo che qualcuno abbia il coraggio di ammetterlo.
Bologna, 21 ottobre 2004 Maurizio Cevenini
“Da oggi parte la grande sfida…” con queste parole Romano Prodi ha sintetizzato l’incontro di lunedì scorsi dei dieci segretari della coalizione che Prodi ha voluto definire la grande alleanza democratica. Il mio amore per l’Ulivo, la sua storia attraverso la partecipazione diretta dalla prima ora non mi portano ad accogliere con entusiasmo la nuova denominazione, ma ne comprendo l’esigenza politica. Il tavolo dei partiti del centro sinistra è più ampio, con Rifondazione e Di Pietro, ed è quindi indispensabile evitare la sigla Ulivo più altri e infondo ritengo che agli italiani interessino i contenuti espressi da una coalizione forte e coesa.I nodi veri da risolvere, ben oltre la questione nominalistica, erano diversi e di grossa portata. Solo per citare i maggiori: la posizione sul ritiro delle truppe dall’Iraq, l’approccio da tenere di fronte alle riforme del centrodestra e sulla Finanziaria, la modalità d’effettuazione delle primarie, la forma e la scelta delle candidature per le elezioni regionali dell’anno prossimo. Il confronto è stato fruttuoso e spero che in temi rapidi vengano definitivamente archiviate le divisioni, concentrandosi sulla disastrosa finanziaria presentata dal governo facendo proposte alternative e contrastando in un confronto nel Paese l’insidiosa riforma istituzionale che sta passando alle camere con il mugugno improduttivo di una stessa parte della maggioranza. Il sei di novembre vi sarà la prima manifestazione nazionale della coalizione certamente importante, ma a partire dalle prossime settimane dovrà dispiegarsi un’azione capillare di contatto con i cittadini che Prodi dovrà compiere in prima persona; non ci sono invenzioni particolari da fare semplicemente, come avvenne nel ’96, tante piccole riunioni per spiegare le proposte, confrontarle, raccogliere suggerimenti. In fondo a Bologna Cofferati e la coalizione si sono mossi in questo modo con pazienza senza curarsi troppo dell’arroganza e della supponenza dell’avversario. Questa iniziativa s’intreccerà positivamente con le iniziative regionali nelle elezioni della primavera prossima e saranno i nostri candidati i migliori testimonial della ritrovata unità. L’Emilia Romagna, Bologna in particolare che sta ritornando centrale con leader di caratura nazionale, dovranno ancora una volta dare una spinta decisiva al processo d’elaborazione della proposta politica.Solo in quest’ottica le primarie, che dovranno dare ulteriore forza al nostro candidato, saranno fruttuose e funzionali all’obiettivo finale. Bologna, 13 ottobre 2004 Maurizio Cevenini
|
Simona e Simona e le scelte di pace
Quante volte in consiglio comunale mi è toccato d’interrompere il lavori per un evento triste e luttuoso, per qualche commemorazione; martedì scorso il consiglio provinciale è stato investito, all’improvviso, dalla bellissima notizia della liberazione delle due Simona e per la prima volta ho dovuto interrompere una seduta per una esplosione unanime di gioia. L’Italia si è fermata, tutti hanno pensato di aver fatto qualcosa per l’epilogo positivo, ma come sempre la felicità non dura troppo e sono bastate le prime interviste per riaprire il carosello di dichiarazioni, di dubbi, di sospetti. Sono salve e questo conta più di ogni altra polemica. Due donne di pace, volontarie in Irak, strenuamente contrarie alla guerra non potevano, solo perché liberate da una banda di delinquenti, snaturare il proprio pensiero. Forse un po’ più di prudenza sarebbe stata utile, ma chi ha visto in faccia la morte può permettersi qualche libertà protocollare. Non si rabbuino tutti coloro, a partire da quella straordinaria organizzazione che è la croce rossa, che hanno visto sottovalutato il proprio lavoro dalle prime dichiarazioni a caldo, il tempo è galantuomo e i meriti di chi ha operato effettivamente per la pace e la liberazione degli ostaggi usciranno. I dettagli sul riscatto pagato, sui collegamenti tra servizi, spie ecc. restano sullo sfondo, ma con la liberazione si chiude una brutta storia e Simona e Simona escono dall’attualità politica. Bisogna immediatamente riprendere un filo di relazioni che, intrecciandosi con la vicenda politica delle elezioni americane di novembre, miri ad un graduale disimpegno delle truppe occupanti con il coinvolgimento più vasto di paesi operanti sul territorio iracheno dando maggiore fiducia alle forze moderate che dovranno conquistare la fiducia della popolazione. La via della conferenza internazionale, sotto l’egida dell’Onu come propone Fassino, può essere una strada; chiedere oggi nuovamente, ripetendo il voto di giugno, il ritiro delle nostre truppe non è utile né realizzabile e darebbe solo il segno di una frattura interna al centro sinistra. E’ stata una guerra sbagliata, oggi l’occupazione è ingiusta e il mondo è più insicuro che mai. L’attesa per l’esito del voto americano è grande per invertire questa rotta, per interrompere il rischio concreto della saldatura tra terrorismo e odio delle popolazioni colpite verso gli occupanti. Il governo italiano ha grandi responsabilità e va incalzato in parlamento su proposte concrete per invertire l’attuale drammatica situazione, ma è inopportuno, sulla spinta emotiva della liberazione delle ragazze di pace rilanciare una proposta che oggi apparirebbe demagogica e inefficace |
Prodi o Berlusconi
Giugno 2004, una travolgente vittoria elettorale ha portato il centro sinistra a conquistare il governo della stragrande maggioranza di province e comuni … sono passati solo tre mesi e pare che qualche forza oscura o un virus distruttivo, stia minando la solidità della coalizione. Il paradosso, unico nel panorama internazionale, vede un governo fallimentare nei risultati prodotti sul piano economico, sociale e di relazione estera e lo schieramento alternativo che si attorciglia in una discussione tutta interna agli addetti ai lavoro. Quando Nanni Moretti, all’indomani della sconfitta del 2001, lanciò le sue accuse su una classe dirigente inidonea, fui tra coloro che s’infastidirono convinto che la lezione fosse servita e ampiamente elaborata. Non si creda alla bufala che Berlusconi è in risalita nei consensi, è il centro sinistra che non si rende credibile con questi schiamazzi da cortile in particolare sulla scelta di Prodi alla guida della coalizione. Ora pare che l’ultima riunione dei segretari abbia definitivamente dato il via libera a Prodi e soprattutto alla stesura del programma condiviso, ma la gente vuole capire in questi mesi che la scelta è semplice, senza sfumature e distinguo, tra Prodi e Berlusconi. So che Prodi vuole assolutamente le primarie d’investitura e si faranno nell’autunno del prossimo anno; può andar bene ma solo se ognuno dei protagonisti è consapevole che questo sarà l’ultimo atto di un cammino di contatto popolare simile a quello del ’96 o al più recente esempio di Cofferati per le strade di Bologna. E i partiti devono svolgere un ruolo forte di accompagnamento e di proposta al proprio leader nell’unità come obbligo morale e politico. La stagione dei congressi e le altre grandi manifestazioni devono essere momenti di consolidamento unitario e ogni azione deve essere volta al dialogo con gli italiani, con tutti, per dimostrare la forza delle proprie proposte per il governo del Paese. Naturalmente il percorso sarà delicato perché incrocerà temi sui quali all’interno del centro sinistra c’è una pluralità di posizioni, il referendum sulla fecondazione, il ruolo dell’Italia nella crisi irachena, la politica economica e del lavoro. Importante è che la discussione sia sui contenuti, senza minacce e veti, dando quel senso di compattezza e capacità di governo indispensabili per essere credibili. Il bene del nostro Paese deve essere in cima hai pensieri della classe dirigente del centro sinistra, da oggi in poi gli errori avranno il sapore amaro della malafede. |
Rispondo ad un tema di attualità che mi ha posto il direttore e che rappresenta l’oggetto di una lunga di inchiesta giornalistica attivata da un paio di quotidiani.
Sono un po’ allergico allo scandalismo generalizzato e ritengo che ogni valutazione vada fatta con cognizione di causa e iscrivendola nel contesto in cui si è realizzata. Il pubblico e il privato, come singoli incarichi o consulenze, non sono buoni o cattivi in quanto tali, ma come dovrebbe avvenire per ogni nostro atto quotidiano rispondere a criteri di efficacia ed efficienza (naturalmente molto più la prima). La pubblica amministrazione, particolarmente in un sistema complesso come quello italiano, necessita di un solido apparato a gestione diretta e di una rete di esternalizzazioni di funzioni che permettono di realizzare gli obiettivi di programma.
Prendo in considerazione per un momento uno degli atti più importanti, nelle dimensioni economiche e nel servizio svolto: il global service del comune di Bologna relativo alla manutenzione stradale e del verde. Negli anni ’60 il servizio strade del comune era completamente a gestione diretta, dalla progettazione all’attuazione pratica; poi nel tempo la grande specializzazione, la difficoltà a trovare personale da impiegare nei lavori stradali ha portato a parziali affidamenti esterni. Oggi siamo arrivati alla completa gestione esterna. Giusto, sbagliato? La domanda deve essere formulata in modo diverso: i cittadini bolognesi tra ciò che pagano per il servizio e ciò che ottengono da quel servizio sono più o meno soddisfatti? Ed immediatamente dopo un'altra domanda: andrebbe meglio in una gestione diretta? Il problema vero è un altro: se, come io ritengo giusto, il privato può assolvere brillantemente funzioni pubbliche, l’amministrazione deve creare un apparato tecnico amministrativo altamente specializzato che effettui, sulla base di protocolli e capitolati ben fatti, un severo controllo sulla qualità e sui tempi di realizzazione. Io lavoro in sanità, certamente esempio anomalo, e posso dire che nella realtà emiliano romagnola questo sta avvenendo. Più complesso e articolato il giudizio sui lavori pubblici in quanto le amministrazioni anche nelle realtà più brillanti non sono ancora in grado di tradurre al meglio il rapporto esecuzione controllo.
Giudizi diversi riguardano singole consulenze e staff di sindaci, assessori in comuni, province e regioni; ma io aggiungono che ben più attenta dovrebbe essere l’analisi sui ministeri e su enti statali. Come ho detto all’inizio la valutazione deve essere attenta e la trasparenza massima. I cittadini hanno proprie organizzazioni e strumenti, come l’accesso a tutti gli atti pubblici, per valutare se ci sono incarichi inutili o superflui. Siamo in pieno periodo olimpico ed è quindi di attualità portare l’esempio degli investimenti sulla valorizzazione sportiva da parte degli enti pubblici, è uno spreco che dura anni poi all’improvviso una medaglia olimpica mette in luce un movimento che coinvolge scuole, famiglie, comunità. Stesso tema in campo culturale s’investono fondi per la valorizzazione di corsi di violino o pianoforte, poi Muti, Abbado… Insomma certamente ci saranno abusi e forzature ma i conti vanno sempre fatti al termine delle esperienze possibilmente con l’occhio dell’esperto e senza strumentalizzazioni.
Bologna, 20 agosto 2004 Maurizio Cevenini
Nessun giudizio preventivo
Nella scorsa settimana il consiglio comunale e il consiglio provinciale di Bologna si sono insediati e finalmente Beatrice Draghetti e Sergio Cofferati hanno svelato i nomi delle rispettive squadre dopo la ridda d’indiscrezioni, più ho meno fantasiose, della vigilia. E’ logico che la presentazione dei nomi abbia aperto un ampio dibattito sulla qualità delle scelte e sulle caratteristiche delle donne e degli uomini che saranno chiamati al difficile compito di rispondere alle ampie aspettative degli elettori del centro sinistra. Non voglio essere né ipocrita né ambiguo e quindi tenterò di dare un giudizio obiettivo estraniandomi per un momento dal ruolo che svolgo e dallo schieramento cui appartengo. La premessa è d’obbligo: gli assessori d’oggi, dopo l’elezione diretta di sindaci e presidenti di provincia, non possono essere paragonati a quelli tutti fare e relativamente autonomi visti operare fino agli anni novanta. L’esempio del sindaco Ubaldi di Parma, non più tardi di un mese fa, che ha radicalmente cambiato a metà mandato la sua squadra non giudicandola idonea ai compiti assegnati, da il senso, più d’ogni richiamo alle normative della direzione di marcia nelle moderne amministrazioni. Anche Bologna ha visto con Guazzaloca, ma anche con Vitali il cambio d’assessori in corso di mandato seppur per motivazioni diverse. Venendo alle scelte mi pare che non vi siano, salvo alcune positive eccezioni, grandi sorprese rispetto alle aspettative della vigilia. Cofferati e Draghetti hanno parlato chiaro fin dal giorno della loro investitura indicando la volontà di rappresentare nelle giunta tutti i partiti che hanno dato vita alla grande coalizione del centro sinistra. Così è stato e questo ha una logica soprattutto se il ruolo politico saprà integrarsi pienamente con il quadro di competenze tecniche espressione degli apparati comunale e provinciale. Sui Ds, visto che faccio parte di questo partito e lo conosco meglio di altri, posso sottolineare che hanno messo in campo sia in Provincia sia in Comune una leva d’amministratori già ampiamente rodati in ruoli di responsabilità, quali sindaci, assessori, presidenti di quartiere. La Margherita e gli altri partiti mi pare abbiano cercato di fare altrettanto presentando una rosa di nomi di qualità a partire dalle donne indicate. Ci sono alcuni segretari di partito che hanno dato le dimissioni in concomitanza con la chiamata che saranno messi alla prova in settori che non hanno seguito prima, ma se il gioco di squadra funzionerà, e dovrà funzionare, non ci saranno problemi. Ora attendono tutti noi, dopo i giusti festeggiamenti, i momenti più delicati della risposta alle aspettative di una città che ci ha dato fiducia e si aspetta molto. Nei prossimi mesi a Bologna, come in tante altre amministrazioni locali, si sperimenterà la capacità di governo d’ampie coalizioni che saranno banco di prova per l’imminente governo del Paese. Viste le ultime notizie sul governo potrebbe avvenire prima del previsto, in bocca al lupo a tutti.
...ma il cielo è sempre più blu
Non è
facile mantenere un rapporto costante di continuità con una rubrica
radiofonica o giornalistica come sto facendo da anni, ma in certi momenti
si apprezza moltissimo la possibilità di poter esporre il proprio pensiero
senza mediazioni o storture interpretative. Addirittura ho potuto decidere
il titolo di questo articolo che, seguendo la moda di questi giorni,
sarebbe stato titolato da testate nazionali: il battesimo civile. Non
ripercorro la storia,è fin troppo chiara per chi non vuole speculare. Uno
spiacevole equivoco ha scambiato la mia disponibilità ad accogliere una
mamma, un padre e le loro due bambine in visita in sala rossa come una
forma di battesimo laico, invece del legittimo desiderio di entrare in un
luogo chiuso da anni ai cittadini bolognesi. Ho chiesto scusa a tutti a
partire dal sindaco di Bologna che altrettanto involontariamente ho
costretto a smentire un rito che esiste, anche se né io né i genitori
della bambina, abbiamo mai parlato di battesimo. Dispiace che tutti coloro
che ne hanno scritto o parlato abbiano utilizzato ampiamente questa parola
inopportuna, senza rispetto, non certo per me che come uomo pubblico devo
accettare le polemiche, ma per due genitori meravigliosi che hanno peccato
non si capisce per cosa e battezzeranno la propria figlia nella stessa
chiesa dove fu battezzata la sorellina.
Confesso, una lettera personale, intima a Blu l’ho scritta e un
giorno sarà lei a leggerla, assieme a tante solenni e piccate
considerazioni, accompagnate da analisi sociologiche e religiose, comparse
su tanti giornali in quel lontano (nella sua storia) 3 luglio 2004. Recita
così: “Cara Blu, questo è il primo incontro che, per volontà dei tuoi
genitori, hai con la pubblica amministrazione nella casa di tutti i
cittadini. Oggi è un semplice momento di festa che trascorrerai, senza
alcuna formalità, nella sala più bella e piena di storia della tua città,
Bologna. E’ stata chiusa per molto tempo e oggi riapre la sua finestra
sulla grande piazza, davanti alla grande Chiesa. Lo ricorderai attraverso
gli occhi della tua mamma, del tuo papà, della tua sorellina. Il loro
racconto ti parlerà di una città che, per chi ti circonda con amore in
questa giornata, vuole essere simbolo di pace, serenità, accoglienza,
solidarietà. “
Sala rossa
“ Caro dott. Cevenini sono una ragazza felicemente sposata da tre
anni e ho una bella bambina di nome Chiara con gli stessi anni del mio
matrimonio; seguo poco la politica anche se attraverso mio marito, grande
tifoso del Bologna, sono costretta, bonariamente parlandom a seguirla
attraverso le sue apparizioni televisive. Se dovessi collocarmi, comunque,
direi che sono di centro e ho votato per due volte come sindaco
Guazzaloca, forse con lei avrei avuto qualche dubbio. Cofferati lo aspetto
alla prova dei fatti anche se seguendolo un po’ in televisione mi pare
diverso da come viene descritto dai suoi avversari. Ma veniamo al punto,
perché le scrivo questa lettera? Ho seguito la vicenda della riapertura
della sala rossa e la ripetizione di un certo numero di matrimoni con un
po’ d’invidia. Anch’io sono tra coloro che ha celebrato il matrimonio in
sala bianca; nella mia ingenuità mi aspettavo qualcosa di meglio,
addirittura pensavo mi sposasse il sindaco e invece mi sono trovata un
signore gentile che in pochi minuti ha svolto la pratica dicendo di
accelerare i tempi perché dopo poco c’era un altro matrimonio. Mia madre
si era sposata in sala rossa e mi parlava di un’atmosfera più calda, di
una cerimonia più solenne. Ora mi permetto di chiederle se ci fosse anche
per me, e non ne faccio una questione politica anche per questo le ho
detto per chi ho votato, l’occasione di entrare in quella sala con mio
marito, la mia bambina e mia madre che forse è la persona che ci terrebbe
di più. La ringrazio comunque per l’attenzione. P.” Questa è una delle
mail, o lettere o telefonate che ho ricevuto in questa settimana dopo aver
deciso di rispettare una promessa fatta a tante coppie che, per motivi
diversi, mi avevano chiesto di poter entrare nella sala rossa dopo aver
celebrato il proprio matrimonio in sala bianca. Di tante ho pensato di
riportare la lettera qui sopra, perché più di ogni altra rappresenta lo
spirito con cui ho preso l’iniziativa. Tornare in sala rossa, come
annunciato dal sindaco Cofferati nella piazza maggiore gremita, non
rappresenta una scelta politica o una contrapposizione a chi ha scelto una
sala diversa forse anche più capiente e funzionale come sostengono alcuni
contestatori; molto più semplicemente è il recupero di una delle
tradizioni e degli spazi storici che fanno bella Bologna. Naturalmente
saranno ben altre le iniziative che daranno l’impronta della capacità di
governo di Sergio Cofferati e della sua giunta, ma intanto assieme
all’abbattimento di una brutta parete di vetro che divide il sindaco da
giornalisti e cittadini il ritorno in sala rossa è un modo bello e gentile
di accogliere i cittadini di Bologna.
Bologna, 23 giugno 2004
Maurizio Cevenini
La Bologna del futuro
Bologna
ha deciso, si chiude l’esperienza dell’amministrazione Guazzaloca con la
schiacciante vittoria di Sergio Cofferati e della sua ampia coalizione.
Per la prima volta, se si fa eccezione per Formentini a Milano che però
venne scaricato dalla sua coalizione lasciandolo solo con i voti della
Lega, un sindaco in carica non viene rieletto per un secondo mandato e
addirittura prende meno voti delle precedenti amministrative. Vennero
dalla Cina (oggi si può richiamare questo paese) e dal Giappone per
studiare il caso Bologna, la caduta del muro, la rottura della vetrina del
comunismo dal volto umano, si accompagnarono a questo, tesi universitarie,
libri, convegni. Noi là, quel drappello di superstiti del ciclone
elettorale, guardati in parte con compatimento, in parte con arroganza dai
nuovi amministratori, sempre interrogati da quella metà di elettori che
non ci perdonava la sconfitta. Sono stati anni durissimi in particolare
ogni qualvolta il sindaco, con disprezzo, diceva che questa opposizione
fatta da uomini modesti era la garanzia per la continuità del suo governo.
Abbiamo resistito e ricomposto con pazienza l’unità della coalizione, a
partire dal principale partito, collaborando con i tanti comitati definiti
spregiativamente “spintanei” che nascevano in città. Anno dopo anno si è
svelato che la grande novità annunciata dal governo civico a 360 gradi
svincolato dai partiti, era poca cosa; più che vincere loro avevamo perso
noi. Un anno fa l’ultimo tassello, l’individuazione del candidato; sono
convinto, oggi più che mai, che tra i bolognesi avremmo potuto individuare
più di un candidato in grado di governare Bologna, ma nessuno avrebbe
ottenuto in modo così convinto l’ampia adesione che Sergio Cofferati ha
raccolto al suo arrivo. Nella storia di Bologna il ’99 sarà ricordato come
un’anomalia, nulla di più. Per carità non c’è nessuna arroganza in questa
affermazione perché l’alternanza è il sale della democrazia e la lezione
subita allora dal centro sinistra deve rimanere a monito, e ciò che è
avvenuto il 13 giugno 2004 non è la riconquista di Bologna, ma una pagina
completamente nuova. Cofferati e la sua giunta saranno chiamati a rendere
operativo il bel programma proposto e accolto da tanti bolognesi,
confrontandosi con i cittadini dei quartieri, con le categorie sociali
prima delle decisioni. Una sola raccomandazione da chi dopo nove lunghi
anni lascia il comune per un’altra esperienza: rispettare gli avversari
politici e i cittadini che hanno votato lo schieramento opposto, cercando
di fare le scelte migliori per la stragrande maggioranza dei cittadini.
Guazzaloca ha perso perché non ha risposte alle tante aspettative dei
bolognesi, ma anche per la volontà scientifica di rifiutare qualsiasi
confronto con gli avversari politici e con le altre istituzioni. Da oggi
inizia un periodo di grandi speranze per la nostra meravigliosa
città.
Bologna, 16 giugno 2004 Maurizio Cevenini
Federica, il tuo primo voto
Mi ricordo, fu un’esperienza
particolare in un giorno atteso. Erano anni diversi da quelli attuali, di
partecipazione vera, diffusa, in particolare per chi, come me, era già
coinvolto da un’esperienza politica. Votavo a primavera per la prima volta
e arrivai presto al seggio di via Petrarca, quando gli asili e le scuole
erano ovunque e non c’era lista d’attesa; ebbi la sensazione di contare,
di decidere finalmente un pezzetto del mio futuro. Su tutto prevaleva la
convinzione, poi delusa negli anni maturi, di essere sempre dalla parte
giusta in un’Italia non troppo lontana dall’ultimo conflitto e avvolta
nelle tenebre di trame oscure, che ancora oggi non hanno soluzione.
Eravamo ragazzi con le stesse passioni di oggi, il pallone gli amici, gli
amori, ma prevaleva su tutto la voglia di giustizia, di opportunità, di
libertà nelle scuole, nelle città. E ad ogni appuntamento elettorale si
accendeva la speranza di cambiare veramente. A molti di noi, di quella
generazione, sono mancati gli strumenti di conoscenza, di confronto che
sono oggi a vostra disposizione, il mondo di internet per citare il più
significativo. Se posso permettermi, però, a voi manca quel gusto della
ricerca, della sfida che dovrebbe spingervi a cambiare questo brutto mondo
fatto ancora di guerre ed ingiustizie, di veleni che ci soffocano, di
odori di fiori e di frutta che sono scomparsi. Comprendo come gli esempi
negativi, la chiusura e l’egoismo nel privato, la difficile prospettiva
per il lavoro e la casa, spingano alla diffidenza, ma vale la pena
fermarsi un momento e riflettere. Io penso che votando Ulivo per l’Europa
e i candidati del centrosinistra nei comuni si possa fare qualcosa per
migliorare la situazione dei più deboli, per città più ordinate, per un
Paese che crede fortemente nei valori della pace. Come sai dopo nove
lunghi anni lascio il comune di Bologna per una nuova esperienza, se verrò
eletto, nel consiglio provinciale; spero di avere lasciato qualcosa di
buono, che qualcuno decida di votare dalla mia parte per ciò che ho fatto
in questi anni d’opposizione.
E’ questo, figlia mia, che vorrei
pensassi quando varcherai quella soglia per la prima volta assieme a
migliaia di ragazzi che guardano con sospetto la politica, che forse anche
in queste ore pensano di non partecipare. E diffida da chi dice non ci
sono differenze, sono tutti uguali o ancor più subdolamente “loro sono
politici io no”.
Ora hai poco tempo…Federica Cevenini ha votato.
Tuo padre.
Bologna, 4 giugno 2004 Maurizio
Cevenini
L’Istat mette a nudo la crisi
italiana
Il dramma della vicenda irachena m’imporrebbe
di parlare ogni settimana esclusivamente di questo tema, del il terrorismo
che tende a modificare la vita di ogni giorno, delle risposte sbagliate
che fino ad oggi gli Stati Uniti hanno dato, delle difficoltà dell’Europa
a presentarsi con una linea unitaria.
Il nostro Paese deve affrontare
anche altri impegni, primo tra tutti la crisi economica che lo attanaglia
nonostante le fuorvianti affermazioni di Berlusconi e Tremonti legate ad
un ipotetico abbattimento delle tasse, volano per il rilancio della
produzione e dei consumi. In questi giorni è stato presentato il rapporto
annuale dell’Istat che conferma le preoccupazioni che da più parti sono
state lanciate dall’opposizione e delle categorie economiche e sociali.
Più di tutto preoccupa l’assenza totale d’iniziative per reagire alle
evidenti difficoltà da parte del governo.
Nel 2003 l'economia italiana
è cresciuta di appena lo 0,3%, un risultato deludente, inferiore al magro
0,4% registrato l'anno prima. L'andamento della congiuntura ha mostrato
fasi alterne: dopo la flessione dei primi due trimestri, il Pil è tornato
ad aumentare nel terzo, in corrispondenza ai segnali di ripresa nell'area
dell'euro; ma nell'ultimo quarto dell'anno ha subìto una nuova battuta
d'arresto, a differenza di quanto è avvenuto negli altri maggiori paesi.
La crescita del Pil, quasi impercettibile, è spiegata dalla tenuta dei
consumi delle famiglie (+1,3%) e dal notevole contributo positivo delle
scorte (+0,5%), che hanno compensato il negativo apporto della domanda
estera.
Le esportazioni e gli investimenti - le componenti più
sensibile del ciclo congiunturale - sono invece in caduta (-3,9% e -2,1%
rispettivamente), in misura più marcata che nel resto dell'area euro.
L'Italia, in particolare, è il paese che ha maggiormente risentito degli
effetti della rivalutazione della moneta unica, sia nel 2002 che nel 2003.
L'export nei due anni è, infatti, diminuito di oltre il 7%, mentre è
rimasto pressoché stazionario in Francia ed è aumentato di quasi il 5% in
Germania. Il calo degli investimenti, a sua volta, è in parte dovuto al
contraccolpo della fine degli incentivi fiscali (dicembre 2002) previsti
dalla legge Tremonti bis.
Il rapporto ci offre la diagnosi definitiva
sull’andamento economico e sociale del paese in questi anni. Con il 2001
si è interrotto l’avvicinamento all’Europa, ed è cominciato il distacco.
In ultima analisi il problema dell’Italia sta nell’assenza di leadership e
di guida. Il rapporto ci dice, in sostanza, che non c’è soluzione per
l’economia se non si passa per la politica, cioè per la capacità di
suscitare energie attorno ad un progetto comune di riscossa. A questo
punto tocca forse alle prossime elezioni dare al paese la scossa che tutti
cerchiamo.
Bologna, 17 maggio 2004 Maurizio
Cevenini
Tra Zapatero e
Blair…
E’ morto un italiano. Dopo Nassirya ancora
il dolore bruciante di una morte inutile e ancor più, se ciò fosse
possibile, odiosa e ignobile. Mentre scrivo, altre tre famiglie trepidano
in attesa che qualche trattativa con i terroristi permetta loro di
riabbracciare i familiari prigionieri. Come qualcuno sa, quotidianamente
in una rubrica radiofonica esprimo il mio parere sui fatti del giorno;
nell’occasione del rapimento dei nostri connazionali entrati in via semi
clandestina in Iraq, mi sono lasciato andare a considerazioni a caldo che
mi hanno portato ad affermare che per il mestiere che facevano avevano
messo in conto dei rischi. Mi sento di aver sbagliato. Non solo per
l’ultima frase struggente pronunciata da Quattrocchi, ma soprattutto dopo
che inesorabilmente le telecamere sono entrate nelle loro case, hanno
analizzato le motivazioni che li hanno portati a fare una scelta
rischiosa. Ogni tanto occorre avere il coraggio di chiedere scusa e come
me devono farlo tanti altri che in modo superficiale commentano storie di
nostri connazionali che si muovono fuori dal nostro Paese cercando
opportunità di lavoro.
Chiusa questa dolorosa parentesi, oggi ci
troviamo davanti alla drammaticità di scelte che vedono spaccature sempre
più gravi nel mondo occidentale.
Una parte del centro sinistra chiede
al Governo italiano di adoperarsi per una riunione straordinaria del
Consiglio europeo che produca una posizione comune dell’Ue sull’Iraq,
favorevole al coinvolgimento dell'Onu e ad una svolta profonda nella
transizione Irachena. Questo va bene ma la realtà ci mostra
l’accelerazione del governo spagnolo di Zapatero per il ritiro delle
truppe motivata dal fatto che non appaiono maturare le condizioni per
l'approvazione di una risoluzione dell’Onu che rappresenti la svolta
necessaria, e la posizione di Blair attestata sulla scelta della prima ora
dopo l’ultimo incontro con Bush. L’unità europea è assolutamente
indispensabile per una soluzione irachena che veda una rottura tra la
continuità dell’occupazione militare e la transizione verso la democrazia.
Al contempo è indispensabile che questo nuovo ruolo degli stati occupanti,
non rappresenti un segnale di resa nei confronti dei terroristi. Per farlo
occorre una nuova coesione che temo si potrà trovare solo dopo le elezioni
europee di giugno e in particolare dopo le elezioni di novembre in America
in caso di sconfitta di Bush.
Bologna, 19 aprile 2004 Maurizio
Cevenini
Pasqua di guerra
Questi ultimi giorni segnano un peggioramento serissimo nello
scenario del "dopoguerra" in Iraq; alla violenza sunnita, al terrorismo
che dopo la guerra si è insediato in Iraq, si aggiunge ora una opposizione
sciita all'occupazione che è passata dalle parole ai fatti. Tra la
coalizione e gli sciiti si era instaurato un fragile equilibrio e ora,
anche se la componente che sta organizzando la protesta e la rivolta
armata è minoritaria, il malessere si sta diffondendo nella popolazione,
anche quella che fa riferimento a gruppi o leader spirituali più moderati
di Al Sadr. Il secondo dato di novità riguarda il contingente italiano che
si è trovato direttamente coinvolto negli scontri. La calma delle ultime
ore a Nassiriah non è affatto indice di una tensione risolta, di un
pericolo che viene meno. Siamo molto lontani dalla pacificazione, e la
situazione di occupazione diviene ogni giorno di più ostacolo alla
possibilità che si giunga a conquistare ragionevoli condizioni di
stabilizzazione e sicurezza.
La visita di Berlusconi è condivisibile,
anche se tardiva, e credo che tutto il popolo italiano sia vicino ai
nostri soldati pur condividendo sempre meno le ragioni della nostra
presenza. In Iraq oggi c'è un quadro disastroso ed è da irresponsabili non
vedere che c'è bisogno di cambiare strada, subito e radicalmente. La
speranza, ormai l’unica speranza, è riposta nel risveglio dell’Onu
attraverso uno scatto della comunità internazionale che porti ad una nuova
risoluzione applicabile. Alla base ci deve essere la fine dell’occupazione
militare sostituita da una forza multinazionale sotto l’egida dell’Onu, la
cui composizione dovrà vedere la presenza significativa di paesi che non
hanno condiviso la guerra, in particolare i paesi arabi e mussulmani. Se
c’è ancora una speranza per arrivare a libere elezioni in Iraq la strada è
solo quella della fine di questa anomala occupazione. Mi sento di dire che
le notizie che giungono dalle inchieste sui motivi dell’attacco all’Iraq
depongono a favore di un grande intrigo internazionale che contribuisce a
far crescere la sfiducia anche in mezzo al popolo americano. E’ anomalo
parlare di paragone con il Vietnam di trent’anni fa, ma le certezze
vacillano anche in relazione alla concreta capacità di controllo militare
del territorio.
Purtroppo non c'è una qualsivoglia azione del governo
italiano che spinga in questa direzione. E, ancor più grave, non c'è
alcuna iniziativa italiana volta a promuovere una comune posizione
europea, oggi che diventa sempre più urgente superare l'unilateralismo che
ha portato alla guerra in Iraq e che ha tragicamente fallito. Non penso ad
un disimpegno, ma se non si uscirà da questa caotica situazione non avrà
senso mantenere i nostri soldati in Iraq.
Bologna,12 aprile 2004
Maurizio Cevenini
Ancora sul metrò
Quello che sta avvenendo in
questi giorni a Bologna e dintorni sul tema del metrò è il classico
esempio di depistaggio politico elettorale. Stiamo assistendo, e questo è
un dato obiettivo, ad un durissimo braccio di ferro tra istituzioni:
comune da una parte, provincia e regione dall’altra con il governo in una
posizione ambigua dovuta alla contraddizione tra il rispetto di una
normativa che impone la concertazione e la comune appartenenza al centro
destra dell’amministrazione di Bologna. I testi firmati da Berlusconi e
Lunardi che confermano i finanziamenti parlano di soluzione condivisa dei
problemi del nodo trasportistico e logistico di Bologna, questo dovrebbe
convincere tutti sull’esigenza di adeguare le proprie scelte al bene
supremo della collettività evitando scontri legali che allontanerebbero
sia i finanziamenti che la realizzazione dell’opera. Di norma queste opere
straordinarie, proprio perché attraversano più mandati amministrativi,
vedono in tutti i Paesi d’Europa il concorso di maggioranza e opposizione
nella definizione delle scelte strategiche; non deve stupire quindi che a
prescindere dall’impegno economico della singola istituzione tutti gli
interlocutori abbiano voce vincolante.
La cosa grave di tutta la
vicenda è che questo polverone, utile al progetto demagogico di
Guazzaloca, oscura le vere ragioni di un dissenso profondo frutto di
valutazioni tecniche.
Il metrò così come proposto dal Comune di
Bologna è un grave errore che creerà problemi seri.
E’ sbagliato dal
punto di vista trasportistico perché non si sviluppa sugli assi forti
della domanda urbana (Emilia Levante – Emilia Ponente – Corticella). Il
progetto, per drenare utenti, si appoggia su tre mega parcheggi da
costruire verso i quali forzare il traffico automobilistico. Inoltre basa
tutta la sua impostazione sul collegamento fra di loro di tre attrattori
di traffico (Stazione – Fiera – Aeroporto) sorvolando sul fatto che il
totale di tutti gli spostamenti fra i tre attrattori non è che il 2% di
tutti gli spostamenti che avvengono quotidianamente in città.
E’
sbagliata dal punto di vista finanziario ed economico. Costa oltre 750
milioni di euro, di cui oltre un terzo a carico diretto dei cittadini
bolognesi e due terzi dei cittadini italiani. E’ ragionevole supporre che
il Piano Investimenti del Comune di Bologna andrebbe in grave sofferenza
per decenni. La soluzione in tunnel costa dieci volte di più che una linea
protetta e il percorso progettato non fa risparmiare all’ATC neppure un
metro delle attuali linee percorse da autobus.
Infine il grande bluff
Staveco. Migliaia di auto che dalla cerchia dei viali raggiungono Porta
San Mamolo è uno scenario catastrofico se non si ipotizza la realizzazione
del tunnel sotto la collina temporaneamente accantonato per ragioni di
opportunità. E’ ovvio che se la speculazione toccherà la collina
…
Bologna, 4 aprile 2004 Maurizio Cevenini
Se dipendesse da me …
La scorsa settimana scrissi del variegato mondo
del popolo della pace che ha riempito le strade di Roma. Uno sterminato
fiume di persone che si è ritrovata ancora una volta sotto i simboli di
una bandiera variopinta: gruppi organizzati, partiti, mondo del
volontariato, tante famiglie, singoli cittadini. Ma c’erano anche loro…
Volutamente scrissi il mio pezzo ignorando l’aggressione a Fassino e altri
episodi d’intolleranza; volutamente perché mi sembrava offensivo per tante
persone che si erano alzate presto, avevano vestito i bambini, preso un
treno per la capitale solo per esserci, per dire che la guerra e la
violenza in generale sono contro l’uomo. Speravo che l’episodio non
oscurasse il grande successo dell’iniziativa, così non è stato. Come
avviene in uno stadio in festa per una bella vittoria della squadra di
casa, un incidente che coinvolge uno sparuto gruppo d’irresponsabili
diventa notizia prevalente. E allora le famiglie rientrano a casa deluse e
la frase più ricorrente sui treni del ritorno è “non verrò mai più”. Ma
loro, quelli degli scontri, dei manifesti scellerati ed offensivi, quelli
sì hanno vinto la loro battaglia. Hanno buttato fuori dal corteo il nemico
vero, Piero Fassino, reo di aver detto chiaramente ciò che sanno tutti,
anche il vincitore di Spagna Zapatero: non è possibile ritirare oggi i
nostri uomini dall’Iraq. Non importa se il movimento di pace ha ricevuto
un colpo mortale alla sua credibilità, alla forza delle idee, all’unità.
Troppo vicini alle elezioni, alla possibilità di strappare qualche
consenso, sfruttando la reazione emotiva della gente verso coloro che, a
parole, sono meno pacifisti di altri. C’è uno spregiudicato gioco politico
dietro i fatti di Roma e per questo, se dipendesse da me, lascerei andare
per la loro strada questi opportunisti della politica, quelli che gridano
contro i gonfaloni dei comuni che rappresentano l’unità delle città, come
il tricolore l’unità del Paese. Io, più di tanti di loro, voglio
sostituire veramente Berlusconi e il suo governo nell’interesse dei
cittadini italiani, ma per farlo so che occorre rendersi credibili come
forza di governo. Per questo la rabbia è grande perché ancora una volta
una parte della sinistra del nostro Paese, alla soglia di un grande
successo elettorale, si fa del male mostrando la faccia meno nobile e
spregiudicata. Non sta certo a me, politico marginale, indicare la strada
ai dirigenti nazionali del centro sinistra, ma stavolta, per l’ennesima
volta, se riusciremo a disperdere il lavoro di tanti volontari dovremo
ritirarci per manifesta incapacità politica.
Bologna, 28 marzo 2004
Maurizio Cevenini
Arcobaleno, per la pace contro il terrore
20 marzo 2004, una
imponente manifestazione per la pace ha invaso le strade di Roma con le
bandiere arcobaleno come un anno fa al momento del devastante attacco
americano all’Irak. In un clima diverso, esasperato da una polemica che ha
attraversato la sinistra sull’opportunità del ritiro delle truppe, che ha
dovuto fare i conti con i devastanti attacchi che la mano omicida dei
terroristi ha innescato in ogni parte del mondo. Pochi giorni fa sono
arrivati sotto casa nostra, nel cuore dell’Europa, in quella Spagna che si
apprestava a svolgere le sue libere elezioni. Mi fa ribrezzo pensare che
il dibattito di questi giorni abbia valutato il peso di quelle morti
sull’esito delle urne, che il primo ministro in pectore, il socialista
Zapatero abbia tratto vantaggio da quelle terribili esplosioni. Il
terrorismo è il primo nemico da battere senza tregua né sosta con le armi
della prevenzione, del controllo del territorio, del coordinamento delle
forze, ma soprattutto con l’unità d’intenti dei popoli d’Europa. Sì,
perché il terrorismo conduce una sua guerra, nuova e terribile, che ha
perso ogni connotato di contrapposizione frontale tra eserciti, di
distinzione tra apparati militari e cittadini inermi, di scontro tra Stati
in conflitto. Chi ricorre al terrore è contrario all´idea stessa di una
qualunque stabilità mondiale. Si possono avere idee anche molto diverse
sui modi per rispondere a questa nuova e terribile minaccia che insidia la
nostra vita. Ma non si può avere alcun dubbio sul fatto che il terrorismo
è l´avversario da battere, un elemento di inquinamento drammatico della
vita civile di tutti i popoli del mondo. Sconfiggere il terrorismo è la
prima cosa da fare per chi voglia davvero costruire la pace.
I
terroristi, pochi e senza scrupoli, hanno due alleati: i tanti disperati
nel mondo che vivono in condizioni disagiate e la divisione tra gli Stati.
Il popolo della pace deve avere ben chiari questi elementi quando
rivendica con forza il proprio ruolo chiedendo di porre fine
all’occupazione dell’Irak.
Sono convinto anch’io che gli strumenti di
una guerra classica contro un esercito invisibile sia un grave errore, ma
con altrettanta franchezza occorre comprendere che all’indomani
dell’ennesimo attentato lasciare l’Irak senza la prospettiva di una forza
d’interdizione delle nazioni Unite, seppure debolissime in questo momento,
sarebbe un errore altrettanto grave. La strategia del presidente americano
è stata sconfitta nei fatti e mi auguro che il suo popolo lo sostituisca
nel prossimo novembre, ma l’Europa deve da oggi muoversi unita con
l’obiettivo di non fare più guerre preventive ma senza dare il segno di
cedimento al ricatto terrorista.
Bologna, 21 marzo 2004 Maurizio
Cevenini
Quel legame
indissolubile
Non so perché gli attentati in
Turchia, preludio del massacro di Madrid, non avevano scosso l’opinione
pubblica europea al punto da considerare anche il nostro territorio
obiettivo del terrore cinico e indiscriminato. Le pagine dei giornali, le
stesse discussioni in mezzo alla gente, pur parlandone diffusamente
consideravano quelle terribili azioni alla stregua degli attentati in
Palestina. Lo stesso attacco alle torri di New York in fondo c’è apparso
qualcosa di lontano, non solo fisicamente, ma anche concettualmente; solo
ora ci siamo accorti che l’attacco e fuori della nostra porta di casa, in
fondo avremmo voluto credere all’impossibile escalation di un movimento
aberrante ma logico come quello del separatismo basco per non credere che
ora è veramente guerra totale al nostro mondo, alle nostre abitudine, alla
nostra convivenza. Non c’è nulla di logico né di selettivo nella scelta
degli obiettivi, ciò che conta è l’effetto devastante dell’attacco, il
terrore diffuso che si riesce a provocare. Non conta insomma se 35 delle
duecento vittime dei treni erano immigrate, se il primo funerale per le
strade di Madrid era quello del giovane Osama, se a sette mesi di vita non
si possono avere colpe. Siamo gli infedeli e basta. Noi siamo entrati nei
loro Paesi, abbiamo creduto di poter imporre la democrazia, la pace loro
ci colpiscono in casa ridicolizzando i nostri sofisticati servizi
d’intelligence studiando i tempi per incidere sulla campagna elettorale di
uno dei Paesi nemici. Ora, come sostiene Romano Prodi, la strada
dell’Europa può essere una sola, quella dell’unità politica con un
coordinamento delle azioni di difesa, ma anche della diplomazia. Siamo
popoli che hanno conquistato duramente la pace nei propri territori dopo
due conflitti spaventosi, ora dobbiamo agire per difenderci con i mezzi
democratici che abbiamo voluto e sono alla base della nostra
convivenza.
Personalmente credo vi sia un legame indissolubile tra la
rivendicazione di pace e democrazia per ogni parte del mondo e la lotta
senza quartiere al terrorismo. Non tutto il mondo islamico crede nella
guerra santa, sono pochi, seppur estremamente decisi, i terroristi
militanti; in tutti i Paesi arabi vi sono movimenti attivi per la
democrazia, per la libertà d’uomini e di donne. Il nostro mondo ha
abbandonato da tempo le azioni di vendetta e di rappresaglia ed è giusto
che si svolgano manifestazioni unitarie contro il terrorismo, ma anche per
la pace.
In questi giorni sono passato più volte dalla stazione di
Bologna: per i bolognesi il dramma di Madrid è una sofferenza che rivive
ventiquattro anni dopo.
Bologna, 14 marzo 2004 Maurizio
Ceveni
Le donne: le liste e il
rinnovamento
Ancora otto marzo, ancora fiumi di parole
sull’importanza delle donne nella politica, nella società, nella vita.
Qualche decina di pagine in ogni giornale poi passa l’onda lasciando gli
aspetti più ambigui di una crescita oggettiva avvolta in una serie di
luoghi comuni che fanno male. Anni di lotta per l’emancipazione nei luoghi
di lavoro e nella scuola, forse più che all’interno delle famiglie, hanno
fatto crescere molte donne; hanno assunto ruoli rilevanti in ambiti
strategici nonostante manchino ancora tanti servizi nel nostro paese che
permettano di equilibrare peso professionale e impegno familiare. Sono tra
coloro che ritengono indispensabile aumentare le opportunità di crescita e
di spazio per le donne senza creare riserve indiane che rendono odioso e
falso, quindi ambiguo come dicevo prima, l’agitarsi per concedere spazi
fittizi paritari. Faccio un esempio che non vuole né essere scientifico né
diventare regola. Cinque anni fa, sull’onda dell’idea impossibile del
Presidente della Repubblica – donna, Emma Bonnino si candidò alle elezioni
europee raccogliendo una valanga di consensi che ha trascinato l’intero
partito radicale, portando in parlamento con lei altri radicali
naturalmente uomini. La vittoria di una donna coraggiosa, sempre in campo,
ma che ha rappresentato solo parzialmente una riscossa per chi crede che
l’essere umano è unico che la sua cultura è neutra, che le differenze
biologiche e sociali tra i sessi vadano superate.
I dati che si
leggono in questi giorni confermano il primato culturale femminile, si
laureano prima e meglio dei maschi ma inesorabilmente guadagnano meno e
sono poche nei ruoli dirigenti. La spiegazione c’è ed è legata alla minore
flessibilità per straordinari e cambio di sede. Il paradosso è che questo
arretramento, non certo numerico ma di qualità di ruolo, sta avvenendo in
regioni d’avanguardia come l’Emilia Romagna e la Toscana che hanno fatto
della crescita culturale delle donne una battaglia ideologica.
Il
Parlamento ha deciso che almeno un terzo delle liste elettorali sia aperta
ad uno dei due sessi (formula ipocrita usata per non indicare
esplicitamente le donne), alcuni partiti, vedi i Ds, hanno deciso di
presentare il cinquanta per cento di presenze in ogni lista. Ecco, come ho
detto ad una giovane candidata alla prima esperienza, vorrei che questo
non fosse un contentino, ma un primo passo concreto. Guarderemo il numero
delle elette, soprattutto se saranno le più brave, e capiremo se sarà
svolta, almeno nella politica.
Buona festa ragazze di ogni età e ogni
tempo.
Bologna, 8 marzo 2004 Maurizio Cevenini
Guerra e
pace
Un anno fa, in
questi giorni, si stavano definendo gli ultimi dettagli di una delle più
colossali operazioni belliche della storia dell’umanità. Alla ricerca di
fantomatiche armi chimiche o nucleari di distruzione di massa in mano ad
un sanguinario dittatore che solo dieci anni prima gli stessi protagonisti
avevano graziato per inspiegabili ragioni d’interesse superiore. Vi fu un
sussulto nel mondo e da ogni angolo del continente si mosse il variegato
mondo della pace dietro alle bandiere arcobaleno che divennero simbolo di
unità e di voglia di vita. Sappiamo tutti come è andata a finire la
storia, anzi come la storia non finisca ma si complichi. Nella settimana
scorsa abbiamo assistito all’ennesimo esempio di quanto sia complicato per
il centro sinistra mantenere quel livello d’equilibrio indispensabile per
dimostrare la capacità di governo.
Si è fatto credere che si votasse
per la guerra o per la pace, Fassino è arrivato a ipotizzare,
personalmente mi auguro non sia vero, che sia stata una scusa per minare
il partenza la lista unitaria lanciata solennemente la settimana prima da
Romano Prodi. Il decreto del Governo che tanto ha fatto discutere contiene
il rifinanziamento di missioni che riguardano azioni di pace che i nostri
soldati svolgono in diversi paesi del mondo, dalla Bosnia al Medio
Oriente. Ad eccezione dell’Iraq tutte condivise dalla stragrande
maggioranza del parlamento; se fosse passata la richiesta di voto separato
avanzata dai DS si sarebbe evidenziata la differenza di atteggiamento e
non si sarebbe sollevato il polverone di questi giorni. Fossi stato in
Parlamento avrei condiviso la non partecipazione al voto motivata, come i
pochi che hanno ascoltato il dibattito hanno potuto constatare,
dall’esigenza di far giungere la solidarietà anche della nostra parte
politica.
Gli atti parlamentari parlano chiaro e onestà intellettuale
vorrebbe che anche chi si scandalizza per questo voto, riconoscesse che
nel marzo del 2003 quando l’Italia venne chiamata al voto la sinistra
compatta si schierò contro la guerra, come avvenne nel luglio dello stesso
anno quando si decise l’invio del nostro contingente militare. Oggi, a
pochi mesi dalla scadenza della missione, con l’auspicio che l’Onu
rispetti l’accordo che prevede il ritiro dei singoli contingenti
sostituiti dai caschi blu e l’avvio delle procedure per il governo
democratico composto da iracheni, che senso hanno le barricate su
tutto?
E inoltre: è realisticamente credibile e sensato, a prescindere
dal voto sul finanziamento, che unilateralmente oggi il nostro Paese
decida il ritiro del contingente?
Lo chiedo retoricamente a chi ha
deciso legittimante di votare in modo diverso dal suo schieramento e mi
chiedo se tutto questo non indebolisca il centro sinistra e rischi di
nascondere il vero problema che è la mancanza di linea politica del nostro
governo nella gestione della crisi.
Bologna, 21 febbraio 2004 Maurizio
Cevenini
Care Adina,
Carla, Laura…
Quello
che segue è uno stralcio della lettera che ho inviato a Salvatore Caronna,
con la quale rinuncio a ricandidarmi per il consiglio comunale di Bologna.
Una scelta irrevocabile, meditata, serena, giusta nelle condizioni date.
Il solo rammarico è per i tanti, paradossalmente aumentati nel momento
della decisione, che mi hanno sostenuto e hanno accolto con rammarico la
scelta. Mi rivolgo nel titolo a tre persone care che, scrivendomi, hanno
parlato di resa e mi chiedono di ripensarci. Non è così, molto
semplicemente per la prima volta nella mia esperienza politica spesso
solitaria, ho deciso di fare gioco di squadra accettando una regola voluta
all’unanimità dal mio partito. Ci sono altri modi, altri spazi per
continuare la lotta. Intensificherò, nei limiti del possibile la mia
presenza nei luoghi anomali della politica, là dove si trova la gente di
tutti i giorni dove le relazioni s’intrecciano tra un sorriso e una
considerazione seria. Senza schemi, là dove metti la tua faccia, là dove
sei circondato da avversari, là dove il gioco si fa duro; convinto, come
sono sempre stato, di dare nei limiti delle mie possibilità un contributo
al mio schieramento. Continuerò a scrivere a parlare in ogni occasione che
mi sarà data, in mezzo a critiche e apprezzamenti, che spero prevalgano,
perché resta questo il mio modo di fare, ciò che mi riesce meglio. Certo
un po’ più lontano da palazzo d’Accursio e da quella “finestra a sinistra”
da cui abbiamo contrastato, in un momento particolarmente difficile,
un’amministrazione mediocre e di parte, che qualcuno credeva potesse
rappresentare anche il centro sinistra. A compagni, amici, avversari (
anche per il simbolico tappo di champagne recapitatomi) grazie per questi
anni e confermo: Cevenini c’è ancora. Segue lettera.
“Caro
Salvatore,
seguendo i lavori dell’assemblea che ha formalmente
candidato Sergio Cofferati ho maturato una decisione che desidero
sottoporre a te e agli organi dirigenti del nostro Partito. Se ragioni di
tempo ed organizzative non me lo avessero impedito avrei annunciato
nell’assemblea stessa il mio pensiero assieme alle ovvie considerazioni su
questi anni di duro lavoro consiliare e le prospettive della campagna
elettorale che ci attende. Durante l’assemblea ho visto molti volti nuovi,
giovani e donne che prendevano la parola, forse per la prima volta, ed e’
ricorso in molti interventi il richiamo al rinnovamento e all’apertura
delle liste alle tante realtà cresciute in questi anni. Come sai in tutte
le assemblee di consultazione del nostro partito è uscita con forza la
proposta di deroga per la mia permanenza in consiglio comunale, altri
duemila cittadini senza tessera hanno sottoscritto uno specifico appello.
Non sto a riprendere i motivi, ampiamente noti, della proposta che
confesso mi hanno fatto molto piacere, ma la direzione del partito ha
votato all’unanimità una regola innovativa che impedisce la ricandidatura
di chi ha svolto due mandati, prevedendo sì una deroga, ma vincolata al
consenso ampio nella direzione stessa. Mi sono convinto che è giusto,
anche per rispetto di altri autorevoli compagni che si trovano nelle
stesse condizioni, che io dia un segnale di condivisione piena rispetto ad
una regola coraggiosa che da oggi in poi varrà per tutti. E’ una decisione
motivata e serena e nulla toglie al mio pieno impegno nella campagna
elettorale al fianco di Sergio Cofferati per il successo del nostro
Partito e dell’intera coalizione a Bologna e in tutti gli altri comuni
della provincia.”
Bologna, 7 febbraio 2004 Maurizio
Cevenini
Sergio Cofferati
e il rinnovamento di Bologna
Si è concluso il lungo ed impegnativo percorso che ha portato 750
delegati di partiti ed associazioni a investire Sergio Cofferati della
carica di sfidante ufficiale di Giorgio Guazzaloca. Qualcuno ha obiettato
che è stato un percorso fin troppo lungo e tortuoso, ma è quello che
democraticamente si era deciso, anche se in presenza di un candidato
unico. Questo tempo ha permesso di delineare le tracce del programma e ha
portato all’accordo vasto che vedrà a sostegno di Cofferati dal primo
turno, non solo l’Ulivo, ma anche Rifondazione e l’Italia dei Valori. Due
giorni impegnativi di dibattito, oltre alla corposa relazione del
candidato, hanno permesso di toccare tutti i punti di programma che vivono
nelle varie anime del centro sinistra bolognese; sarà compito di Cofferati
selezionarle, sintetizzarle e sottoporle al giudizio dei bolognesi. Idee
molto diverse e certamente più ambiziose di quelle praticate all’interno
delle mura di Guazzaloca che permetteranno, in caso di vittoria, di vedere
una nuova dimensione della città più aperta e disponibile per chi è in
difficoltà, innovativa nella ricerca e nella cultura, salda nei principi
democratici e antifascisti, sicura e accogliente, regolata nel traffico e
nella scelta delle infrastrutture.
Non ho potuto prendere la parola nel
dibattito perché gli interventi erano tanti, in particolare di giovani e
uomini e donne che parlavano per la prima volta; sono giunte idee,
proposte e anche se alcune saranno impraticabili non importa, ciò che
conta è la vitalità che è scaturita da quei messaggi. Se avessi parlato
avrei portato la mia esperienza di totale incomunicabilità con chi ha
amministrato la città in questi quattro anni, rifiutando ogni forma di
rapporto istituzionale e avrei chiesto a Cofferati e a chi sarà chiamato a
comporre la sua compagine consiliare di non dimenticare mai il rispetto
per l’avversario. Ma soprattutto dopo un’assemblea che in questa forma non
dovrà più riunirsi fino alle elezioni, ho visto la grande potenzialità di
tanti delegati si dovrà sprigionare sulla città; ognuno dovrà porsi
l’obiettivo di raggiungere almeno cento persone convincendole e
motivandole al cambiamento del governo della città. E’ un obiettivo
assolutamente possibile se si capirà che da oggi in poi ogni luogo di
lavoro, di ritrovo sarà occasione per spiegare, convincere, confrontare le
nostre idee. Settecentocinquantamila bolognesi sono oltre la metà dei voti
per eleggere il sindaco ed è un obiettivo raggiungibile se si mantiene la
motivazione che ho sentito in tanti interventi. Il ruolo personale che
ognuno di noi verrà chiamato ad assumere diventa così relativo, su tutto
conta l’opportunità di dare a Bologna un governo all’altezza della sua
storia.
Bologna, 1 febbraio 2003 Maurizio Cevenini
Dieci anni di
Forza Italia
Dieci
anni per la storia di un Paese rappresentano un tempo relativamente breve,
ma quando si parla di politica i parametri di riferimento cambiano
profondamente. Possono passare quarant’anni di sostanziale immobilismo
dovuto al patto interno ed internazionale per escludere il partito
comunista italiano e nel giro di pochi anni vedere la sostanziale
scomparsa dei partiti storici che hanno costituito l’asse dell’Italia
repubblicana del dopoguerra. Alla sinistra, intendo quella
dell’esclusione, un muro che cade alla Democrazia Cristiana, al Partito
socialista e ai partiti minori il ciclone tangentopoli. Gli italiani si
sono trovati smarriti, traditi, un po’ come sta avvenendo oggi nel settore
dell’economia, e hanno avuto una profonda fase di rigetto acritico. Si è
fatto di tutta l’erba un fascio e ci è voltati con grande interesse a
tutto ciò che appariva l’antipolitca. Ci fu la stagione dei referendum, la
caccia alle streghe del finanziamento dei partiti e mentre a sinistra si
cercava, con mezzi purtroppo ancora vecchi, di costruire una nuova
proposta di governo del Paese, apparve lui: Silvio Berlusconi e l’Italia
rispose…
Fu messo a punto tutto a tavolino; non fu casuale proprio
dalla vicina Casalecchio la prima mossa, per liberare e pulire i voti del
movimento sociale venne l’appoggio a Fini candidato sindaco di Roma e
pochi mesi dopo il lancio in grande stile del partito di plastica, con la
discesa in campo di tutto l’apparato e la potenza economico dell’impero
Mediaset. Un nome e una bandiera già nel cuore degli italiani seppur per
motivi diversi completarono l’opera. Non sarebbe stato sufficiente tutto
ciò se Berlusconi non fosse riuscito a far credere, lui che alla politica
deve tutto, di essere l’alternativa agli apparati, ai pasticci di palazzo,
il cavaliere dell’efficienza portatore di libertà (quanto si è abusato di
questa parola) e di opportunità nel lavoro e nella vita quotidiana. In
pochi mesi dal nulla il governo del Paese attraverso tante promesse
largamente disattese, ma la fortuna paradossale di Berlusconi fu che quel
governo cadde in modo brusco, imprevisto e mentre il centro destra era al
tappeto le scelte sciagurate a sinistra dettero una nuova insperata
opportunità raccolta al volo. Dire che è solo fortuna sarebbe disonesto
perché si è colta un’esigenza di novità, ma oggi i risultati di governo
sono sotto gli occhi di tutti e penso che gli italiani non daranno una
terza opportunità a Berlusconi.
In tutto questo Forza Italia non
centra nulla è semplicemente il vestito che il capo ha indossato e verrà
riposto per sempre quando deciderà, o sarà costretto, a
ritirarsi.
Bologna, 23 gennaio 2004 Maurizio Cevenini
Non
facciamoci del male
Per questo mio appuntamento settimanale traggo spunto da una frase che Massimo D’Alema ha usato in una recente intervista per controbattere alle accuse, a mio avviso fuori luogo, di Marco Travaglio sulla gestione del governo presieduto dallo stesso Massimo D’Alema, per alcune considerazione che ciclicamente mi capita di fare sull’autolesionismo che vive nella pancia della sinistra ed esplode alla vigilia di importanti appuntamenti elettorali. Il caso D’Alema, se così si può dire, lo liquido con poche parole condividendo le parole di altri ministri di quel governo che ne hanno rivendicato il valore e di altri che, pur contestando l’evoluzione del governo Prodi e le vicende successive non hanno mai usato la calunnia gratuita per la lotta politica interna. Ma non c’è solo questo che pur si lega indirettamente ad una discussione fin troppo trascinata nel tempo sulla famosa lista unitaria per le europee. Ci sono iniziative di giornali come il Riformista che fanno una inchiesta in tre puntate su Bologna e colgono l’occasione per presentare la realtà di un Cofferati in forte difficoltà arrivando a parlare di contatti tra Prodi e Guazzaloca, per la ricandidatura nelle file del centro sinistra. Ci sono partiti che rilasciano interviste minacciando sfracelli se non ci sarà un’adeguata visibilità nei programmi e nell’attribuzione degli incarichi; richieste assolutamente legittime in uno schieramento ancora troppo articolato, ma dannose per il rapporto con i cittadini che vedono nella semplificazione degli schieramenti l’occasione per l’avvicinamento alla politica. Così mentre il governo tocca i livelli più bassi della propria credibilità politica, che trova le ragione per rimanere assieme nel grande carisma, dettato dai voti e dal potere economico, di Silvio Berlusconi, passa come fatto di ordinaria amministrazione che a Bologna si sia trovato un accordo tra Ulivo, Rifondazione e Italia dei valori a sostegno di Sergio Cofferati. Tutto questo fa rabbia e crea imbarazzo nelle tante persone che hanno ritrovato entusiasmo e fiducia nel centro sinistra e hanno dato la propria disponibilità a impegnarsi in una lunga e difficile campagna elettorale. Bologna sarà l’occasione per dimostrare la rinnovata capacità di governo amministrativo del centro sinistra, mettendo da parte egoismi di parte, per dedicarsi ad una città che ha bisogno di un rilancio economico e sociale.
Bologna, 17 gennaio 2004 Maurizio Cevenini
il mio incontro con Norberto Bobbio
E’ morto Norberto Bobbio, filosofo del diritto, senatore a
vita, tra i padri della Repubblica italiana, e' stato uno dei custodi dei
valori dell'antifascismo e il pensatore che ha segnato maggiormente la
riflessione politica di impronta liberal democratica. Pur avendo scelto di non partecipare personalmente all'azione
politica, Bobbio e' stato un punto di riferimento nel dibattito
intellettuale e politico del dopoguerra ed il teorico che si e' proposto
di conciliare le esigenze di giustizia sociale ed economica con le
esigenze delle liberta' democratiche, attraverso il potenziamento e la
creazione degli istituti democratici. Come è
avvenuto per altri grandi personaggi che hanno fatto la storia d’Italia,
Montanelli, Berlinguer i miei incontri diretti sono stati occasionali ma
straordinariamente significativi; ho tratto da questi e da altri
personaggi minori, solo per non aver toccato la ribalta nazionale, la
spinta per l’impegno politico oggi tanto denigrato. Per questo desidero
rendere omaggio ad un grande italiano ricordando una lezione di grande
attualità che mi diede in un’occasione unica. Nella vecchia sezione del
Partito comunista italiano di via San Mamolo, oggi più nota per essere
sopra i locali del bar Ciccio venne deciso di svolgere un’iniziativa un
po’ diversa dal solito, grosso modo il tema era “il giocattolo si è
rotto”. Era l’autunno del ’77, sei mesi prima era stato ucciso
all’università Francesco Lorusso rompendo il rapporto tra i giovani e la
sinistra di governo nella città simbolo. Floriano Ventura indimenticato
dirigente della sezione invitò il professore a parlarne attraverso le
domande taglienti del giornalista dell’Unità Sergio Soglia, il partigiano
Ciro. Non capivo perché quella sera la nostra sezione periferica fosse
stipata, piena di giovani, che pendevano dalla bocca di quel maturo
professore che con pacatezza stava distruggendo le nostre certezze. Fu la
prima volta che sentii parlare di nuovo corso della politica italiana con
la caduta definitiva dell’asse socialisti-comunisti che non avrebbe mai
governato il Paese e ormai non reggeva più neppure nelle città storiche
come Bologna. Ciro Soglia, punto sull’orgoglio, dalle parole di quello spigoloso torinese, lo incalzò per due ore
cercando di mettere in evidenza l’originalità dell’amministrazione
bolognese, la conservazione del territorio, la cultura dei servizi
pubblici. Ma Bobbio sosteneva che tutto ciò non bastava che dopo
trent’anni dalla guerra di liberazione, il ruolo del mondo cattolico, la
rivoluzione culturale, imponevano una nuova leva di pensatori, di studiosi
e che la rinascita culturale partiva dalle università. Il malessere dei
giovani era contro la sinistra ingessata tra un partito comunista alla
ricerca di una legittimazione
e il partito socialista nelle mani di Bettino Craxi. Mi rimase
impressa la frase che disse a conclusione del suo ragionamento, e che
portò a fare un processo politico al povero Floriano che lo aveva
invitato, “ ci vorranno forse vent’anni ma inesorabilmente anche la vostra
città, se non saprà rinnovarsi, cadrà nelle mani della destra, quella più
subdola che addormenta le coscienze”. Nell’anno elettorale è un ricordo
significativo.
Bologna, 10 gennaio 2004 Maurizio Cevenini
Domenica scorsa la notizia della cattura di Saddam Hussein è stata accolta in Italia e nel mondo occidentale con un sospiro di sollievo. Finisce un incubo legato al valore simbolico di una figura, al pari di quella di Bin Laden, che pareva imprendibile e poco importa se il risultato è stato ottenuto nel modo più meschino del tradimento familiare. Per chi ha voluto una guerra, che continuo a giudicare ingiusta, per distruggere arsenali di armi chimiche e nucleari è poca casa, ma l’importanza della cattura di un sanguinario dittatore rimane alta. Ora il rais dovrà rispondere davanti alla giustizia dei suoi atti criminali attraverso un processo giusto che dimostri la straordinaria differenza tra la cultura del diritto e la barbarie della giustizia sommaria. Un processo pubblico da svolgere nel suo Paese che permetta al popolo iracheno di avere un'informazione puntuale e trasparente sui capi d'accusa. Il problema della composizione della giuria appare complesso perchè coinvolge delicati equilibri internazionali, ma personalmente ritengo che sarebbe lungimirante affidare ai soli iracheni la composizione. Sarebbe un primo tangibile passo verso quella normalizzazione democratica che a parole tutti predicano, ma nei fatti non si vede nell'orizzonte immediato. L'amministrazione americana sembra la più dubbiosa, ma basta elencare i numerosi crimini del regime che il tribunale deve processare, le esecuzioni in massa dei Curdi, i massacri durante la guerra con l’Iran e dopo la occupazione del Kuwait, oltre alle brutalità commesse per decenni contro cittadini iracheni di ogni gruppo etnico, per comprendere che non possono esistere dubbi sull’esito finale. Insomma l’opinione pubblica mondiale deve seguire tutti i passaggi formali del processo, che mi auguro non si trascini nel tempo, affinché si eviti ogni possibile speculazione e mi pare che le dinamiche dell’arresto, seppur spettacolari, abbiano tenuto conto del rispetto dell’uomo, sia pur essa la belva più malvagia. Nessuno s’illuda che il passaggio importante della cattura rappresenti la fine del terrorismo come si è potuto vedere nelle ore immediatamente successive; la strada è ancora lunga e impegnativa e può essere vinta solo attraverso l’impegno di tutti per il rapido ritiro dall’Iraq da parte degli occupanti. Occorre dare il segno tangibile di voler rapidamente ripristinare condizioni normali nelle quali un popolo si autogestisce e nomina i propri rappresentati attraverso libere elezioni.
Bologna, 15 dicembre 2003 Maurizio Cevenini
Sono trascorsi dieci anni dalla legge 81 del 1993, che ha introdotto nel nostro ordinamento l'elezione diretta del sindaco e del presidente della provincia. La riforma posta in essere allora è considerata unanimemente "epocale" per il profondo mutamento che ha apportato nel rapporto tra amministratori locali e cittadini-elettori, nella organizzazione stessa dell'ente locale e nel nuovo ruolo attribuito ai primi cittadini sotto il profilo della responsabilità politica e nell'ottica di una più compiuta democrazia. Ma fu molto, molto di più, il cambio radicale di un sistema politico. Tutto partì nel ’91 quando, sotto i colpi della magistratura, moriva la prima Repubblica e il movimento referendario guidato da Mario Segni spinse l’acceleratore sul bipolarismo e l’ elezione di diretta. Un movimento impetuoso che ebbe il proprio apice nell’aprile del ’93 con l’affermazione della scelta maggioritaria e s’interruppe nel ’99 quando il referendum decisivo per il passaggio al sistema bipolare compiuto ottenne 21 milioni di sì, ma per 150 mila voti non raggiunse il quorum. Questo risultato vanificò in parte un lavoro che comunque ha prodotto nel nostro Paese una parziale stabilità e l’alternanza. La sinistra non ha creduto fino in fondo a una riforma che l’avrebbe premiata sul piano elettorale e Mario Segni ebbe paura della sinistra, alleandosi con il polo conservatore e poi sparendo dalla scena politica. Ma la riforma del ’93, letta a dieci anni di distanza, rappresenta il motore dei fatti politici più rilevanti. La travolgente vittoria della sinistra nelle principali città, ma al contempo la sfida dell’ottobre romano permise a Fini, pur sconfitto da Rutelli, di sdoganare il MSI e creare le condizioni per la discesa in campo di Berlusconi e la inaspettata vittoria dell’anno dopo contro la gioiosa ma purtroppo sgangherata macchina da guerra di Occhetto. Ma il seme del bipolarismo entrò rapidamente in circolo permettendo la spaccatura del mondo cattolico con la vittoria di Prodi nel ’96, sperperata per i motivi che oggi tutti sanno molto bene. Di quella riforma per quelli di sinistra come me resta paradossalmente il ricordo più amaro; senza la riforma e l’elezione diretta del Sindaco, infatti, Bologna non avrebbe eletto Guazzaloca che paradossalmente nel voto proporzionale, senza premio di maggioranza, non sarebbe neppure diventato consigliere comunale. Ma è giusto così, i sindaci sono diventati figure molto più autorevoli al punto, senza fare riferimenti che tutti conoscono, di pensare all’autosufficienza rispetto ai consigli comunali che invece devono rappresentare un elemento d’equilibrio contro la sindrome del Podestà. E’ giusto ricordare quegli anni alla vigilia di una nuova importante tornata elettorale nei comuni, con la speranza che il 2004 porti una ventata di rinnovamento a Bologna e in Italia.
Bologna, 8 dicembre 2003 Maurizio Cevenini
Un passo indietro per l’Europa
La scorsa settimana la riunione dei ministri economici (ecofin) presieduta dal ministro Tremonti ha dato un colpo durissimo alla credibilità dell’intera costruzione europea, di cui il Patto di Stabilità è parte integrante. Per pure ragioni di politica interna è stata scelta una strada miope, sbagliata in particolare per l’Italia. La lettura della vicenda vede come aspetto più sgradevole il fatto che i Paesi più grandi, con i disavanzi più pesanti, si siano messi d’accordo contro i piccoli. Ci saranno sicuramente ripercussioni per i Paesi che dovranno entrare il prossimo anno, ma si tratta soprattutto di uno scontro politico tra Commissione e governi. I ministri delle Finanze hanno delegittimato la Commissione, svuotandone i già scarsi poteri affermando una visione dell’Europa nuovamente paralizzata dalle scelte degli Stati. E’ un duro colpo alla costruzione europea.
E’ partita una propaganda che tende a descrivere le regole del Patto come negative, come un freno allo sviluppo. Agli italiani non vengono dette però due cose: che l’adesione all’euro ha consentito in questi anni di avere tassi di interesse alla metà di quelli degli anni passati, e quindi di realizzare risparmi rilevanti. Che l’aumento dei prezzi non è dovuto all’entrata in vigore della moneta unica, ma dal mancato controllo e dalla sottovalutazione del problema da parte del governo.
Il fatto è che è dimostrato che queste
astuzie non servono allo sviluppo. Quello che hanno fatto Francia,
Germania e Italia è stato di ridurre autonomamente le tasse e prospettare
riforme strutturali, in particolare sulle pensioni. Di fatto c’è uno
scambio politico interno, in cui si dice alla gente che si tagliamo le
pensioni ma vengono alleggerite le tasse. Questo fatto non ha prodotto
nessuno sviluppo economico. Fare maggior deficit in questo modo non
significa favorire la ripresa, cosa diversa sarebbe stata se decisioni
espansive fossero state prese a livello europeo. Si può fare tutto, si può
anche rivedere il Patto di Stabilità ma in una nuova forma di
concertazione tra tutti gli stati.
L’Europa aveva iniziato bene
consapevole che bisognava ridurre anno dopo anno il deficit assoluto. La
Commissione presieduta da Prodi ha consentito che il deficit strutturale
andasse oltre il 3% per alcuni anni, ora era giusto porre un limite che in
poche ore di riunione si è fatto saltare.
Bologna, 30 novembre 2003
La scorsa settimana il tribunale di Milano ha condannato il senatore Cesare Previti ed altri per aver corrotto il capo dei gip romani Renato Squillante affinchè compisse una serie di atti contrari ai suoi doveri d'ufficio. Nel contempo ha assolto gli imputati dall'accusa di aver pagato il giudice Filippo Verde per la sentenza che nell'estate del 1986 annulò la vendita della Sme alla Buitoni di Carlo De Benedetti. In sintesi questa la sentenza emessa dai giudici della prima sezione penale del tribunale di Milano che condanna per corruzione Attilio Pacifico, Cesare Previti e Renato Squillante, rispettivamente a 4, 5 e 8 anni di reclusione: si è passati dall'ipotesi iniziale, corruzione in atti giudiziari a quella attuale di corruzione semplice. Questo perchè negli anni in cui furono pagate le tangenti contestate, il codice non prevedeva la corruzione giudiziaria per il semplice cittadino che paga un giudice, ma solo per il magistrato che intasca i quattrini. In altri termini, i giudici hanno ritenuto che fosse provato quel contesto di corruzione ambientale, descritto da Stefania Ariosto, per cui la Fininvest attraverso gli avvocati Previti e Pacifico teneva stabilmente a libro paga Renato Squillante. Se Silvio Berlusconi non si fosse sfilato dal processo grazie al Lodo Schifani, forse avrebbe condiviso le sorti di Previti e company, dato che le loro posizioni sono indissolubilmente legate. Ma questo rientra in un campo d’ipotesi che non voglio forzare se non altro per evitare l’ennesima accusa di accanimento contro il presidente del consiglio. Al contempo va ricordato che ogni sentenza diventa definitiva dopo aver percorso gli altri due gradi di giudizio previsti dal nostro ordinamento. In questo articolo mi preme semplicemente sottolineare due fatti. Il teorema, sostenuto dalla difesa degli imputati, secondo cui un intero sistema giudiziario stava compiendo un’azione politica per colpire il governo Berlusconi è miseramente crollato sotto la sentenza. Il combinato disposto delle procedure e dei tempi porterà infatti alla decadenza dei tempi per un eventuale processo Berlusconi. La seconda osservazione riguarda il peso di una sentenza di condanna per corruzione che non può essere sminuito in un’ipotetica scala di valori. Ci sarà tempo per leggere e analizzare, con il rispetto dovuto, le motivazioni della sentenza, ma già ora si conferma che un fiume di denaro ha permesso di cambiare la storia economica e politica del nostro Paese; un normale caso di corruzione semplice che mi auguro continui ancora a scandalizzare la gente per bene.
Bologna, 24 novembre 2003 Maurizio Cevenini
Ho salutato ieri un giovane amico di Piacenza, militare in partenza per la Bosnia. Abbiamo parlato a lungo degli ultimi avvenimenti, conosceva Piero, la diciannovesima vittima dell’attentato di Nassiryia. In modo leggermente deformato, e senza commenti, quello che segue è il messaggio che mi ha lasciato. " La prossima settimana parto per la mia seconda missione in Bosnia, la prima è durata sei mesi, stavolta tornerò a primavera inoltrata. Sono strane le stagioni nei luoghi di guerra, non solo per un clima sempre diverso dalla nostra nebbiosa Emilia, ma perché l’abbigliamento militare, ingombrante e pesante, è sempre inadatto alle esigenze. Mi raccontava Piero, che in Irak passi almeno tre notti prima di poter chiudere occhio, c’è un silenzio innaturale che riempie di pensieri e non è un caso che, per il turno di notte, vi siano più richieste che per il giorno. E’ tremendo partire oggi anche se per un fronte più tranquillo; le immagini di Nassiryia mi rimbalzano negli occhi, mio padre mi ha chiesto di rinunciare, mia madre piange e Maria dice che dobbiamo sposarci prima o poi… Ma devo farlo, in tanti dobbiamo farlo. Non c’è una motivazione unica per noi volontari: per qualcuno un mestiere che non ha trovato, un incentivo economico, senso di avventura, desiderio di essere utile. Ecco, vedi caro Maurizio, quando io indosso la divisa dell’esercito italiano, quando sventola il tricolore, sento l’inno, mi commuovo. Non andiamo in giro per il mondo a fare guerre, andiamo con l’ambizione di portare la pace, l’ordine. Non hai idea di cosa possa essere lavorare per ricollegare la rete elettrica, portare acqua, rendere praticabile una strada; poi è vero che abbiamo fucili, che siamo stranieri ma abbiamo l’ambizione di farci amare dalla maggioranza di quelle popolazioni. Alla mia finestra quando è iniziato il conflitto irakeno era appesa la bandiera della pace, è tornata in questi giorni assieme a quella italiana listata a lutto. Tu e tuoi compagni dovete pensare che in mezzo ai ragazzi in divisa che partono ci sono uomini che pensano e quelli che votano a sinistra sono più di quelli che tu possa pensare. C’è una cosa che fa male, anche se non risponde alla realtà, avere il dubbio che una parte politica del paese non comprenda il nostro sforzo, che la polemica investa anche noi che crediamo fortemente nella pace. La guerra di Piero era contro la fame, la disperazione di un popolo che deve ancora scoprire la democrazia, contro il mostro del terrorismo. Il suo sacrificio, come quello degli altri diciotto, è lo stesso degli eroi che in Congo quarantadue anni fa vennero trucidati solo per aver portato un carico di aiuto. Forse non dovevamo partire, forse non doveva esserci quella guerra maledetta, forse, ma oggi non possiamo andarcene, anche per Piero. Spiegalo, se riesci, ai tuoi compagni."
Bologna, 15 novembre 2003 Maurizio Cevenini
Alla fine di questa settimana le assemblee congressuali di DS, Margherita e Sdi sanciranno, salvo sorprese, la nascita di una lista unitaria per le elezioni europee. E’ stata una forzatura, come ha riconosciuto lo stesso Romano Prodi, per smuovere la situazione nel centro sinistra che, al di là dei buoni propositi fino ad oggi manifestati, ha evitato di mettere in campo un soggetto unitario. Non è la realizzazione del partito dell’Ulivo che si poteva ipotizzare all’indomani della vittoria del ’96, diverse componenti importanti non hanno aderito al progetto, ma è una scossa per l’anomalo centro sinistra italiano che vede la convivenza di storie e tradizioni diverse. Prodi ha motivato che la scelta di questo esperimento serve per il futuro in un panorama politico europeo, che vede la convivenza nei grandi partiti di posizioni politiche divergenti, anche riguardo a problemi fondamentali della politica europea.
Non nascondo che il percorso è affascinante ma irto d’insidie. La prima, all’apparenza scontata e banale, è il risultato elettorale di questa aggregazione che deve vedere nell’unità un aumento dei consensi rispetto a quanto fecero le singole componenti alle precedenti europee, sotto questo profilo è indispensabile che a rappresentarla sia il simbolo dell’Ulivo. La seconda è la continuità dei rapporti con le altre componenti del centro sinistra che non hanno accettato la proposta, compresi quei movimenti che hanno dato un contributo decisivo alla ripresa di attività dopo la sconfitta del 2001. La terza sarà la collocazione del nuovo gruppo nel parlamento europeo e personalmente ritengo che sarebbe un po’ contraddittorio, all’indomani delle elezioni, confluire singolarmente nelle aggregazioni esistenti.
Insomma una prova impegnativa che impone, all’indomani delle elezioni europee, una ulteriore accelerazione in campo nazionale della casa comune delle forze riformiste onde evitare che anche un buon risultato in campo internazionale diventi un boomerang nel quadro nazionale.
Sotto questo profilo mi pare ovvio che la candidatura diretta di Prodi già dalle europee, pur consapevole dei limiti di compatibilità con la carica di Presidente della commissione che scadrà solo ad ottobre, avrebbe un spinta fondamentale sul popolo del centro sinistra e chiuderebbe definitivamente le incertezze sulla sua volontà di guidare l’Ulivo nella sfida a Berlusconi nel 2006, o prima se le tensioni nella maggioranza proseguiranno con questo livore.
Ultima raccomandazione agli incerti e dubbiosi, io stesso con questo articolo ritengo di poter essere annoverato tra questi: la discussione, la manifestazione di dissenso è salutare, ma se trascinata a lungo rischia di offuscare l’obiettivo prioritario di dare un nuovo governo al nostro Paese, riprendendo il cammino interrotto bruscamente nel ’98.
Bologna, 10 novembre 2003 Maurizio Cevenini
In queste settimane sono giunte notizie obiettivamente
positive per la democrazia del nostro Paese. Da un lato il durissimo colpo
inferto alle nuove Brigate Rosse e dall’altro la definitiva assoluzione di
Giulio Andreotti. Notizie diverse e in nessun modo sovrapponibili, ma che
segnalano entrambe due aspetti importanti. La prima è che il duro, e per
una volta tanto riservato, lavoro di magistrati ed inquirenti ha portato
all’arresto d’insospettabili terroristi che molto probabilmente sono
esecutori o fiancheggiatori degli omicidi D’Antona e Biagi. La seconda è
che la lenta macchina della giustizia è giunta, comunque, a stabilire un
verdetto definitivo in una vicenda che ha sconcertato l’Italia; la Corte
di Cassazione ha stabilito che erano infondate le accuse ad Andreotti
sull’omicidio Pecorelli. Sarebbe stato un evento drammatico se un uomo
che, dal 1946 ad oggi, ha ricoperto innumerevoli incarichi di Governo ed è
stato sette volte Presidente del Consiglio, fosse risultato colpevole di
reati agghiaccianti.
Queste le due luci. Per entrambe però resta
un’incognita legata alle coperture, connivenze che riguardano da un lato i
brigatisti, dall’altro l’oscuro mondo che ha progettato l’uccisione nel
’79 di un modesto giornalista che sapeva molto degli intrecci
mafia-politica. Durante il lungo iter processuale, sia stata evitata una
strumentalizzazione politica del processo da parte degli avversari di
Andreotti, ben distribuiti negli schieramenti politici, e lo stesso
protagonista ha fatto di tutto per tenere un profilo basso sulla vicenda;
oggi mi pare che la strumentalizzazione prenda il sopravvento attraverso
un attacco violento a Luciano Violante che da magistrato e da politico ha
combattuto in prima linea la mafia con ottimi risultati. Si può discutere
della legislazione eccezionale, dell’organizzazione della giustizia,
dell’uso dei pentiti e delle strategie di indagine, si può anche criticare
l’impostazione politica e culturale con cui persone diverse hanno portato
avanti negli anni il contrasto politico e giudiziario alla criminalità
mafiosa, ma non è questo che sta avvenendo. Proprio in giorni di
soddisfazione comune, tutti dovrebbero stringersi attorno alle Istituzione
per prendere nuovo vigore nella ricerca delle tante verità nascoste.
Questo vale anche per la vicenda brigate rosse che non può essere ridotta
a piccola combriccola di nostalgici comunisti, è troppo sottile la
strategia messa in atto per colpire il sistema lavoro del nostro Paese.
Anche su questo è vergognoso mescolare il terrorismo come i sacrosanti
conflitti sociali. Bisogna ricordare sempre che il sindacato è sempre
stato schierato contro il terrorismo, senza ambiguità, e ha pagato come
altre categorie il suo tributo di sangue. Riflettano importanti
rappresentati del governo quando tendono a fare meschini paragoni per
squallidi interessi di bottega.
Bologna, 1 novembre 2003 Maurizio Cevenini
Un giovane magistrato dell' Aquila Mario Montanaro ha bandito dalle aule di una scuola abruzzese il crocifisso. E’ sua prerogativa, nello stato di diritto, dar corso ad un provvedimento dopo aver esaminato gli estremi della legge che sul tema pareva estremamente chiara, ma oggi presenta forti dubbi interpretativi. Da maggioranza e opposizione si è levato un coro di critiche e la Cei ha protestato con forza, mentre il ministro di giustizia ipotizza provvedimenti disciplinari; lo stesso Presidente della Repubblica ha messo in campo tutta la sua autorevolezza legando il crocifisso alle nostre comuni radici, simbolo non solo religioso ma anche di convivenza civile. Persino l’Unione delle comunità islamiche italiane, ritiene che la sentenza produrrà effetti perversi, indesiderati e certamente negativi per quel dialogo cristiano-musulmano che tanto faticosamente si sta cercando di avviare, ovviamente l'unico veramente soddisfatto è Adel Smith, Presidente dell'Unione musulmani d'Italia, che ha dato il ''la'' all'intera vicenda chiedendo la rimozione dalle aule frequentate dai suoi figli del crocifisso. Resta il fatto che, per ciò che riguarda l’esposizione nelle scuole, ci si appella a disposizioni del ’24 che avrebbero l’esigenza di essere riviste in una norma più chiara con riferimenti all’attualità e alle disposizioni comunitarie. Detto questo, senza addentrarmi in valutazioni giuridiche, ritengo la sentenza inadeguata, inutile, forse dannosa per i rapporti di convivenza culturale e religiosa nel nostro Paese; fossi malizioso giudicherei la sentenza funzionale alla reazione, pur minoritaria, contro l’iniziativa di Fini sull’integrazione degli stranieri attraverso l’espressione di voto allargata. In Italia è superato da tempo il concetto della religione di Stato, qualcuno può pensarlo ma non è più così e sono passati i tempi delle discriminazioni nei confronti di chi rinuncia all’ora di religione. Un Paese civile e democratico, come si sforza di essere il nostro, deve fare tutto il possibile per mettere nelle migliori condizioni di libertà di espressione civile e religiosa, tutti gli ospiti, siano essi stabili e integrati, sia coloro che sono in attesa di regolarizzazione. A loro spetta solo il compito di rispettare la cultura e la tradizione del Paese che li ospita, tra queste l’esposizione dell’immagine della croce di Gesù Cristo. Ricordo che negli anni lontani della guerra fredda, il partito comunista italiano massima espressione del pensiero laico spesso in fortissima polemica con i vertici vaticani, mai ha messo in discussione un simbolo che va oltre la normale lettura di una icona religiosa. Spero si trovi rapidamente il modo di uscire da questa antipatica situazione.
Bologna, 27 ottobre 2003 Maurizio Cevenini
Avevo sperato in un sussulto sul tema del voto agli immigrati. La sinistra, storicamente, ha sempre lavorato per l’allargamento dei diritti ai cittadini del mondo che in modo regolare vivevano e lavoravano nel nostro Paese. Il fatto che la proposta del voto sia giunta da un esponente della destra, con una tradizione politica ben lontana dalla disponibilità verso l’emarginato, è una buona notizia. In politica si tende spesso a guardare in modo preoccupato agli effetti che iniziative del proprio avversario possono avere sull'elettorato, ma in questo caso considero, in assoluto, importante l’evento. L’Italia ha un’occasione storica, proprio in uno dei momenti più bui della sua storia, per dare un segnale all’Europa sulla volontà di apertura e d’impegno sul tema del diritto di cittadinanza attiva di coloro che contribuisco al corretto sviluppo di una comunità. Spero che la necessaria discussione non venga vanificata da meschine rivendicazioni di schieramento e di gruppo; mi auguro che venga lasciato alla sola Lega il vessillo dell’oltranzismo razzista, perché ci troviamo davanti a una grande e pragmatica occasione per il nostro Paese. I numeri delle statistiche sono inequivocabili e parlano molto chiaro: il nostro paese è una necessità estrema di allargare il numero, oltre le quote della Bossi-Fini, di ingressi indispensabili per colmare le carenze di manodopera soprattutto nel Nord-Est, nel turismo e in agricoltura. Più in generale, l’immigrazione è indispensabile per far crescere un paese in declino demografico e con forti squilibri regionali. Dato che la produttività ristagna e che l’aumento della partecipazione femminile è un processo molto lungo, saranno soprattutto gli immigrati a far crescere l’Italia nel 2004. Operano nelle regioni in cui la produttività del lavoro è più alta e la durata della disoccupazione più bassa. Per questo gli immigrati sono in media più produttivi, anche se il termine è brutto, degli italiani: già oggi quel 6 per cento di forza lavoro immigrata contribuisce alla formazione di più del 6 per cento del nostro pil. Se regolarizzata rapidamente, questa forza lavoro può essere di grande aiuto anche nel migliorare i conti pubblici. In secondo luogo, a maggio 2004 entreranno nell’Ue dieci nuovi paesi con livelli di reddito pro capite nettamente più bassi del nostro. Questo comporterà flussi migratori da Est a Ovest e questi immigrati saranno a tutti gli effetti cittadini europei e potranno, con le normative già oggi vigenti, votare alle amministrative. L’Italia, Presidente di turno dell’Unione europea ha una grande occasione da non perdere sul terreno della integrazione tra i popoli.
Bologna, 12 ottobre 2003 Maurizio Cevenini
Credo che quando è arrivato l’annuncio,
durante i telegiornali, che il
Presidente del Consiglio avrebbe
tenuto un discorso alla nazione, ogni normale cittadino si sia illuso che
si trattasse della doverosa, seppur tardiva, presa di coscienza da parte
di Berlusconi che il black out, che ha fermato l’Italia per molte ore, era
un evento senza precedenti che imponeva una relazione ai cittadini sulle
cause e sui provvedimenti da prendere. Mi sarei aspettato che ringraziasse
tutti coloro che si sono prodigati nell’emergenza, elogiando gli italiani
per la compostezza e avrei accettato che, nello stile del personaggio, si
prendesse qualche merito.
In tanti si sono chiesti quale obiettivo volesse ottenere con
quel messaggio; certamente la priorità era quella di cambiare
drasticamente l’agenda del dibattito pubblico, sgombrando rapidamente
l’imbarazzante black out accreditando l’immagine di un governo
responsabile che si fa carico della principale priorità del momento, il
sistema pensionistico. Naturalmente dietro, senza celarla, ha compiuto
anche un’operazione politica nei confronti della sua maggioranza, mettendo
in riga quegli alleati che non volevano la rottura del dialogo sociale (An
e Udc), presentando loro il fatto compiuto di una sfida diretta,
plebiscitaria, tra premier e opinione pubblica.
In un
autunno disseminato di grandi difficoltà per l’esecutivo, dalla
finanziaria alle pensioni, al condono edilizio, dall’inflazione alla
crescita zero, dal braccio di ferro sulla legge Gasparri, al
pronunciamento della Corte Costituzionale sulla legittimità della legge
sull’immunità, il premier ha deciso di mettere i suoi alleati davanti a
una sorta di “voto di fiducia permanente”, radicalizzando lo scontro
sociale e costringendo l’opposizione a seguirlo nello scontro muro contro
muro.
Bologna, 4 ottobre 2003 Maurizio Cevenini
Almeno sulla procreazione assistita, parlino le donne
Ho scorso nel mio sito i titoli degli articoli che ormai da quattro anni scrivo per questo giornale e un po’ mi sono spaventato, parlo di tutto come inesorabilmente fanno i politici. Questa volta, come in altre occasione, lascio spazio ad altri pareri e in specifico ad una cara amica che si è trasferita da mesi a Napoli e mi ha scritto una lettera. "Caro Maurizio, ancora una volta mi trovo a fissare il mare come feci quando ti scrissi di guerra lontana. Penso spesso a voi uomini impegnati nella politica che decidete ancora su tutto, il rapporto sarà uno a sette ma voi siete ancora in ogni posto strategico. Non è una recriminazione, semplice constatazione dopo aver sentito alla radio, quasi involontariamente, un animato dibattito sulla legge per la procreazione assistita in corso di approvazione al senato. Ero in macchina e ho avuto un sussulto quando a parlarne erano cinque uomini e due donne, importa poco di quali partiti. Ma che ne sapete voi di un tema che implica scelte etiche, dubbi morali che toccano il singolo individuo, sul quale mi appare assurdo anche solo pensare di legiferare. Per ciò che ho sentito e ho potuto capire si tratta tra l’altro di una legge inapplicabile, che scavalca il ruolo del medico mettendo in discussione il diritto alla salute fisica e psichica della donna, trasuda disprezzo per chi, a volte disperatamente, ricorre alle tecniche di procreazione.
Lo sanno i tuoi colleghi, caro Maurizio, della discriminazione delle coppie portatrici di malattie ereditarie, visto che la procreazione assistita è consentita esclusivamente alle coppie infertili; e ancora dove finisce il principio di uguaglianza che la nostra costituzione prevede, visto che chi ha i mezzi trova in altri paesi vicini le risposte che l’Italia non vuole dare. E’ una legge ingiusta punitiva, piena di divieti, sprezzante del desiderio di maternità e paternità, un sentimento forte legato al bisogno di donare, di compiere atti d’amore e generosità, e provoca sofferenza quando non può essere realizzato. Che fine faranno i centri che praticano la fecondazione eterologa e le diagnosi preimpianto quando la legge li considererà clandestini perché non si potrà più ricorrere a seme o ovulo da donatore, di congelare gli embrioni, di produrne più di tre con l’obbligo di trasferirli tutti, indipendentemente dal parere medico sulla conseguenza di parti plurigemellari o di rischi per la donna o il nascituro. In questa bella e tragica città dove mi trovo si arrangeranno come sempre, sulla testa delle donne ma che importa non è certo un’emergenza per il Paese. In questo campo la laicità dello Stato deve prevalere, occorre un sussulto, contro la falsa morale. Tu che puoi fare? Un bacio, Norma"
Ps: ma vincerà Cofferati? E tu che farai?
Così finisce la lettera ciò che posso fare è cedere questo spazio; il ps è un’altra storia, come direbbe lo scrittore, ancora tutta da scrivere.
Bologna, 30 settembre 2003 Maurizio Cevenini
Tra un anno, di questi giorni…
Riprende la pubblicazione di questo giornale e ancora una volta il direttore mi ha invitato a scrivere, mosca bianca o "rossa", di ciò che desidero in piena libertà. Ho accettato e le motivazioni restano le stesse che mi hanno spinto a parlare e scrivere, ormai da due anni in radio o giornali che hanno prevalentemente ascoltatori e lettori orientati diversamente dalla mia parte politica. Dialogo, ascolto, attenzione tutti termini che oggi nel panorama urlato della politica sono rari, quasi incomprensibili, ma a mio parere restano l’unica via per tenere unita una comunità, un Paese. E’ una azione da perseguire con costanza anche quando gli avversari, mai nemici, assumono atteggiamenti arroganti e supponenti come è avvenuto in questi quattro anni da parte di esponenti della "nuova amministrazione", quella che avrebbe dovuto far dimenticare i balletti della politica. Anche questo giornale spesso assume atteggiamenti tremendamente faziosi, anch’io spesso sono fazioso, ma mettendo a disposizione opinioni diverse la speranza è che il lettore, più o meno attento, si fermi a pensare senza pregiudiziali e sappia selezionare i pareri.
E’ utile perché il prossimo anno, di questi giorni, ci sarà una nuova amministrazione della città. A primavera, se il governo non penserà ad un improbabile rinvio per la contemporaneità con le europee, i bolognesi saranno chiamati a scegliere tra la continuità dell’esperienza di Giorgio Guazzaloca e la novità di Sergio Cofferati; comunque vada, e personalmente sono convinto- da buon sportivo praticante- della vittoria della mia parte, ci dovrà essere un nuovo corso.
Sul piano delle relazioni politiche, nel rapporto con i cittadini, negli interventi concreti sulla città.
Guazzaloca ha usufruito abbondantemente del bonus dovuto alla sua incredibile vittoria e del conseguente sbandamento iniziale dell’opposizione, ma il tempo comincia a segnalare l’effettiva attività dell’amministrazione. Le poche realizzazioni sono sotto gli occhi di tutti, i mega progetti, metrò in testa, non sono credibili, i quartieri sono emarginati.
Il risultato del ’99 è figlio di varie motivazioni e per non essere fazioso mette davanti a tutto la voglia di novità e di cambiamento dei bolognesi. Questo non sarebbe bastato se non ci fossero stati tanti errori grossolani dalla mia parte, primo tra tutti la scarsa percezione del distacco dai cittadini che nella nostra città hanno sempre avuto una grande voglia di partecipare alle decisioni. E parlo di qualcosa di più profondo degli errori su un cordolo e simili, che pure hanno inciso.
Le carte ora sono tutte scoperte: la squadra di Guazzaloca ha dimostrato di saper realizzare il cambiamento promesso?
Bologna 23 settembre 2003 Maurizio Cevenini
Premiare l’odiato Sgarbi
Venerdì scorso il "manipolo" di cittadini, certamente comunisti direbbe Berlusconi, organizzatori della resistenza alle prestigiose "gocce" dell’era Guazzaloca, hanno voluto premiare la definizione più efficace tra centinaia di partecipanti ad un particolare concorso d’arte. Giuria qualificata, tra gli altri Riccomini, Pozzati, Boarini ha leggersi i tanti biglietti lasciati in quella che Campus Venuti ha definito "piazza dei barattoli". Ha vinto una definizione sintetica, ma estremamente significativa: fuori luogo. Due parole pesanti che danno ampiamente il senso della forzatura, dell’arroganza con cui si è voluto stravolgere l’armonia della piazza medioevale più importante d’Europa. Ci sono problemi più importanti a Bologna non ho il minimo dubbio, ma lo spreco di denaro nell’arredo urbano infastidisce particolarmente i cittadini. Personalmente non ho criticato il recupero del sottopassaggio anche se è stato riempito prevalentemente di libri dei sogni dal sapore elettorale. Lo schiaffo sono quelle gabbie di vetro. E’ così che gli organizzatori hanno deciso di premiare Vittorio Sgarbi per il coraggio che ha avuto venendo a Bologna per criticare violentemente un’amministrazione amica che ha compiuto un’azione orribile a danno del patrimonio culturale della nostra città. Lo ha fatto con una dura requisitoria in piazza Maggiore prima di descrivere angoli e opere suggestive della piazza. Lo ha fatto con veemenza sostenendo che chi amministra non è padrone del patrimonio culturale, che deve rispettare la storia. Lo ha fatto da uomo libero. Il destino ha voluto che fosse chiesto a me di consegnargli, a fine monologo, la pergamena che rendeva omaggio alla sua alta capacità di critica. Ho odiato, oggi posso confessarlo, Vittorio Sgarbi dal giorno in cui, ormai dieci anni fa, me lo trovai come avversario in un dibattito politico; riuscii a dargli dell’arrogante mentre urlava parlando di sanità, argomento che dimostrava di non conoscere. Ma quando l’uomo scende dal cavallo alato con il quale vola sulle teste della gente, e parla d’arte ha pochi rivali. In pochi hanno avuto il coraggio di sostenere come lui ha fatto in più occasioni, con motivazioni convincenti, che la nostra piazza è molto più bella di piazza della Signoria. Non servirà a fare cambiare idea al sindaco e alla sua giunta, ma le sue parole di condanna mi hanno permesso di fargli la promessa solenne che piazza barattoli tornerà Piazza Re Enzo. Il tempo di dare ai bolognesi la possibilità di votare per una nuova amministrazione un po’ meno presuntuosa e rispettosa del suo immenso patrimonio.
Bologna 15 settembre 2003 Maurizio Cevenini
Se questa è la nuova politica…
Nelle ore in cui il presidente del Consiglio, parlando a ruota libera, definisce matti i magistrati e il dibattito politico raggiunge livelli di rissosità incredibili, a Bologna un episodio piccolo piccolo diventa un segnale allarmante. Come tutti sanno è in corso la Festa Nazionale dell’Unità, appuntamento che, con altri, rappresenta l’occasione per dibattiti, approfondimenti, confronti. Il clima deteriorato sul piano nazionale ha certamente ridotto le presenze del polo, ma in ogni caso Casini, Fini, Frattini ed altri saranno presenti in dibattiti importanti.
Tra gli invitati, per un importante confronto sul futuro di Bologna, il vice sindaco Giovanni Salizzoni. Come è giusto che sia in una sana democrazia l’opposizione non ha nascosto le critiche all’attuale maggioranza e Cofferati ha potuto svolgere i suoi primi incontri da candidato. Il sindaco della città non ha risposto all’invito per l’inaugurazione e si è limitato ad una visita privata, scelta anomala ma legittima verso il principale partito in città. Da giorni circolavano voci che una certa irritazione corresse a palazzo per l’invito a Salizzoni di cui parlavo, ma nulla faceva pensare all’epilogo della vicenda. Tant’è che con uno scarso comunicato: "Non ci sono le condizioni…" il vice sindaco declinava l’invito. Quali condizioni caro Salizzoni? Che da parte delle opposizioni non ci fossero critiche all’operato dell’amministrazione? Che Cofferati dichiarasse il suo appoggio a Guazzaloca? No, vuole dire semplicemente che ormai nella città del dialogo, della cordialità della bolognesità non c’è più la possibilità di confrontare serenamente opinioni diverse in un civile dibattito. Che il disprezzo per l’aula consiliare, per gli eletti dal popolo è giunto alla sua massima espressione. Nessuna mediazione nessun confronto, o con noi o contro di noi. Salizzoni mi ha deluso perché se anche lui si è allineato al nuovo corso della lista civica nella quale è confluito dopo aver disperso l’originale esperienza di "Governare Bologna", vuole dire che da oggi alle elezioni ci sarà solo uno scontro sordo che non farà bene alla città. Dove sono finite tutte le litanie su Dozza e Dossetti, sul dialogo e il rispetto per gli avversari. Salizzoni ha perso una occasione per esporre e difendere le sue idee, ma soprattutto ha condiviso la scelta di chi, forse imponendoglielo, ha voluto ancora una volta dichiarare il disprezzo per l’avversario politico. Questo dovrebbe essere il nuovo che entra nella politica? Non ci siamo e mi permetto di dirlo perché personalmente amo di più confrontarmi con gli avversari, mai considerati nemici, che parlare davanti a chi la pensa come me. Mi auguro che termini presto questo mandato consiliare e che il prossimo ripristini un corretto rapporto tra maggioranza e opposizione, salutare per le sorti della nostra Bologna.
Bologna, 9 settembre 2003 Maurizio Cevenini
Il grande pasticcio
E’ raro che il ritorno dalle ferie, la ripresa lenta della propria attività, sia accompagnato da grandi entusiasmi; le preoccupazioni prevalgono sui rari momenti di serenità vissuti in un agosto arroventato, o dietro l’angolo o in qualche località lontana. La crisi profonda dell’economia, l’incombente e sempre minaccioso pericolo terrorista, la sicurezza e vivibilità nella propria città motivano ampiamente le preoccupazioni degli italiani. Restava il calcio… Già, era difficile ipotizzare che anche qui potesse saltare il giocattolo; gli allarmi erano ampiamente evidenti, una rivoluzione del sistema era attesa e auspicata, ma pasticcioni, eternamente al timone delle sorti dello sport, sono riusciti a fare crollare tutto. E’ facile incolpare sempre Berlusconi di tutto ciò che accade in Italia, personalmente comincio a muovermi con prudenza e moderazione soprattutto perché è facile trasformare un avversario politico in un martire. Premessa doverosa, perché vorrei ricordare le origini del male del calcio moderno. Correvano gli anni 80, quelli della Milano da bere, quando Berlusconi, brillante e rampante imprenditore, geniale inventore di televisioni private giunse come salvatore della patria alla guida del Milan. Fu la squadra delle meraviglie, prima con Sacchi poi con Capello, degli olandesi Gullit, Van Basten, Rejikard, dei Baresi, Maldini. Ma soprattutto fu la stagione del fiume di miliardi, del superamento d’ogni limite, dei bilanci fuori controllo; Berlusconi i miliardi li aveva veramente, gli altri no. Ma le piazze delle grandi e medie città pretendevano squadre competitive e imprenditori sprovveduti si sono buttati in operazioni superiori alle proprie possibilità. Tutti sono responsabili di quegli anni, delle lievitazioni d’ingaggi, di valutazioni, la nascita dei procuratori con i loro cartelli (chi non ricorda lo scandalo Lentini?). Oggi, quando si profilavano le condizioni per un po’ di pulizia, per le verifiche affidate alla magistratura, alla finanza è venuto fuori il grande pasticcio. Il Catania, per chi ha seguito il campionato scorso, ha meritato la retrocessione. Se un cavillo burocratico ha messo in discussione l’esito sportivo, una salda conduzione del governo del calcio avrebbe potuto trovare una soluzione mediata senza il balletto ridicolo che ha imposto al governo di mettere una pezza che ha dimostrato d’essere peggio del buco. Adesso hanno ragione tutti in particolare coloro che vivono il calcio sulle curve degli stadi. Occorre azzerare tutto, avere il coraggio di imporre la certificazione dei bilanci, senza l’iscrizione di fittizie valutazioni di calciatori, esattamente come ha fatto il Bologna che venderà i grandi calciatori ma che non vive con il gioco delle tre carte.
Bologna, 24 agosto 2003 Maurizio Cevenini
Questioni di stile…
Capita a tutti, ogni tanto, di cercare di fare ordine se non nella propria vita almeno tra i documenti accatastati nel tempo. A me capita normalmente di farlo quando tutti partono per le vacanze e io, come amo dire, parto per Bologna… che sostanzialmente vuole dire restare un po’ solo a mettere ordine, pensare in una città più quieta, dolce, bella. E’ movendo carte polverose che mi sono trovato tra le mani la copia carta-carbone di una lettera scritta, vecchia di vent’anni: poche righe ”… per questo motivo, per evitare speculazioni sul nostro partito, mi dimetto dall’incarico di capogruppo…”. Avevo ricevuto in quelle ore una comunicazione giudiziaria, l’attuale avviso di garanzia, per una vicenda che coinvolgeva il mio incarico professionale in casa di cura; un atto dovuto, lo sapevo, una procedura burocratica che il tribunale archiviò perché il fatto non sussisteva. Però il mio primo incarico politico di rilievo, piccolo piccolo in un quartiere, non poteva essere sporcato dall’ombra del dubbio e non pensai neppure per un momento a mantenere un incarico pubblico fino alla completa risoluzione dei miei problemi personali. Era un modo per segnalare che per me, allora, essere comunista voleva dire anche questo. Nessun atto eroico chissà in quanti hanno fatto scelte più gravi nella loro vita per coerenza o semplicemente per stile, ma se fossi stato capace avrei pianto in quei giorni. Si pensa, perché è tutto più lento in questo rovente luglio; e allora nella modestia del paragone mi chiedo se sbagliai allora, come sbaglio ora quando mi astengo su tutte le vicende di sanità che si discutono in consiglio comunale. La politica, quella vera, forse è altra cosa. Sono ministri che non si accontentano di interrompere i processi per le alte cariche dello Stato, e ci può stare, ma vogliono bloccare anche le indagini preliminari; sono avvocati che sono anche deputati o senatori e votano leggi in Parlamento a favore dei propri assistiti eccellenti. E parlano, dichiarano sui giornali, minacciano. Sono ministri che vogliono la separazione dell’Italia, la teorizzano, offendono, vilipendono la bandiera, lo Stato. Sì forse c’è qualche differenza tra il personale politico, anche in questo nostro Paese che non riesce, per la poca chiarezza, ad essere governato da una maggioranza che ha a disposizione cento parlamentari in più. Ora vi lascio fare le valigie, anche questa rubrica riposa per un po’… torneremo a settembre; in sottofondo le canzoni di un memorabile concerto che ricordano quei vent’anni volati in fretta.
Bologna, 27 luglio 2003 Maurizio Cevenini
Quell’utopia della lista unica…
Se chiedete agli italiani cosa pensano della semplificazione del sistema politico italiano, della miriade di micro partiti che nascono e muoiono da un appuntamento elettorale all’altro, del bipolarismo, la risposta è quasi univoca: la maggioranza netta degli italiani si riconosce in uno dei due grandi blocchi, prima di incasellarsi nel voto su uno dei partiti in lizza. Sembrerebbe semplice quindi arrivare rapidamente al compimento del sistema bipolare… E quale occasione migliore per il primo esperimento nelle prossime elezioni europee del 2004? Lo ha capito molto bene Romano Prodi che, sbilanciandosi per la prima volta dalla sua posizione di presidente della commissione europa, ha spronato i partiti progressisti d’Europa a fare questa scelta. Il ragionamento ha una logica disarmante: dopo l’unione monetaria si sta, faticosamente, creando l’unità politica d’Europa attraverso la carta costituente che dovrebbe portare a decisioni, anche a maggioranza, per rendere più autorevole il ruolo del vecchio continente nel mondo. Per fare questo appare ridicolo che in u singolo Paese si contrappongano quindici partiti. Naturalmente la sua attenzione era puntata principalmente sull’Italia per mandare un messaggio chiaro e preciso ai suoi principali interlocutori; Prodi sa perfettamente di essere il candidato naturale alla sfida contro Berlusconi per il 2006, ma ha ancora vivo il ricordo del suicidio dell’Ulivo del 1998 e vuole chiarezza. Per questo ha scosso il mondo politico con una proposta che tornando alle considerazioni di apertura è giudicata logica dalla stragrande maggioranza degli italiani. Le prime reazioni sono state teoricamente positive, ma con il passare dei giorni il venticello dei dubbi ha cominciato a far breccia in questa estate rovente. Per primi i piccoli partiti, motivando con le ragioni della loro tradizione storica, poi le componenti più o meno organizzate dei grandi, hanno iniziato a porre condizioni e distinzioni. L’interesse particolare torna a prevalere su quello generale. Comprendo bene che una lista unica per le europee, senza l’uso di primarie per la scelta dei candidati, produrrebbe estenuanti trattativi per rappresentare nella lista stessa tutte le sensibilità espresse dai singoli partiti, ma, a mio avviso, l’impatto elettorale sarebbe oltremodo positivo. Soprattutto ora che la casa delle libertà sta esprimendo tutte le sue difficoltà nel governo del Paese. Ci sarebbe finalmente uno schieramento di centro sinistra coeso, sotto l’unica bandiera dell’ulivo a candidarsi a guidare il Paese credendo nella nuova Europa.
Bologna, 20 luglio 2003 Maurizio Cevenini
Rispettoso silenzio sul 2 agosto
Anche io ogni anno il 2 agosto, da ventitré anni, sono davanti alla stazione per testimoniare la mia vicinanza ai familiari del più grave episodio di terrorismo che ha colpito il nostro Paese. Nell’80, consigliere di quartiere, partecipai con grande emozione alla seduta straordinaria del consiglio comunale, poi gli anni successivi con la speranza di vedere trionfare la giustizia. Da quando rivesto una carica istituzionale seguo dal palco la commemorazione ufficiale e non mi sono mai posto il problema di chi, abusivo o meno, fosse al mio fianco; la sostanza è altro e ognuno di noi dovrebbe interrogarsi su quanto ha saputo o potuto fare durante tutto l’anno per tenere vivo il ricordo di quella tragedia; per evitare che ambiguamente avessero spazio le tesi di chi, più o meno disinteressatamente, ha cercato di dare risposte diverse rispetto alle conclusioni della magistratura sulla matrice fascista della strage. Negli ultimi anni purtroppo le polemiche e le contestazioni hanno accompagnato lo svolgimento della manifestazione e questo è sempre stato deprecato sia dai familiari che dalle massime istituzioni, ma è indispensabile che i nostri comportamenti siano conseguenti e una manifestazione, che deve vedere il massimo d’unità, non sia caricata di significati politici.
Quest’anno è bastata la più banale e ovvia delle dichiarazioni di Sergio Cofferati, nella veste di sfidante di Guazzaloca ("sarò alla manifestazione del 2 agosto "), che si è aperto un dibattito anche sulla logistica delle presenze sul palco, tra l’altro mai richiesto dallo stesso Cofferati. Non scherziamo su cose così serie ed importanti: i bolognesi, anche i suoi avversari politici, dovranno abituarsi alla presenza di Cofferati, nelle occasioni formali e soprattutto nella vita di tutti i giorni. Da settembre sarà un bolognese, certamente un po’ anomalo, e cercherà di capire le nostre abitudini, le nostre esigenze e priorità; ci saranno molte polemiche, occasioni di scontro politico, ma il 2 agosto deve essere messo al riparo, geloso appuntamento che richiede silenzio e partecipazione. Quella giornata d’agosto non appartiene né a Cofferati, né a Guazzaloca, ognuno con il suo carico di responsabilità e d’impegno, occuperà il suo spazio che sarà in ogni caso un passo indietro rispetto al dolore di chi ha lasciato sotto quella bomba maledetta gli affetti più cari. Penso che la campagna elettorale debba restare fuori di quella piazza e da quel corteo, ci sarà tempo per gli scontri. La sirena che scandirà le 10,25 dovrà calare pesantemente su di noi richiamandoci ad un rispettoso silenzio.
Bologna, 6 luglio 2003 Maurizio Cevenini
Problemi d’insonnia? No, problemi di Rave!
Senza commenti ospito nella rubrica mia
figlia…
Abbiamo studiato un nuovo
infallibile mezzo per rovinare la nostra città: il tanto acclamato Rave
Party. Vorrei tanto, senza fare troppi nomi, che chi ha permesso,
legalizzandola, tale manifestazione, faccia una breve passeggiata lungo
via Carracci e zone adiacenti.
Facciamo una panoramica generale della
zona: tutti i muri sono imbrattati con scritte poco artistiche, un
cartello stradale è stato piegato fino a toccare il bidone dell’
immondizia sul marciapiede, anch’esso meravigliosamente dipinto.
All’incrocio con via Fioravanti (vedere per
credere) una centralina
dell’Enel è stata cordialmente abbattuta: all’interno di essa arrivano dal
terreno cavi elettrici, protetti al momento solo da una canalina di
spessore sottile. Questo comporta anche un possibile pericolo per gli
ignari passanti.
Sorge spontanea la seguente domanda: Chi paga?. E la
risposta di Francesco, che abita in quella via, è stata: Paga il povero
disgraziato che ci abita! Se ad ogni Rave (o qualsiasi serata organizzata
dal Link) dovessimo far dipingere completamente i muri, non ci basterebbe
una vita di lavoro per pagare tutti i danni.
Tanti complimenti a chi
ha avuto l’idea di proibire la vendita di alcolici dopo le diciassette: o
non è stata rispettata o qualcuno ha fatto una bella scorta di alcolici di
ogni genere, dal momento che ieri notte il corteo di carri, che sparavano
musica a tutto volume, è passato lasciando dietro di se uno stuolo di
bottiglie vuote. Credo sia superfluo specificare che i bidoni sono stati
usati esclusivamente come fogli da disegno. Un altro punto fondamentale,
che ho imparato dalla pubblicità, è che bere
stimola la diuresi. Posso
assicurare ha continuato Francesco che non è confortante entrare nella
propria casa quando il portone puzza di piscio. Mi dispiace ma sempre più
spesso in questo periodo mi chiedo se non sia il caso di cambiare zona. E
non è solo casa di Francesco ma ogni angolo della via ad essere ridotto in
questo stato.
Certo a nessuno verrebbe mai in mente di organizzare un
Rave anti proibizionista nell’oasi di pace di Piazza Maggiore, sotto al
municipio. Chissà poi perché...
Mi chiedo se non si possa trovare un
luogo più confacente, magari lontano dalla città, per fare questo tipo di
manifestazione, mi chiedo se sia giusto farla, mi chiedo se un cittadino
sia costretto a mettere la macchina in un garage a pagamento perché il
posto a lui riservato è stato occupato, mi chiedo se ieri sera era stata
prevista un adeguata sorveglianza (senza voler colpevolizzare nessuno)
mentre gli spacciatori si disponevano a distanza di pochi metri uno
dall’altro.
Mi chiedo, guardando queste zone dove ho paura a girare da
sola, se riconosco ancora la mia città.
Sono le quattro di mattina del
ventidue giugno e Francesco è nella sua camera, anche se vorrebbe dormire
non può, è obbligato ad ascoltare musica e deliri di ubriachi che non
vorrebbe sentire.
Questa sera auguriamo buonanotte ai fortunati che
dalla finestra sentono solo il frinire dei grilli.
Bologna, 22
giugno
2003
Federica Cevenini
Come previsto i referendum di domenica e lunedì non hanno raggiunto il quorum; il 25% degli aventi diritto è il dato più basso in assoluto che la storia repubblicana abbia registrato in una tornata elettorale. Non c’è da esserne orgogliosi per chi, come me, ha sostenuto la bontà della scelta del non voto, ma rappresenta soprattutto una dura lezione per i promotori che hanno voluto (mi riferisco al più famoso sull’articolo 18) cavalcare la spinta emotiva prodotta dal grande movimento popolare in difesa dell’attuale normativa, per trasformarla in massa di manovra per una battaglia in difesa del diritto universale alla difesa del posto di lavoro, che celava una lotta interna alla sinistra per un primato politico, fin troppo evidente, all’interno del movimento dei lavoratori. Probabilmente muore definitivamente uno strumento, quello del referendum abrogativo, che non è al passo con la storia alimentando una finta democrazia attraverso la raccolta di un numero modesto di firme, cinquecentomila, rispetto alla popolazione italiana. Le battaglie di civiltà degli anni settanta che accompagnarono questa forma di consultazione sono state travolte dall’abuso nel numero e dalla complessità dei quesiti proposti a ritmi vertiginosi negli ultimi anni.
Mentre scrivo in modo razionale cercando di motivare la mia scelta, condivisa da molti altri, di "vincere" questo referendum con l’arma del quorum, penso a te giovane ragazza che mi hai sbattuto in faccia la tua voglia di partecipare, di esserci in una battaglia in cui hai creduto. Mi hai scaricato addosso la tua rabbia per essere stata sola in quel seggio esercitando, con orgoglio e puntiglio, il tuo diritto di espressione in una domenica caldissima quando tanti tuoi coetanei, più per distacco che per scelta motivata, hanno preso la via del mare. "E voi gli avete creato anche la motivazione politica … bravi ve ne pentirete quando la strada del disimpegno la prenderanno anche nelle prossime consultazioni; foste stati coerenti avreste condotto la battaglia aperta per il no nell’urna." Mi hai fatto riflettere; anche se la razionalità mi porterebbe a ripetere lo stesso comportamento, mi brucia il fatto di aver disertato per la prima volta le urne. Mi ripeto che le motivazioni sono tante, il risultato stesso spiega quanto sia diventata inutile, quasi dannosa, questa ambigua forma di consultazione elettorale… ma non mi sento troppo convincente. Non è una bella pagina della nostra storia, soprattutto da dimenticare in fretta.
Bologna, 14 giugno 2003 Maurizio Cevenini
E’ un sabato speciale, da
poche ore le agenzie di stampa hanno confermato che, con qualche
difficoltà, l’Ulivo ha chiesto a Sergio Cofferati di candidarsi a sindaco
di Bologna. Ne ho parlato a lungo nella mattinata con Flavio Delbono che,
con gesto generoso, ha ritirato la sua candidatura agevolando un percorso
che sul metodo ha lasciato molte perplessità. Mi è tornata alla mente la
mattina dopo le mie primarie con Silvia Bartolini, lo capisco. Ora mi
auguro che Sergio non si faccia pregare troppo, occorre partire per una
campagna elettorale lunga un anno e non c’è tempo per mugugni e
tentennamenti.
Pomeriggio allo stadio per una partita tra il consiglio comunale e gli agenti della Polizia di Stato. Abbiamo perso sotto un diluvio d’acqua, ma è stata una partita divertente anche se mi dispiace per il poliziotto che si è fratturato il setto nasale. Come sempre sono l’ultimo ad uscire dalla doccia e mi trovo solo nello spogliatoio dove sono passati Maradona, Van Basten e mille altri campioni. Mi sarebbe piaciuto fare il calciatore, mi sarebbe piaciuto fare il sindaco… Quanti pensieri si possono accavallare in un sabato di giugno dentro uno stadio completamente vuoto e silenzioso. Hanno un fascino incredibile quel prato, quegli spalti ed è per questo che mi siedo sulla panchina di fronte alla torre di maratona, dove si schiera il Bologna; è tardi ma il custode con il suo macchinino elettrico mi fa cenno che non c’è fretta. Già e chi ha più fretta? E’ una vita che corro, spesso a vuoto, com’è avvenuto a tanti della mia generazione investiti dalla politica in anni di straordinaria partecipazione emotiva. Ora è più difficile essere coerenti, essere in sintonia con la propria gente, farsi capire dagli altri e conquistare consensi. Il gioco delle alleanze, dei poteri più o meno forti, ha il sopravvento e ciò che appare quasi banale diventa ostacolo insormontabile, da dirimere con l’ennesima convocazione di un tavolo. (chissà perché usiamo sempre tutti questo termine semplice per occasioni complicate…).
E’ più facile inseguire, con la mente, un pallone in questo prato occasionalmente tutto a mia disposizione. Posso costruire la mia squadra, schierarla contro l’avversario e giocarmela questa partita. Passa un’ora, forse più è ora di passare alla festa dell’Unità, sono di turno alla cassa: mi chiederanno di Signori, di Cofferati, forse parleremo di quella biondina… La maschera è quella delle occasioni migliori e, tra una battuta e l’altra, inizia l’ennesima campagna elettorale… in un sabato caldissimo di giugno.
Bologna, 7 giugno 2003 Maurizio Cevenini
E’ strano trovarsi a scrivere in una domenica senza calcio ed è per questo che dedico questa paginetta a all’argomento, un po’ per sfuggire al tormentone Cofferati, un po’ per nostalgia, un po’ per il buon umore che mi provoca l’immagine di una persona cara.
Se ne vanno due bandiere del bologna Beppe Signori e Michele Paramatti.
Miliardari in lire, milionari in euro ma poco cambia. Eppure ci si dispera nel pensare che questa notte, forse, Beppe o Michele non dormiranno perché hanno perso Bologna, la città più bella e accogliente del mondo. Potranno continuare a viverci, se lo vorranno, ma non è più la stessa cosa per idoli a termine che, ad un’ età che invidio, si sentono al capolinea di una carriera.
Ho la fortuna di avere in comune un ufficio accogliente con una finestra bellissima che si affaccia sulle panchine di via quattro novembre. Quelle panchine sono il mio termometro sulla città, perché per un fortuito incrocio tra venti e palazzi, le voci, già alte, si amplificano mescolandosi. Se fossi tornato da un lungo viaggio quei dialoghi mi riporterebbero il fatto del giorno, con dovizia di particolari, con l’indiscrezione sentita la mattina, con la certezza data dalla televisione. L’età media inevitabilmente è un po’ alta, ma questo mi permette di ascoltare il linguaggio sintetico del nostro dialetto. In questi giorni ha tenuto banco Cofferati, ma è bastata la conferenza stampa di Beppe gol per spostare l’obiettivo dall’alta politica, all’amatissimo calcio: al vleva piò baiuc (scrivo come si pronuncia), al steva que gratis le stè Gazzoni, le stè Guidolin… e via con le indiscrezioni più suggestive di chi conosce il cugino della moglie del suo salumiere. Vanno avanti per ore accompagnando il mio lavoro e arrivo alla sera facendomi un’idea esatta dell’umore della città, quella vera che attende l’autobus, che fa i conti per arrivare a fine mese, che forse una partita allo stadio non la vede da trent’anni, ma ne parla con convinzione e competenza.
Avevo intenzione di scrivere di Beppe e Michele, amici con cui ho passato ore divertenti fuori dal calcio, ma mi accorgo di aver più voglia di parlare di loro: uomini e donne che hanno fatto bella questa città con le loro chiacchiere, con i loro amori persi negli anni, con le tante bugie che rendono avventuroso ogni racconto. Mi accorgo che anche ora, mentre attendo di celebrare un matrimonio, nonostante l’aria condizionata, la finestra è spalancata e loro parlano strappandomi un raro sorriso: me avre fat Cevenini, me al tgnos al fiol dal barbir… Questa è un’altra storia, quella che racconterò io da quella panchina, tra qualche anno, quando questo nostro tempo sarà ricordo.
Bologna, 1 giugno 2003
E se ha da essere… Cofferati sia
Qualche mese fa ebbi occasione di scrivere su questo giornale e confermai in alcune interviste che ritenevo il ruolo di Sergio Cofferati, uscito da poco dall’esperienza Cgil, ambiguo e troppo comodo. Restare sul monte criticando il proprio schieramento, proprio quando il popolo di sinistra rilanciava la propria iniziativa alla ricerca disperata di unità, era atto irresponsabile e ingiusto.
Ora, se Cofferati confermerà la propria volontà di scendere in campo per sfidare Giorgio Guazzaloca nella corsa a sindaco di Bologna, tutte le mie critiche verrebbero fugate da una scelta che, pur con le perplessità che manifesterò tra poco, rappresenta un atto politico di notevole rilevanza. Ci troveremmo di fronte ad un uomo che, osannato dal popolo dei girotondi, dei movimenti come salvatore della sinistra, si mette in gioco per un ruolo locale che, almeno per l’immediato, lo relega ad una posizione marginale rispetto al panorama nazionale. Questa valutazione viene confutata in parte da personaggi della sinistra che attraverso la candidatura vincente a sindaco hanno svolto ruoli di rilievo, per citarne alcuni Rutelli, Valtroni, Sassolino, Illy. Ma venendo a Bologna, dando per scontato che il lancio del nome di Cofferati possa essere avvenuto solo con il suo consenso, è indispensabile che s’interrompa rapidamente il balletto sui nomi e sui tempi della designazione. Innanzitutto per rispetto a tutti coloro che in sede locale si sentono idonei a svolgere la parte del candidato e a mio avviso lo sono, Delbono in testa. Sono tra coloro che pur accogliendo senza riserve una candidatura convinta di Cofferati, ritiene a partire presuntuosamente da sé stesso, che vi siano candidature bolognesi in grado di sfidare con buone possibilità di successo Giorgio Guazzaloca; non mi rassegno cioè all’idea che la classe politica bolognese abbia toccato il fondo e non sia in grado di esprimere una candidatura competitiva.
Se dovrà essere Cofferati comunque, che Cofferati sia facendo presto e bene il percorso che l’Ulivo ha delineato per giungere alla candidatura più utile e unificante. Si dovrà lavorare di buona lena sul programma contrastando la facile ironia sulla bolognesità del candidato e sulla sua scarsa conoscenza del territorio. Dovrà incontrare migliaia di bolognesi, ascoltando i problemi e dando risposte efficaci in particolare nella direzione di quel ceto medio moderato che da sempre è risorsa fondamentale di Bologna e osserverà con grande attenzione le mosse del candidato di centrosinistra. Cofferati è uomo intelligente, colto e preparato e sarà sufficientemente umile da mettersi al servizio di un progetto di rinascita politica e culturale della nostra città.
Bologna, 25 maggio 2003 Maurizio Cevenini
Da qualche giorno il presidente del consiglio Silvio Berlusconi ha iniziato un’offensiva mediatica senza precedenti che non sta risparmiando nessuno: politici, magistrati, giornalisti. Personalmente ritengo pericolosa la violenza di linguaggio che sta esprimendo, paradossalmente vestendo i panni della vittima, ma ciò che vorrei osservare è la scientificità del messaggio di fondo che vuole lanciare. L’opposizione è un’armata brancaleone, e questo in certi momenti è vero, si unisce solo per attaccarmi, sono stati e restano comunisti. Quest’ultima è la parola chiave d’ogni ragionamento berlusconiano e mi sto convincendo che sia frutto di un’analisi lucida di come possa essere penetrante, per vendere il suo prodotto. Il governo Berlusconi è, infatti, un prodotto da vendere agli italiani con la forza della rete commerciale non essendo supportato dai fatti. Le leggi sono sempre più orientate alla soluzione dei problemi personali, le grandi riforme, indispensabili per il Paese, restano nei cassetti, comprese quelle che trovano l’assenso dell’intera maggioranza. Ministri e partiti di governo si muovono in modo disarticolato, ma nonostante tutto ciò il governo mantiene un consenso maggioritario. Allora conviene decisamente rinnegare il passato di molti di noi? Ho riflettuto a lungo su questo, guardando i frammenti di una piccola porzione del muro di Berlino contenuti in una minuscola bottiglia-regalo giuntami in questi giorni… Forse sarebbe tutto più facile dicendo che tutto il nostro passato è da gettare, che il nuovo è contenuto nel cinismo, nell’affarismo nello sfarzo della fiction berlusconiana, ma non è così. Questo Paese, con tutti i suoi difetti, deve la sua crescita economica e democratica ai tanti italiani che hanno fatti enormi sacrifici per sé e per gli ideali in cui credevano, primo tra tutti l’amore per le proprie città per la propria nazione. Uno ogni tre di questi italiani ha votato per anni un partito comunista, lo hanno fatto operai, intellettuali molti di coloro che oggi votano per lo stesso Berlusconi. Qualcuno lo ha fatto forse con l’illusione di un sole dell’avvenire dietro quel muro, ma da italiano saldamente ancorato al bene della sua terra. Non ci si può vergognare di questo, è tempo di smetterla con le abiure e le vergogne, c’è chi ha fatto molto peggio saccheggiando il Paese.
Caro presidente, osservandola, ascoltandola mi sento orgoglioso di essere stato per anni comunista e se farselo dire significa essere diverso da lei continui la prego, nella convinzione che domani potrà esserci un’Italia più bella, più pulita anche senza il suo signore e padrone.
Bologna, 11 maggio 2003 Maurizio Cevenini
Dico no alla strumentalizzazione della polizia
Questi sono
giorni importanti per il Presidente del Consiglio, viste le reazioni alla
sentenza di Milano, ma il suo partito Forza Italia a Bologna ha altro cui
pensare. Questo avviene in particolare alla componente che fa capo all’On.
Garagnani – una distinzione importante viste le divisioni che nella nostra
città attraversano il partito – che ha tenuto una conferenza stampa,
assieme ad alcuni rappresentanti del Sindacato Autonomo di Polizia,
assumendo una posizione di tutela dei poliziotti che avrebbero malmenato
alcuni extracomunitari nel Centro di Via Mattei. Sappiamo come in tutta
Italia questi centri stiano creando problemi essendo basati sull’anomala
situazione che prevede, di fatto, una detenzione di extracomunitari che
possono non aver commesso reati, ma sono privi del permesso di
soggiorno.
Bologna, 4 maggio 2003 Maurizio Cevenini
Ancora una volta è passato il 25 aprile con il suo carico di polemiche e rancori, alimentati soprattutto da chi quegli anni non li ha vissuti. 58 anni sono tanti, si sfumano i ricordi di una stagione lontana che per molti giovani condensò, in pochi mesi di lotta partigiana, tutta una vita. Sul palco di Bologna Tina Anselmi, staffetta partigiana, prima donna ministro, ha fatto una lezione di storia; nella piazza un’altra donna, anch’essa staffetta, ha raccontato una storia, più semplice, che mi piace riportare…
Le donne ebbero un ruolo determinante di collegamento tra le varie unità partigiani; si muovevano meglio con le loro biciclette, più furbe e attente degli uomini. Adina era una di queste, non si tirava mai indietro ed era riconoscibile per la sciarpa che portava sempre al collo e quel il sorriso che confondeva anche i tedeschi. Mauro, qualche anno in più di lei, era ufficiale di brigata con il grado di capitano. Si conobbero quasi per caso il giorno che Adina, nonostante la giovane età e la contrarietà dei genitori, decise di fare qualcosa per il suo Paese. Fu proprio Mauro ad affidarle il primo incarico, e da quel giorno crebbe un forte legame tra loro fondato sulla voglia di un’esistenza libera e normale. Passavano assieme i rari momenti di quiete, strappando poche ore della notte in quel cascinale vicino all’argine del fiume o nell’improvvisato ufficio del comando, così come tanti altri giovani costretti dalla guerra a rubare un furtivo attimo d’intimità.
Giunse l’alba del 25 aprile, si abbracciarono in tanti quel giorno piangendo e ridendo per la conquistata libertà che chi aveva vent’anni non poteva aver conosciuto. Lo fecero anche Adina e Mauro in mezzo alla grande piazza. Quella sera avrebbero potuto per la prima volta passarla assieme tranquillamente nella casa di Mauro, finalmente liberata dall’occupazione dei tedeschi che ne avevano fatto un loro presidio. Mauro attese a lungo quella notte, Adina arrivò tardi si guardò attorno: ad eccezione della piccola stanza dove si trovavano la presenza dei precedenti occupanti era evidente, oppressiva. Non fecero l’amore quella notte sentivano freddo, il silenzio era più rumoroso delle bombe, il ricordo delle corse affannate, i tanti compagni morti. Non si videro per anni: Mauro impegnato in politica, Adina, conclusi gli studi, lavorava all’Università; s’incontrarono più maturi, sereni consapevoli di avere fatto una cosa grande anche se a rimetterci fu il loro amore. Si scrissero a lungo, ma non fu più come prima, nella casa nascosta immersa nel verde, o il primo bacio rubato nella attesa dell’arrivo di una carico d’armi e rifornimenti. Lui morì relativamente giovane, sulla sua tomba, ogni settimana, Adina porta un fiore bianco.
Una storia lontana raccontata da una staffetta partigiana; una storia, come altre, per la nostra libertà.
Bologna, 25 aprile 2003 Maurizio Cevenini
La
storia è ricca d’episodi che, solo con la lettura negli anni,
rappresentano svolte epocali o classici incidenti di percorso. Per chi ha
vissuto da troppi anni la politica dall’interno, mantenendo un minimo di
senso critico, è facile comprendere come le
scelte siano spesso frutto di casualità. Sono passati sette lunghi anni
dall’occasione mancata dalla sinistra per essere, in modo stabile, forza
di governo nel Paese. Un colpo di mano imprevedibile della Lega, caduta
del primo governo Berlusconi e presentazione di liste autonome, permisero
a Romano Prodi nell’aprile del ’96 di salire a palazzo Chigi senza aver
conquistato la maggioranza dei consensi elettorali; con lui, nei dicasteri
economici, ex primi ministri ed economisti di valore mondiale, ex
comunisti assunsero responsabilità primarie di governo. Forse il più
brillante governo dal dopoguerra nasceva per un’intuizione, l’incontro tra
cattolici ed ex comunisti, ma principalmente per una fortuita occasione.
C’era entusiasmo quel 22 aprile, nuova voglia di fare politica in una
Piazza Maggiore stipata nell’attesa del pullman che, attraversando
l’Italia, aveva sconfitto le offensive mediatiche di Berlusconi. Quante
promesse solenni da quel palco, quanti richiami all’unità, alla cessione
di sovranità dei partiti verso l’ulivo; la consapevolezza di dover
sfruttare un’occasione unica e irripetibile per il passaggio del nostro
paese ad un sistema politico maturo, basato sul bipolarismo e
l’alternanza. Funzionò alla perfezione per due anni quel governo,
rintuzzando le bizze di rifondazione, sfruttando un’opposizione all’angolo
che metteva in discussione il proprio leader. Ma nell’ottobre del ’98 si
ruppe tutto, per un voto o per scarsa lungimiranza politica, ha poca
importanza. Ancora una volta la storia prese una piega imprevedibile
dovuta al caso che portò nuovamente in sella Berlusconi e il
partito-azienda. In questi
giorni davanti all’ennesima figuraccia del centro sinistra, unito nelle
Piazze e diviso in Parlamento, il rimpianto per quella stagione si fa più
forte. In politica è sbagliato guardarsi alle spalle, ma è indispensabile
quando il quadro attuale si presenta deprimente: Prodi è in Europa, oggi
più vicino ad un rinnovo che ad un rientro in Italia, e i capi dell’Ulivo
continuano ad essere sei o sette. Gli italiani non possono essere
soddisfatti di Berlusconi, delle sue promesse elettorali disattese, della
pochezza dei suoi ministri, ma sono ancor più delusi da un’opposizione che
non riesce a darsi un denominatore comune, che solo in rare occasioni
parla la stessa lingua. Ho già parlato più volte di questo, del male
oscuro della sinistra italiana; ritengo giusto rifarlo sperando che ancora
una volta per caso ad aprile possa avvenire qualcosa…
Bologna, 22 aprile 2003 Maurizio Cevenini
La scorsa settimana il centro sinistra ha dato l’ennesima prova d’incapacità politica affrontando il dibattito parlamentare sulla situazione internazionale e i drammatici sviluppi di una guerra illegittima ed ingiusta. Nel fine settimana, il mio partito, ha colto l’occasione per aggiungere un altro tassello alla confusione e ai personalismi. In entrambi i casi, a poche ore di distanza, sono giunte le rettifiche e gli appelli all’unità, ma la stampa, facendo il proprio mestiere, ha dato ampio risalto alle polemiche attraverso le stizzite reazioni e controreazioni. Il centro sinistra in Parlamento è minoranza e solo menti diaboliche o in malafede possono pensare di acquisire la necessaria credibilità per porsi come alternativa seria per il governo del Paese, presentando tre distinte mozioni sul tema della guerra, dividendosi su affermazioni assolutamente irrealizzabili e utili solo ad allontanare dalla politica ciò che le piazze stanno esprimendo in questi giorni. Trent’anni fa un’ altra guerra, l’invasione americana del Vietnam, fece crescere un movimento popolare, prevalentemente giovanile, che esprimeva volontà di cambiamento e di giustizia sociale. Da quel movimento nacque la nuova classe dirigente che creò i presupposti per un’alternanza impensabile dopo il ’48. Giovani che lottarono per le grandi riforme libertarie, per una scuola giusta e universale, per servizi sociali diffusi. Le piazze d’Italia hanno visto, dopo tanto tempo, ragazze e ragazzi rivendicare per il proprio futuro pace ed equità sociale; in queste rivendicazioni vi era, vi è, un messaggio chiaro ad una classe dirigente stanca e insensibile: capiteci o fatevi da parte. Siamo vecchi, cari compagni, alcuni anche d’età ma soprattutto di mentalità; le stupide alchimie della politica di palazzo hanno fatto il loro tempo come i richiami sterili all’unità quando si avvicinano le scadenze elettorali.
Esiste una grande differenza tra noi e la destra in
particolare sulla costruzione di una nuova coesione civile del Paese; con
la destra è stata cancellata la concertazione, si è divisa l’unità sindacale, si è
giocata la carta dello scontro tra italiani, fino alla infelice battuta
sulle bandiere rosse.
Spetta alla sinistra la ricostruzione di un nuovo
spirito italiano, fatto di intelligenza, di creatività, di cultura e di
tolleranza, garantendo nuove libertà individuali difficili da attuare
nella tradizione di una sinistra abituata a battersi esclusivamente per le
libertà collettive.
Tocca a voi ragazzi, la storia siete voi noi proveremo a
seguirvi senza troppa presunzione.
Bologna, 6 aprile 2003 Maurizio Cevenini
Credo sia difficile per un po’ di tempo, chissà per quanto, parlare o scrivere di altro rispetto ad una guerra ingiusta e inspiegabili se non con i termini del cinismo della ragion di Stato, della forza, del supremo privilegio dell’economia. Ne ho parlato tanto, forse troppo, nelle settimane scorse preferisco lasciare spazio ad un amica lontana che ha voluto rispondere ad una mia lettera, quarantotto ore prima dell’ultimatum…
"Napoli, marzo 2003
Sta diventando un passaggio obbligato questo lungomare battuto dal vento, fino a quando non arriveranno le giornate di pioggia, proprio quella pioggia che arriccia i capelli... ricordi? Ma chissà perché sono qui a parlarti come se mi sentissi... mi siedo, è meglio, i pensieri si mettono meglio in fila: ecco lo sguardo è ancora là, dove il blu trascolora nel cielo... un caccia. Una linea bianca attraversa il cielo; in un primo momento è nitida, ma piano piano, nel momento esatto in cui realizzo che cosa possa essere, si dissolve: un caccia dell'esercito, italiano o americano...? poco importa. Scommettiamo che la nostra storia dovrà vedere anche la guerra? Da domani tutto sarà normale, o ci si vestirà di una normalità apparente, quella che i nostri padri ci hanno insegnato per non far preoccupare le madri che a casa si affannavano per far quadrare i conti. Non lo so, ma di sicuro mi mancheranno quelle tre carezze, che non mi regalano più un sonno tranquillo, ma bensì un assordante Cnn che invadente entra nella mia camera con fieri volti ed illusorie promesse: 48 ore e tutto finirà... ora tutto sembra relativo, la scia bianca è completamente scomparsa e il silenzio della normalità si è riformato ricucendo lo squarcio del fragore dei motori a reazione. Si nasce e già si conoscono termini, che nella loro complessità, significano semplicemente conflitti e morte... mine anti-uomo, bombe intelligenti, fusione, fissione nucleare, guerra batteriologica... come ci si può amare in tutto questo schifo? La scia ormai è un ricordo in questo cielo rosato; è il tramonto, forse di un'epoca, forse del mondo..." Sì, amica mia, si sta chiudendo un epoca, mi auguro non sia la fine del mondo. Purtroppo si scontrano in una battaglia impari, milioni di persone che invocano pace, con le sole armi della protesta, e pochi padroni delle sorti di tutti noi. E’ difficile parlare oggi del futuro, custodiamo quanto di prezioso e di pulito abbiamo saputo costruire.
Bologna, 23 marzo 2003
Maurizio Cevenini
Sono passati 25 anni da quella mattina del 16 marzo 78 quando un commando di brigatisti sequestrò l’onorevole Aldo Moro, dopo aver trucidato senza pietà cinque agenti della scorta. 55 giorni dopo anche il presidente della Democrazia venne ucciso. E’ inutile ricordare che su quell’episodio e sui tanti che lo precedettero e lo seguirono non fu fatta totale chiarezza. Confronto e reciproca legittimazione furono gli elementi della grande intuizione di Moro che portò il Partito comunista Italiano sulla soglia del governo del Paese. Non fu un caso se quell’esperimento morì assieme a Moro per la felicità di centri di potere nazionale e internazionale che non vedevano di buon grado questo sviluppo della nostra democrazia. Voglio parlarne oggi in un momento in cui, per le scelte interne e internazionali, è più lontana la possibilità di riprendere quel cammino di confronto e dialogo indispensabili per le grandi riforme e per il nostro sviluppo. In quegli anni della Prima Repubblica era vivo il collante dell’antifascismo e della Costituzione che rappresentavano valori condivisi ma non era sufficienti per la modernizzazione del Paese. Da qui "la visione politica" di Aldo Moro, straordinaria nel saper interpretare e prevedere i grandi cambiamenti sociali; la rappresentanza del mondo del lavoro, già alla guida di importanti Enti Locali, doveva essere coinvolta ai massimi livelli in una fase di transizione indispensabile per giungere al bipolarismo dell’alternanza. Moro, più di altri, aveva compreso che l’unità politica dei cattolici stava entrando in crisi con l’ingresso in ruolo strategici, nell’Università, nella pubblica amministrazione di una sorta di rivoluzione culturale cresciuta nel grande movimento del ’68. Governare quella transizione era il suo obiettivo, certamente condiviso e pianificato da Andreotti e Berlinguer. Furono solo le Brigate Rosse a voler interrompere quel progetto? Forse, ma sarebbe troppo semplice, quasi banale, chiudere così quella fase storica. E l’attualità ci fa riflett ere nuovamente sulla funzionalità di questi assassini a logiche di disgregazione sociale. Tre anni fa Massimo D’Antona, un anno fa Marco Biagi lavoravano ad una grande riforma del mondo del lavoro; sulle basi del loro lavoro si poteva pensare a nuovi scenari, certamente non la rivoluzione dei rapporti prevista da Moro, ma la riapertura del confronto tra le parti sociali.
Bologna, 16 marzo 2003 Maurizio Cevenini |
Come da accordi con l’editore, dopo mesi- era settembre l’ultima volta-, mi concedo uno spazio personale per una lettera ad un’amica che la potenza d’internet porterà in una città lontana.
Tornasti nella nostra città sette otto mesi fa, non ricordo, e la trovasti brutta, peggiorata e caotica, addirittura, l’ultimo venerdì, peggio di Napoli con quel viale chiuso. Hai voluto tentare di rivivere la nostra Bologna, sfidando la retorica, la banalità, coraggiosa come sempre, ed è per questo che abbiamo ripercorso i luoghi, dove iniziò la nostra lotta: il parco della grande festa, il comune, le strade del centro, perfino San Procolo. Avevamo un progetto ambizioso, costruito giorno dopo giorno, consapevoli delle difficoltà, ma saldi nella convinzione che tra noi non sarebbero mai esistite incomprensioni, con quella fiducia che ci lega ormai da una vita e ci ha fatto superare milioni di difficoltà. Fiumi di pagine scritte in pochi giorni, nei luoghi più improbabili, comprese discussione animate per quelle tue impennate focose e impreviste, ma convinti che questa fosse davvero la volta buona. Non è bastato e da sola, come hai fatto tante volte, hai maturato la convinzione che questa città sia troppo arida, forse irrecuperabile, che dietro l’angolo ci sarebbe stata un’altra sconfitta.
E’ morto anche Gaber, ma la sua poesia era morta da tempo, come l’utopia di riuscire a volare, per noi che siamo stati orgogliosi d’essere comunisti.
Da metà febbraio pensavi di tornare a Napoli, a Villa Ghigi cercasti di dirmelo e come spesso mi accade non capii…ti mancava quel sole speciale che io insisto a pensare uguale in ogni città; poi alla vigilia dell’otto marzo con quella straordinaria capacità di stupire, d’essere autonoma, sei partita… Alle 10 meno dieci della sera: “Tornerò quando sarai sindaco”. E’ più facile, se vorrai, che io passi a trovarti ad agosto su quella spiaggia sempre uguale da anni, ma poi tornerò nella nostra vecchia Bologna, in fondo ci sarà nuovamente una festa. Il progetto? Resterà intatto non aggiungerò nulla, forse quando altri, prendendo il nostro posto, guideranno questa città lo potranno vedere e capiranno che mancava poco per realizzarlo.
Spero tu non abbia dimenticato la mimosa sul sedile del treno, mi hai insegnato che si conserva per giorni e giorni… Che il sole di Napoli ti faccio dimenticare in fretta quello pallido della nostra città e possa strapparti, ogni tanto, un sorriso. Lo spazio è tiranno, come il tempo che forse ci separa da una guerra stupida, finisce qui la pagina. Sarà tutto diverso senza di te, abbiamo perso anche con l’Inter immeritatamente.
Bologna 9 marzo 2003 Maurizio Cevenini
Mancava Umberto Bossi ad arricchire l’agguerrito partito dei divisori della nostra regione, che fino ad oggi ha vissuto più come fenomeno di colore locale che come scelta concreta. Il Ministro delle riforme, una delle tante disgrazie che la vittoria di Berlusconi ci ha lasciato, con la solita coerenza ha fatto il suo comizio in Romagna annunciando la modifica dell’art. 132 della Costituzione per ridurre dal 30 al 10% il numero d’abitanti che può chiedere la separazione, sorvolando sul fatto che la Romagna è la parte meno “padana” del nostro territorio. Ma va bene così: mentre il mondo è sempre più unito nella ricerca di pace, l’Europa cerca un’identità comune, c’è chi si permette di usare il suo ruolo istituzionale per inneggiare alla separazione, sollevando strumentalmente i sentimenti più biechi del separatismo contro l’unità della nostra nazione. L’Emilia e la Romagna traggono la propria forza dall’unità territoriale che non ha mai svilito le caratteristiche locali, in particolare in questi ultimi anni sono state le città romagnole a trarre i principali benefici dallo sviluppo economico. Il Presidente della regione è romagnolo, lo sono importanti assessori dalla sanità alla casa, lo sono i rappresentanti di categorie economiche, se vogliamo concederci una battuta è solo sul piano calcistico che la Romagna langue, salvo prendersi rivincite in altri sport prestigiosi. Da emiliano sono orgoglioso di far parte di una regione così ricca e articolata e senza la Romagna mi sentirei di perdere una parte preziosa del mio territorio. Piuttosto ai cittadini che in buona fede credono nell’utilità di questo distacco, certamente più romagnoli che emiliani, chiedo di riflettere su un aspetto: il nostro territorio rimane legato fortemente alla tradizione popolare del mondo operaio, della cooperazione sociale che non hanno svilito, bensì sviluppato, la grande impresa. Il modello emiliano romagnolo è stato oggetto di studio in tutto il mondo per la sua rete di servizi sociali, sanitari, scolastici e per il ruolo strategico delle infrastrutture e dei trasporti in un territorio reso armonico dalla sua dimensione; domani tutto questo sarebbe disperso per il legittimo progetto di politici che devono dare l’assalto all’Emilia Romagna rossa, ancora piena di comunisti direbbe qualcuno, e decidono di farlo attraverso l’arma delle divisioni e delle rivendicazioni localistiche. Sono altri i problemi, teniamoci stretto il territorio che amiamo da Piacenza al mare…
Il male oscuro della sanità
Sono sempre restio a parlare di sanità in questi articoli di commento politico perché, rappresentando la mia attività principale, il rischio d’incompatibilità, tipica degli addetti ai lavori è molto forte. Ma questa settimana lo farò perché sono profondamente convinto che episodi, di natura radicalmente diversa, concorrano a creare i presupposti per la radicale modifica del nostro sistema sanitario.
I temi della guerra, la recessione economica, le riforme di giustizia e pensioni, hanno messo in subordine uno dei punti programmatici del governo Berlusconi: la revisione del sistema sanitario.
La trasformazione di un sistema si può raggiungere attraverso il normale iter giuridico-istituzionale o, forse in modo più subdolo ma efficace, con la crescente sfiducia di chi è chiamato giorno per giorno ad utilizzare i servizi sanitari.
Da inizio anno si sono moltiplicati gli scandali che hanno colpito medici, amministratori, case farmaceutiche, strutture pubbliche e private. La stessa polemica sulla fuga dei "cervelli" dal nostro Paese ha creato sconcerto negli operatori e negli utenti
Giornali e televisioni, con mestiere, hanno fatto cassa di risonanza per l’ennesimo ciclone di mala sanità, supportato da indagini di magistrati, super ispe ttori ministeriali e ministri che annunciano provvedimenti drastici. I furbi nel mondo della sanità ci sono, ma rappresentano una modestissima minoranza rispetto ad operatori straordinari che anche in queste ore si prodigano con abnegazione per il funzionamento di un sistema che vuole garantire a tutte le categorie sociali pari diritti. Il nostro Paese, la nostra regione in particolare, è all’avanguardia in settori come la cardiochirurgia, dove un rapporto virtuoso pubblico-privato ha permesso di ridurre drasticamente le liste d’attesa e l’indice di mortalità. Le strutture sono migliorate anche se i governi che si sono succeduti in questi anni, in particolare l’attuale, non hanno messo tra le priorità il sostegno al sistema sanitario.
Da qui viene il sospetto che l’esecutivo abbia in programma un graduale abbandono del sistema universalistico, sostituendolo con un massiccio ricorso alle assicurazioni fatta salva una copertura di base per le categorie più disagiate; lo stesso federalismo sanitario previsto nella cosiddetta proposta di devolution, se non accompagnata da scelte di bilancio efficaci imporranno alle regioni scelte dolorose nella rete dei servizi.
Bologna, 23 febbraio 2003 Maurizio Cevenini
Quanti siamo, quelli che siamo
Questa settimana ho deciso di aprire questo articolo rubando il titolo dell’ultimo film di Enza Negroni sul mondo degli ultras bolognesi. E’ una storia scritta a più mani che descrive le giornate che precedono l’ennesima partita del Bologna, fatta di piccole emozioni, di drammi, di attesa per un gruppo di ragazzi bolognesi. Ho visto l’anteprima, ne consiglio a tutti la visione. Per la terza settimana mi accingo a scrivere, da angolature diverse, del tema della guerra più o meno vicina e il titolo del film si addice alle grandi manifestazioni di sabato scorso. La CNN ha parlato di 110 milioni di persone che hanno sfilato in tutte le parti del mondo reclamando la pace, invitando gli Stati uniti a ripensare la decisione di risolvere il problema con il dittatore Saddam attraverso un devastante attacco militare. Da qui il titolo: non ha infatti rilievo qualche milione in più, conta la motivazione dei tanti che hanno voluto in un gelido sabato credere in un miracolo. Non sono state manifestazioni antiamericane, non sono state manifestazioni della sinistra contro l’altra parte politica, non sono state manifestazioni ambigue e tolleranti verso dittatori e terroristi. Gli scettici hanno bollato d’ingenuità questa iniziativa, ma l’opinione pubblica che si mobilita riesce a far riflettere i capi del mondo. I principali alleati di Bush, Blair e Aznar, hanno tirato il filo del freno dopo la relazione degli ispettori, onesta e sincera, che ha evidenziato il fatto che non esistono prove concrete del riarmo iracheno; hanno chiesto più tempo, hanno fatto capire che Saddam, oggi, non è in grado di minacciare nessuno al di fuori dei suoi confini. Occorre fare di tutto perché anche quel popolo possa conoscere un governo democratico attraverso libere elezioni che dovranno portare all’isolamento o all’esilio di Saddam e le nazioni unite possono fare molto da questo punto di vista. Devono moltiplicarsi gli sforzi anche attraverso atti simbolici significativi come quello del sindaco di Roma Veltroni che si è rifiutato d’incontrare Tarek Aziz perché il giorno precedente, in conferenza stampa, aveva evitato di rispondere ad un giornalista israeliano. Al movimento democratico e progressista mondiale spetta il compito di tenere vivo il sentimento diffuso di pace, senza cadere nella provocazione di chi vuol far credere che dietro alle manifestazioni c’è la sinistra alla ricerca di rivincite attraverso la scorciatoia del pacifismo.
Bologna, 16 febbraio 2003 Maurizio Cevenini
Giovane alpino, siamo con
te...
Venerdì scorso si è svolta a Bologna una delle tante iniziative per la pace che si stanno moltiplicando in tutta Italia e culmineranno nel grande appuntamento di sabato prossimo. Su questa speranza di pace, sull’ultima fiammella si è scritto e si parla costantemente da giorni, quindi voglio concentrare questo mio intervento su un particolare piccolo, ma a mio parere significativo. Nel corso della manifestazione di venerdì Lucia Annunziata ha posto una domanda alla sinistra, in quel momento rappresentata dal segretario dei Ds, sulla missione degli alpini in Afghanistan. Come è noto il centrosinistra ha votato contro la missione di polizia internazionale prevista dagli accordi internazionali. Dal secolo scorso, quello delle terribili guerre d’Europa, la sinistra si è lacerata riguardo all’atteggiamento da tenere nei confronti dei conflitti: l’eterno dilemma tra il “no alla guerra sempre e comunque” o l’adesione condizionata. Personalmente ritengo che il rifiuto dei conflitti, in particolare quando non ci si trova davanti ad aggressioni, vedi Kuwait ed ex Jugoslavia, sia uno dei principi guida di un movimento di sinistra. Occorre avere però ben chiara la differenza tra dibattito politico, scelte di campo e le conseguenze interne ed internazionali degli atteggiamenti formali che si assumono. Per essere chiari fino in fondo ritengo che occorra distinguere il no ad una missione e la totale solidarietà con i nostri connazionali inviati nel mondo ad assolvere quel delicato ed ingrato compito: mille alpini sono partiti per una delle più insidiose e delicate operazioni a cui il nostro paese sia stato chiamato. Il compito di presidiare i confini tra Afghanistan e Pakistan, crocevia di traffici di armi, droga e terroristi, in particolare alla vigilia di un conflitto come quello iracheno, rappresenta qualcosa di più di una missione di Pace e di controllo del territorio. Per questo motivo i nostri ragazzi devono sentire la solidarietà di un intero Paese, non solo della sua maggioranza politica, ed è per questo motivo che i massimi dirigenti del centrosinistra devono abbandonare ogni incertezza e distinguere tra una giusta rivendicazione di pace e l’appoggio umano ai nostri soldati. Non c’è contraddizione in questo atteggiamento. Scriverò ancora riguardo questi argomenti, mentre la situazione continua ad evolversi, con la speranza che l’iniziativa della parte più saggia dell’Europa, e soprattutto dell’Onu, apra una breccia nelle granitiche certezze americane. Intanto ognuno faccia la sua piccolissima parte, esponendo una bandiera, partecipando ad una marcia di pace, entrando in una chiesa per una preghiera…
Bologna, 9 febbraio 2003 Maurizio Cevenini
Nasa has declared an emergency… Il laconico messaggio della Cnn che annunciava a tutto il mondo che sui cieli del Texas si stava consumando l’ennesima tragedia nella corsa dell’uomo verso l’infinito. Cinque uomini e due donne, in quella fascia d’età matura, fortunati per essere nati dopo i conflitti mondiali, per aver conosciuto il periodo delle più alte conquiste tecnologiche, morti in volo dopo aver sfiorato le stelle. Colpita duramente l’America, ancora una volta, da un incidente che getta un ombra scura sulla possibilità di ricercare nello spazio lo sviluppo per un pianeta soffocato, un pianeta che sta agonizzando lentamente sotto il suo sviluppo squilibrato. “Non sono morti invano; la conquista dello spazio andrà avanti” con queste parole il presidente Bush ha ricordato a caldo i suoi eroi. Gli americani capiscono che non sarà così. La Nasa verrà messa sotto processo, le missioni degli Shuttle sospese e i principali responsabili rimossi. Da mesi il progetto spaziale ha subito forti riduzioni di fondi, anche a scapito dei sistemi di sicurezza e le pressioni per una riconversione dalla ricerca pura alla ricerca militare sono forti. Da quando si è cominciato a parlare di scudo spaziale molti “cervelli” internazionali sono stati dirottati sullo studio di azioni spaziali verso terra; ci sono analisti strategici che imputano a questa massiccia ricerca la scarsa attenzione dell’intelligence americana per la prevenzione ordinaria lasciando il buco di controllo, ancora inspiegabile, dell’11 settembre. Ora tocca ai russi occuparsi della stazione orbitante spaziale, nata come scelta di collaborazione internazionale e ora forse ridotta a museo dei ricordi di un’epoca. Mi sono interrogato più volte sulle vicende precedenti la caduta del muro di Berlino, sugli orrori della repressione sovietica e della guerra fredda. Tuttavia quelli furono anche gli anni della grande speranza, vissuta attraverso la competizione che portò il russo Gagarin per primo nello spazio e l’americano Armstrong a posare un piede sulla luna. Molti sono morti per quei progetti, probabilmente anche allora cinicamente già si pensava alla supremazia economica e militare, eppure c’era poesia e sogno in quelle generazioni. Dopo il cordoglio delle prossime ore l’Amministrazione americana tornerà a concentrarsi sulla grande azione di guerra preventiva che costerà milioni di dollari, sottratti alla ricerca. Con i piedi saldamente a terra i generali faranno partire i missili mentre a Bagdad e in tutto il mondo qualcuno guarderà verso il cielo con la speranza che almeno lassù, in quella stazione spaziale, ci sia un angolo di silenzio e di pace.
Bologna, 2 febbraio 2003 Maurizio Cevenini
27 gennaio: per non dimenticare
Seimila studenti bolognesi hanno riempito il Palasport per ascoltare la testimonianza di Liliana Segre, sopravissuta fortunosamente al campo di concentramento di Auschwitz. Aveva tredici anni Liliana, altri, anche più giovani di lei, non ce l’hanno fatta a riavere la libertà prima che, quella gelida mattina del 27 gennaio 1945, venissero abbattuti i cancelli dell’orrore. In una delle poche iniziative unanimi del nostro Parlamento, l’Italia nel luglio del 2000 ha approvato una legge che fissa nel 27 gennaio di ogni anno la giornata della memoria. E’ un appuntamento rivolto soprattutto alle giovani generazioni perché sappiano cosa furono le leggi razziali, la Shoah. Ad oltre cinquant’anni di distanza da quegli accadimenti non è possibile abbassare la guardia, perché il fuoco del nazionalismo, l’intolleranza verso gli esclusi, i deboli, gli emarginati, cresce in modo strisciante in diverse parti del mondo, e non sono da meno i tamburi di guerra che riecheggiano nel mondo in vista di un nuovo conflitto di dimensioni vaste, difficile da spiegare.
Non è quindi un appuntamento per i figli d’Israele, per gli amici di Israele, ma per tutti coloro che credono fortemente nei valori della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza delle razze. E’ un monito per coloro che in Italia vorrebbero rivedere e rileggere quel periodo storico, scambiando una riappacificazione che nei fatti è ampiamente avvenuta con un giustificazionismo sconfessato dalla storia. E’ giusto piangere tutte le vittime, ma non bisogna confondere chi ha tolto la libertà, perseguitando e assassinando, e chi ha lottato contro la barbarie e per la civiltà.
Occorre tornare in quei luoghi, diventati musei permanenti di una storia crudele, per rinnovare la volontà di combattere ogni forma d’intolleranza e di prevaricazione; in questa direzione va l’iniziativa della scuola di pace di Monte Sole, che deve superare le polemiche delle ultime settimane attraverso un atto di buona volontà da parte del comune di Bologna. Il futuro è in mano ai giovani, a noi spetta il compito di coinvolgerli in una riflessione attenta e obiettiva, liberati dal livore ideologico che ha coinvolto il nostro Paese attorno agli anni ’50. Ho letto in questi giorni la testimonianza di Piero Iotti, sopravissuto a Mauthausen: "Come tanti della mia generazione credevo che la memoria dello sterminio fosse assicurata dalla coscienza collettiva dell’umanità. Non è così; la febbre dei nazionalismi che in Europa e fuori allarga il suo contagio, sta favorendo il ripresentarsi dell’orrore…
Quando torno a Mathausen e, davanti alla comitiva che si raccoglie, do fiato al megafono cercando di infondere vita la racconto, ho l’impressione che il mio essere lì aiuti a capire… Non so se basterà, so solo che il mio compito è provarci e che, fino a quando avrò forza, continuerò a farlo".
Bologna, 27 gennaio 2003 Maurizio Cevenini
L'apertura dell'anno
giudiziario
Sabato scorso in tutti i tribunali d’Italia si è aperto solennemente l’anno giudiziario. Come tutti gli anni è stata l’occasione per fare il consuntivo dei dati dell’anno precedente, i propositi per il futuro, lo stato dei rapporti tra gli organi dello Stato. Ho partecipato all’apertura di Bologna, ho letto dai giornali gli interventi degli altri procuratori, Roma, Milano, Palermo. Accenti e sensibilità diversi, perché i magistrati sono uomini con storie e culture diverse come tutti, ma un’analisi uniforme sul collasso della giustizia nel nostro Paese.
Reati e contenziosi che aumentano a fronte di una macchina inceppata che iscrive al 2007 il prossimo procedimento, che vede la conclusione dei tre gradi di giudizio a quindici anni. I cittadini osservano dall’esterno e si concentrano sui grandi fatti di cronaca fino a quando non entrano, da vittima o da imputato, direttamente o indirettamente nel dedalo di una causa. E viene notte. Assestare il sistema giudiziario è una priorità di un Paese civile e l’Italia, patria del diritto, non può accettare questa vergognosa china.
Paradossalmente il contenzioso tra il sistema politico e i magistrati sulla separazione delle carriere e sul passaggio successivo dell’assoggettamento, stile americano, del pubblico ministero al potere esecutivo, è marginale rispetto all’urgenza della riorganizzazione dei concorsi, agli organici alle procedure e soprattutto ad una radicale riforma di un sistema che risale al 1948.
Ma per fare questo occorrerebbe un dialogo istituzionale forte in Parlamento che oggi non esiste, occorrerebbe un Presidente del Consiglio fuori da coinvolgimenti personali, occorrerebbero una maggioranza meno arrogante e un’opposizione unita che comprendesse che lo scontro con l’avversario non deve coinvolgere le grandi riforme istituzionali. Quindi questa stagione politica non risolverà nessuno dei nodi della giustizia, anzi potrà aggravarli se la maggioranza forzerà la situazione imponendo le sue riforme pericolose e unilaterali.
I magistrati hanno manifestato la loro preoccupazione presentandosi nelle aule giudiziarie con il testo della Costituzione in mano. Un gesto dal grande valore simbolico che vorrei sintetizzare riportando le parole del procuratore di Bologna Francesco Pintor: “I padri costituenti non hanno voluto che il pm diventasse un funzionario amministrativo e nel ’48 hanno scritto quella Costituzione che abbiamo assimilato nei nostri studi giovanili, nella quale ci riconosciamo, che rispettiamo per il giuramento prestato e che ci è naturale osservare perché la portiamo dentro”.
Bologna, 19 gennaio 2003 Maurizio Cevenini
Caro Sergio Cofferati, sono iscritto ai Ds come lei, vengo dalla gloriosa storia del PCI, come lei, ho fatto un po’ il sindacalistica e po’ l’attivista politico, ho seguito con entusiasmo la nascita dell’Ulivo e con sconforto il declino di quella grande intuizione. Poi la stagione di Berlusconi, delle liti a sinistra molte volte stupide e incomprensibili, il risveglio delle lotte, dei movimenti, del sindacato. E quella sacrosanta battaglia in difesa dell’articolo 18, dello statuto dei lavoratori; Lei è stato un grande protagonista di quella stagione politica, poi il passaggio di consegne e la sua scelta di tornare in un ufficio rifiutando ogni proposta per un ruolo parlamentare. Lei è molto amato dal popolo della sinistra, molti la vorrebbero leader al fianco di Prodi, lei sue idee sono preziose…ma. Sì caro Cofferati c’è un ma. Io credo che molti suoi sostenitori la vedrebbero volentieri alla guida di un nuovo partito, l’ennesimo partito, nella galassia dell’Ulivo. Caso mai quel partito del lavoro che tanto sa infiammare i cuori, come dice Nanni Moretti, che potrebbe prendere voti ai Ds, un po’ alla Margherita e ad altri, ma a Berlusconi, temo, farebbe poco male. Ascolto molto attentamente i suoi discorsi, lei parla bene e invita sistematicamente all ’unità, ma chi parla prima e dopo di lei non perde quasi mai l’occasione per attaccare, screditare il gruppo dirigente del suo, del mio partito. Questo non aiuta, mi creda, ad alimentare nuovi entusiasmi per richiamare scontenti, delusi da anni di falsa unità; ormai il nostro paese ha imboccato decisamente la strada del bipolarismo, che dal fronte opposto vogliono ancor più esasperato, e lei m’ insegna ricordando quando nacque lo stesso Pds l’ambizione non era di ritrovarsi semplicemente con due partiti ma una vasta alleanza nella sinistra… Stesso progetto per l’Ulivo, ma al tavolo si presentano ancora otto. Sono un compagno di base come lei in questo momento, scusi l’ironia, e credo che sia giunto il momento che lei si tolga dall’ambiguità che, forse contro la sua volontà, qualcuno sta creandole attorno. Il 2006 è lontano, ma per costruire una proposta vincente credibile occorre tirare tutti dalla stessa parte, Lei rischia di diventare il più bravo tra coloro che criticano stando alla finestra. Caro Sergio, ho un po’ scherzato e me ne scuso. Le parole che ho scritto, potrebbero scriverle migliaia di militanti del nostro partito, altrettanti dell’Ulivo. Il rischio di spaccare i Ds esiste e lo hanno capito molto bene i nostri avversari, che dichiarano di tifare per Fassino e D’Alema. Ma in quale competizione, per fare cosa? Quest’anno si vota per alcuni comuni, il prossimo per tanti altri, Bologna per fare un nome; come credi possa aiutare questa lotta interna. Tu dirai non è mia intenzione, altri dicono esattamente la stessa cosa. E l ’entusiasmo cala…
Bologna, 12 gennaio 2003 Maurizio Cevenini
Nel ripartire con gli articoli di questa rubrica un pensiero va a Giorgio Gaber, poeta malinconico di una generazione che ha perso. Ci ha lasciato con le sue intuizioni, con le storie d’amore, con le anticipazioni della crisi della sinistra. E il primo augurio che faccio, che mi faccio, è che quest’anno possa vedere la rinascita di una sinistra dei valori; che sappia parlare al cuore dei giovani, dando qualche speranza per il futuro di un mondo che non vuole morire travolto dal suo disordinato progresso. Una sinistra diversa, lontana da quella acritica che spinse la nostra generazione, che sappia riconoscere il valore della competizione, senza abbandonare la sensibilità per i più deboli. Una sinistra unita, forte della consapevolezza che l’avversario è sull’altro fronte, che comunque non è un nemico da demonizzare, e che l’arroganza aristocratica deve essere retaggio del passato. Una sinistra che si metta in gioco, usando il linguaggio e i luoghi di confronto dove si trova e vive la gente nella sua quotidianità. Sarà un anno di grandi scelte. Per il mondo sull’orlo di una guerra, ancora evitabile, che non può convincere chi ha il senso delle proporzioni, chi crede ancora nella differenza tra i militari e la popolazione civile. Forse è sbagliato e cinico dirlo, ma è terribilmente vero che in questi dodici anni dalla caduta del muro di Berlino sono aumentati spaventosamente i morti per fatti di guerra. L’equilibrio del terrore, teneva soggiogate intere popolazioni prive della libertà, ma quegli uomini e quelle donne hanno visto crescere i loro figli in salute. Le guerre tribali e religiose scatenate dalla sacrosanta libertà hanno sterminato intere generazioni.
Anno di scelte per il nostro Paese, sconvolto, come il resto d’Europa, da una crisi economica senza precedenti, celata dagli equilibri finanziari internazionali ma subita pesantemente dalle famiglie. La crisi Fiat è punta di un iceberg molto profondo.
Anno di scelte per la nostra città che dovrà tirare le somme del governo che ha sostituito cinquant’anni ininterrotti di sinistra; a noi, che rappresentiamo la sinistra, dimostrare che abbiamo proposte nuove e credibili, presentando un candidato che sappia raggiungere e comprendere le esigenze dei bolognesi.
Anno di scelte per tutti voi che leggete, per navigare nel mare dell’esistenza senza farsi travolgere, tenendo un piccolo spazio per i sentimenti, quelli veri autentici, che ti danno la forza di credere che ci sarà per tutti un raggio di sole.
Caro Sindaco, rappresenterai Bologna a Monte Sole
Dedicato a colui che sarà chiamato a sfidare Giorgio Guazzaloca.
Mentre scrivo il mio articolo settimanale non so ancora se Giorgio Guazzaloca, sindaco di Bologna, avrà disinnescato l’ennesima mina posta dalla sua maggioranza. Nella marcia d’avvicinamento alle elezioni del 2004 Forza Italia e An intensificano le spallate alla giunta perché, come giustamente deve avvenire nella logica bipolare, si caratterizzi nettamente nella sua collocazione a destra. Lo fa, per l’ennesima volta, sul terreno che con maggiore chiarezza divide il centro destra e il centro sinistra. Venerdì scorso la Provincia e i Comuni, escluso Bologna, hanno sottoscritto lo Statuto per la costituzione della scuola di pace di Monte Sole; uno strumento messo a disposizione degli insegnanti, dei giovani per studiare e riflettere sul fascismo e il nazismo, per far crescere una cultura di pace. A Bologna la maggioranza di governo ha osteggiato la partecipazione di Bologna attraverso un ordine del giorno che vuole riscrivere lo Statuto, chiedendo di mettere sullo stesso piano i crimini del comunismo e del nazi-fascismo. Ma cosa c’entra Monte Sole con questo? La scuola di pace rappresenta la volontà di ricordare un periodo in cui la libertà e la democrazia furono soppresse, in Italia e in Europa, dal nazifascismo. Se si vuole discutere del comunismo lo si faccia senza timori, in altri contesti, Marzabotto rappresenta una pagina dolorosa di storia del nostro paese che ha visto i criminali ben individuati e il Presidente tedesco Rau è stato il primo a riconoscerlo con la sua partecipazione e la sua richiesta di perdono nei luoghi della strage. Ma la provocazione più grande in assoluto è la volontà del comune di Bologna di indicare come proprio rappresentate nella fondazione l’assessore Raisi, parlamentare di Alleanza Nazionale. I famigliari delle vittime i rappresentanti della comunità hanno esplicitamente dichiarato di non gradire il rappresentante di un partito che non ha ancora risolto il proprio rapporto con la storia del fascismo. Non è in discussione la qualità della persona, ma il significato politico di quest’indicazione. Il sindaco Guazzaloca deve ritirare quest’indicazione e, per chiudere le polemiche, respingere le richieste della sua maggioranza e partecipare direttamente alla scuola di Monte Sole. Avrebbe il consenso dell’intero consiglio comunale, ma soprattutto di chi rappresenta la memoria di quei luoghi. Se non avrà lui la forza di fare questa scelta, sarà il sindaco del 2004 a farlo perché sostenuto da un maggioranza che non avrà ambiguità nel ricordare la nostra storia.
Bologna, 15 dicembre 2002 Maurizio Cevenini
Nei giorni scorsi il quotidiano “la Repubblica” ha pubblicato un
sondaggio ad ampio spettro su Bologna imperniato nella prima parte sul
gradimento per Giorgio Guazzaloca e le condizioni di vita in città, la
seconda parte sull’orientamento di voto per il possibile antagonista. Ne
scrivo perché mi ha impressionato la volontà di quel giornale di
indirizzare una scelta difficile che, giustamente o meno, l’Ulivo ha
deciso di posticipare alla prossima primavera. Parliamoci chiaro per il
grande pubblico ciò che interessa è sapere il nome dei candidati, poi ci
s’interessa delle proposte, delle realizzazioni, delle polemiche. Vorrei
riportare un titolo “Guazzaloca bloccato al 29%, ma lo sconfigge solo
Bersani”. E’ una cosa certamente credibile ma, pur rispettando l’autonomia
della stampa e ci mancherebbe, non aiuta. Dal punto di vista scaramantico,
e mi concedo un piccolo sfogo personale, richiama un identico titolo,
durante le infauste primarie del ’99 “solo la Bartolini può battere
Guazzaloca”. Come non aiuta il panorama delle candidature sottoposte a
sondaggio. Se Bersani e Delbono sono certamente due candidati credibili,
probabilmente gli unici veramente in campo, che senso ha sottoporre al
sondaggio il nome di Renzo Costi, stimato professionista, che risulta
conosciuto dal 4% del sondaggio e di questi solo il 50% esprime fiducia?
Che Bersani possa vincere la sfida con Guazzaloca è assolutamente
credibile come è altrettanto certo il gradimento di tutto lo schieramento
dell’Ulivo e non serviva un sondaggio per averne certezza; piuttosto il
vero nodo è sapere se l’ex ministro è intenzionato a fare questa scelta
che cambierebbe il suo rapporto con le vicende nazionali. Ma se Bersani
non fosse della partita l’Ulivo dovrebbe rassegnarsi ad una corsa ad
handicap? Dal giornale più letto dagli elettori del centro sinistra e non
solo pare prevalere questa interpretazione ed è per questo che, da modesto
conoscitore dei messaggi mediatici, leggere il sondaggio mi ha dato un po’
di fastidio. E’ chiaro che avere dei dati conoscitivi sulla volontà degli
elettori è sempre importante, ma in questa fase, e da questo punto di
vista l’altro giornale di città è maestro d’orientamento, prevale
l’effetto propagandistico dei titoli sull’analisi puntuale dei dati. Oggi
si parla di un sindaco in carica, che non mi stancherò mai di dire che fa
della comunicazione l’arma più potente dei suo mandato, confrontato con
ipotesi generiche che creano più confusione che pacata riflessione. Anche
da questo devono prendere spunto le forze dell’Ulivo per incalzare una
giunta in affanno, accelerando la predisposizione del progetto
alternativo; in attesa che, da qualche cilindro, esca il nome del
candidato più forte, con la benedizione di Repubblica, ovviamente.
Bologna, 8 dicembre 2002 Maurizio Cevenini
Venerdì scorso, con una cerimonia partecipata e commovente, sono stati consegnati i premi Civitas; un’iniziativa positiva che ha premiato simbolicamente tre persone diverse rappresentative del cuore di Bologna: Rosanna Rossi Zecchi, moglie del coraggioso Primo Zecchi ammazzato dagli assassini della Uno Bianca solo per aver cercato di annotare la targa dell’auto, Monsignor Giulio Salmi fondatore dell’Onarmo e della Pallavicini, e il signor Sergio Rimondi, il camionista che quando lo scorso anno crollò il ponte di Mascarella si mise di traverso impedendo che l’incidente si trasformasse in tragedia. Molto probabilmente molti altri nostri concittadini sarebbero degni di questo premio perché parte viva e sensibile della nostra bellissima città ed è bene che ogni tanto, come rappresentanti della comunità bolognese ci fermiamo un momento a riflettere. I lunghi sinceri applausi che hanno accompagnato la lettura delle motivazioni dei premi, mi hanno convinto che ci sono momenti alti durante i quali la politica, giustamente sempre presente ed indispensabile, deve sapersi trattenere. Ci sono state polemiche in questi giorni relativamente ad incarichi professionali legati a questo premio, parte di esse sono da me condivise anche perché chi esercita la pubblica amministrazione deve essere controllato, incalzato e criticato quando sbaglia. L’opposizione, a partire dalle cariche istituzionali ad essa assegnate, ha comunque partecipato in modo convinto alla cerimonia del premio Civitas. I lettori di questo giornale, come tutti i bolognesi, devono sapere che chi si propone legittimamente di sostituire nel prossimo futuro la giunta Guazzaloca, sa distinguere tra il proprio ruolo di duro contrasto sulle scelte politiche e la volontà d’unità nelle istituzioni. Purtroppo questo mandato si concluderà con un totale muro contro muro tra maggioranza e opposizione; da tempo ho espresso la mia opinione su questo atteggiamento, anche su queste pagine, e sono convinto che non faccia bene alla città. Con franchezza ripeto che la responsabilità principale è di una classe politica, anche se ama chiamarsi civica, che ha deciso di svolgere il suo ruolo di governo con eccessiva arroganza nella convinzione di rappresentare il nuovo. Chi vincerà le prossime elezioni dovrà mettere al centro della propria attività il rispetto dell’avversario politico. Ma questa è un’altra storia; per un giorno tutti insieme siamo riusciti a festeggiare tre grandi personaggi della nostra Bologna.
Bologna, 5 dicembre 2002 Maurizio Cevenini