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ARCHIVIO DELLA TRIBUNA

 

LA TRIBUNA

 

Il profilo riformista

Che strano linguaggio accompagna il mondo della politica, ci si perde in fiumi di parole o ci si lega indissolubilmente a qualche frase o ad un singolo aggettivo che ti accompagna per tutta la vita. Per tanti della mia generazione il termine “comunista” ha rappresentato la sintesi della “meglio gioventù”: avevamo tutto così chiaro e il volgere del mondo ci pareva lineare e definito tra buoni e cattivi e il termine rivoluzione significava progresso, libertà, giustizia sociale. Eravamo in buona fede quando non prendevamo in considerazione ciò che avveniva nel mondo reale, senza pensare a quanto quel termine positivo sul piano filosofico fosse imbrattato di sangue innocente. Quanta storia è passata da quegli anni e quanti tentativi, molto spesso abortiti, sono stati fatti all’interno e ai confini della sinistra italiana per smarcarsi dalla sindrome degli ex.  La lunga gavetta dell’opposizione non è stata sufficiente per compiere l’intero passo ed in due occasione nel ’96 e oggi a distanza di dieci anni, ci troviamo a metà del guado tra la decisa svolta e lo sguardo indietro al passato nostalgico. Nella coalizione di governo convivono sentimenti diversi, vere e proprie differenze politiche e culturali, non ultimo il richiamo esplicito in due partiti al termine di cui sopra, e questo ha sicuramente un peso. Siamo riformisti? Si, ma… E’ questo che a mio parere ci tiene incagliati a metà del guado, il non riuscire a vestire questa nuova maglia con la stessa spigliatezza e freschezza con cui indossavamo negli anni settanta quella comunista. E’ evidente che lo spunto di questa riflessione mi viene dalla scelta dirompente di un intellettuale serio e autorevole come Nicola Rossi che è uscito dal mio partito con una motivazione forte e preoccupante come l’aver abbandonato, ecco che tornano le etichette, il profilo riformista. Naturalmente articola ulteriormente il suo ragionamento vedendo nelle scelte del governo una progressiva sconfitta delle posizioni riformiste. Il mio segretario Fassino si rammarica, e da persona seria qual è, spiega che il progresso delle riforme è faticoso e si scontra con resistenze quotidiane. La penso come lui, ma mi chiedo come si possa uscire dal continuo e faticoso bilanciamento di posizioni che ruota attorno ad un termine che scuote le fondamenta dei governi, siano di sinistra o di destra accompagnati dalle relative sfumature: il lavoro. Il nodo è lì, quali sbocchi occupazionali e attraverso quali forme di contratto, quali garanzie sociali prima, durante e nel periodo del pensionamento. Il resto viene di conseguenza: l’università, la ricerca, l’innovazione. Forse è maturo il tempo delle grandi scelte, il passaggio da ex comunisti a riformisti che non hanno dubbi, per fare un esempio vicino, nell’annoverare tra i propri riferimenti uomini come Marco Biagi che hanno pagato con la vita la voglia di sperimentare, da studiosi al servizio dello Stato, nuove vie nel complicato mondo del lavoro senza pensare quanto ci si spostasse dagli schemi inamovibili indicati dai vecchi maestri. Buon anno...

Bologna, 4 gennaio 2007                              Maurizio Cevenini

Una figuraccia

Cento anni fa, il 10 dicembre 1906, un emissario del re di Svezia consegnò il Premio Nobel per la letteratura al "bolognese" Giosuè Carducci. Il poeta già gravemente malato non avrebbe potuto affrontare il viaggio e l’accademia volle comunque celebrare una breve cerimonia, commovente e significativa indicano le note del tempo. Domenica scorsa per iniziativa dell’ordine dei giornalisti si è svolta una simbolica cerimonia, patrocinata dalla provincia, con visita alla casa-museo e conclusione in via Broccaindosso nel cortile dove il poeta trasse ispirazione per scrivere "Piccolo pianto antico", il melograno verso cui tendeva la mano il piccolo figlio Dante morto prematuramente. Ho preso la parola, tra la lettura di alcune poesie e la musica di Fausto Carpani, e ho cercato di non dire parole di circostanza su Bologna e i suoi abitanti. Dobbiamo lavorare per recuperare la nostra storia, ciò che ha fatto di Bologna un luogo rispettato e amato in Italia e in Europa. Oggi purtroppo non è più così per mille motivi, molti oggettivi altri di cui siamo responsabili. Primo tra tutti quello di non fermarsi a riflettere sui luoghi e sulle persone che incontriamo e segnano la nostra vita. E’accaduto in quel cortile, ho incontrato una donna straordinaria che ha subito un dolore profondo e cerca nell’anonimato di schivare i riflettori che la quotidianità le impongono. Mi è venuta incontro con gentilezza mi ha porto la mano e non l’ho riconosciuta. Mentre parlavo ai presenti e anche nelle ore successive ho provato un profondo dolore e vergogna. Avevo trascurato la persona che in tanti anni avevo sentito una sola volta al telefono in una circostanza delicata durante la quale dovevo giustificare atti di altri, con il solito realismo politico. Ho perso l’occasione per dimostrare di essere un rappresentate di questa città sensibile ed attento. E’ un riferimento molto intimo e personale che volutamente non voglio ricondurre alla protagonista con la quale non mi scuserò mai abbastanza. Forse sto un po’ forzando ma credo che sia giunto il tempo in cui chi ama questa città, chi vuole riappropriarsene deve fermare la macchina frenetica che ci porta all’approssimazione sistematica.  E’ un modo per augurare buon Natale a Bologna e a chi la ama.

Bologna, 10 dicembre 2006                     Maurizio Cevenini

 

Un ricordo vivo

La scorsa settimana l’Università e il comune di Modena hanno inaugurato la nuova sede del Centro Studi Internazionali e Comparati "Marco Biagi", fondato dal Professor Marco Biagi nel 1990 e attualmente diretto dal Professor Michele Tiraboschi suo discepolo. La ripresa del processo contro gli assassini del professore e la coincidenza di questo importante appuntamento mi portano ad alcune considerazione che cerco di fare in punta di piedi e con il rispetto che si deve ad una persona straordinaria. Confesso di aver vissuto con qualche imbarazzo il momento della celebrazione, ascoltando le parole sincere e toccanti di chi ne ha ricordato la memoria, il lavoro, l’attualità del messaggio: su tutto la lettura della lettera della moglie Marina ha reso evidente il legame forte di condivisione nel ricordo delle ultime ore e dell’impegno successivo. Marco Biagi apparteneva alla scuola bolognese di diritto del lavoro, identificata soprattutto in Tito Carnacini e Federico Mancini; aveva studiato e percorso tutto il cammino professionale fino alla cattedra presso la facoltà di Economia e Commercio di Modena. Da bolognese mi sono sentito ospite e mi sono interrogato su quanto di più Bologna avrebbe potuto fare nei confronti del suo cittadino illustre. Come ho avuto occasione di dire nelle due occasioni ufficiali durante le quali ne ho ricordato la memoria, ho richiamato i miei incontri professionali con Marco Biagi tacendo, in quelle occasioni, la mia profonda ignoranza su quanto quest’uomo stesse facendo al servizio dello Stato. Lo sto scoprendo in questi anni dalle parole, dall’immenso lavoro messo a disposizione e cresce la rabbia per l’isolamento, la sottovalutazione che hanno accompagnato questo lavoro. Non ho le competenze ma soprattutto la presunzione per valutare quanto del suo impegno sia contenuto nella legge che forse impropriamente prende il suo nome, ma ho la certezze che stesse lavorando sul cuore del problema. La rottura profonda dei vecchi schemi previsti dai contratti di lavoro, sostituita della crescita imponente di nuove generazioni in movimento, costrette o disponibili a navigare in mare aperto. Collocare Marco Biagi e Massimo D'Antona con i parametri della distinzione politica è estremamente difficile e contraddittorio, profondamente sbagliato nei confronti dei familiari. La scheggia residua delle Brigate Rosse ha voluto colpire i segnali di rinnovamento profondo dello Stato contenuto nei loro messaggi. Le istituzioni, il mondo della scuola e del lavoro hanno l’impegno morale e sostanziale di tenerne vivo il ricordo.

Bologna, 22 novembre 2006                                     Maurizio Cevenini

QUELLI DELLA NOTTE

 Per la prima volta a Bologna le due più importanti organizzazioni dei commercianti Ascom e Confesercenti hanno dato vita ad una manifestazione di protesta. E’ un fatto importante del quale è giusto parlare inquadrandolo nella sua giusta dimensione, pur con la doverosa precisazione che per il ruolo che ricopro tendo a parlare più di fatti nazionali che locali.

Tutto nasce dalla tanto contestata chiusura notturno degli esercizi commerciali, passando attraverso le varie ordinanze sui divieti per l’erogazione di alcolici. dopo estenuanti trattative tra comune e rappresentanze di categoria si è giunti a una rottura e alla conseguente manifestazione. Il sindaco Cofferati  in più occasioni ha giudicato anomala una manifestazione che anticipasse le decisioni formali e mi sento di condividere questa valutazione, ma accorre stare alla sostanza. La prima considerazione, indipendentemente dal balletto dei numeri che contraddistingue sempre questi momenti di polemica, è che la manifestazione è riuscita con una buona partecipazione. Allo stesso tempo è importante dire che l’oggetto della stessa si è modificato strada facendo presentando ai partecipanti un vero e proprio manifesto politico di contestazione globale all’amministrazione. Quando parli di degrado, per fare un solo esempio, dai un giudizio di merito sul lavoro dell’amministrazione e di esponi al rischio della politicizzazione della tua protesta. Per carità nulla di drammatico, soprattutto perché tutta l’azione sociale è permeata di politica, ma alla fine i partiti di opposizione si sono appropriati, almeno in parte, dei risultati.

Le manifestazioni, soprattutto se composte come quella dell’altra sera, sono un elemento importante della democrazia e io voglio in essa vedere l’aspetto positivo della vivacità di una città che non è morta e vuole confrontarsi. Personalmente sono convinto che l’amministrazione abbia la stessa volontà anche se a volte può apparire il contrario.

Sul merito la vicenda è oggettivamente complessa e vede su posizione nettamente contrapposte non tanto l’amministrazione ma i cittadini che desiderano dormire e gli esercizi. Come sempre il principio di civiltà dovrebbe portare a scelte equilibrate che tengano conto delle esigenze di tutti, ma oggi la situazione è diversa e l’apertura lunga lascia molti problemi. Io penso sia giusto sperimentare l’orario ridotto con deroghe a coloro che si assumono l’impegno, pur nei limiti, di controllare la propria clientela mantenendo un costante monitoraggio in un dialogo virtuoso tra rappresentanze dei commercianti e il comune. Quindi riapertura del dialogo, senza vinti e vincitori, nel pieno rispetto dei valori e delle tradizioni di una città bellissima.

 

 

Bologna, 11 ottobre 2006                                       Maurizio Cevenini

COL CERINO IN MANO

 Il governo non cadrà sulla Finanziaria. E’ la frase più ricorrente che risuona da tutti gli ambienti della maggioranza di governo in risposta alla agguerrita e doverosa campagna d’opposizione della Casa delle Libertà. Mentre scrivo è in corso il consiglio dei ministri  che deve varare il testo della finanziaria dopo che il vertice tra i partiti non ha fugato tutti i dubbi.

E’ un dato che questa maggioranza, fragilissima sui numeri e in parte divisa sulle scelte, ha già dato prove importanti di solidità in occasione dell’elezione delle cariche istituzionali e sul terreno delicatissimo della politica estera. I giornali e le televisioni amplificano gli elementi oggettivi di divisione e spesso sembrano prevalere i piccoli interessi di partito, ma è evidente che questa finanziaria rappresenta un banco di prova straordinario.

E’ chiaro che non è possibile applicare alla Finanziaria un metodo che limiti la partecipazione e la capacità d’interlocuzione dei gruppi parlamentari che, pur nella variazione della legge elettorale, mantengono saldi legami con le istanze territoriali. La Finanziaria sarà chiamata a tradurre l’impianto programmatico con il quale il centrosinistra si è presentato alle elezioni. Alcune questioni strategiche vanno affrontate subito a cominciare dal Mezzogiorno che è il luogo dal quale far ripartire l’Italia, non un capitolo aggiuntivo del progetto dell’Unione. Non a caso la prima parte del programma del centrosinistra si apre con un’analisi e una proposta che riguarda il Sud. La seconda parola d’ordine, poi, dev’essere più equità e più sviluppo. Ed è qui che bisogna dimostrare le capacità innovative e riformiste del governo. Nella Finanziaria, poi, debbono trovare risposta altri temi strategici come la ricerca, l’innovazione e la formazione.
Il dibattito non va collegato ai tagli, ma alla capacità riformatrice che deve mostrare il governo per far prevalere complessivamente una moderna equità nel Paese. La spesa può essere riorganizzata rispetto ad un progetto di riforma piuttosto che rappresentare esclusivamente il finanziamento di ciò che esiste nelle forme con cui esiste, a volte condite da inefficienze.

In queste ultime trepidanti ore d’attesa si infittiscono gli incontri tra ministri, parti sociali, esponenti di partito. Molte delle difficoltà che la maggioranza sta trovando per arrivare ad una soluzione concordata, sono l’effetto delle scelte economiche del  governo di centrodestra e della finanza creativa di Berlusconi e Tremonti. Al contempo occorre segnalare che se il governo Berlusconi avesse lavorato bene sarebbe ancora lì quindi non serve guardare indietro. La sensazione più sgradevole di queste ultime ore è il tentavo di lasciare il cerino in mano a Ds e Margherita.

 

Bologna, 29 settembre 2006                                        Maurizio Cevenini

In nome di Dio

Mostrami ciò che Maometto ha portato di nuovo e vi troverai solo delle cose cattive e disumane, come la sua direttiva di diffondere la fede per mezzo della spada". Questa è la frase di Manuele II Paleologo, imperatore bizantino dal 1391 al 1425, che Papa Benedetto XVI ha pronunciato nel discorso di Ratisbona e che ha infiammato il mondo islamico dalla Palestina all'Indonesia con minacce da parte di gruppi terroristi di voler distruggere il Vaticano. Decontestualizzata dalla lezione teologica la citazione è decisamente forte e ben più allarmante delle vignette dello scorso anno, vista l’autorevolezza di chi l’ha pronunciata. Sono cattolico, anche se scarsamente praticante, e mi disturba che nel mondo vi sia chi può dir tutto, anche con grande arroganza, e chi è costretto a limitare i suoi giudizi. Infatti sta avvenendo esattamente questo: dal mondo islamico non è tollerato il minimo accenno critico e nel contempo, come sta avvenendo in queste ore, si può sbeffeggiare il Papa, usando subdolamente l’immagine di Papa Giovanni Paolo II°, contrapponendo il “buono” e il “cattivo”. Io, come la stragrande maggioranza degli abitanti del mondo, credo che la maggior ricchezza dell’individuo sia la libertà e quindi la possibilità di esprimere il proprio pensiero sia in tema di religione che nella quotidianità delle proprie attività; ovviamente allo stesso modo vale il diritto sacrosanto di dissentire. Ma nel mondo islamico, ovviamente e fortunatamente non tutto, il fondamentalismo ha una parte 
rilevante e questo porta a trasformare legittime discussioni religiose o filosofiche in guerre vere, con minacce pesanti per gli equilibri nel mondo; il tutto in nome di Dio che dovrebbe, invece, essere stimolo per la pace e l’amore tra i popoli. Da che parte sto, penso appaia chiaro da queste poche righe. Detto questo però ritengo che chi, sul piano religioso o politico, si pone l’obiettivo di rendere sicura la vita degli abitanti della terra, debba tenere conto dei dati oggettivi. Quindi ho apprezzato il gesto del Papa che ha voluto chiarire il suo pensiero, ribadendo il rispetto per le altre religioni e apprezzo chi sta lavorando per la pace in Libano e la soluzione del caso palestinese. Naturalmente c’è chi la vede diversamente rivendicando il diritto di difendere i propri principi senza inchinarsi all’arroganza dei fondamentalisti. Mantengo forti riserve su questa posizione e confido nella scelta diplomatica, nella crescita delle coscienze e ritengo che, anche dalle minacce pesanti di questi giorni, debba riconfermarsi la volontà della Chiesa di Roma di essere portatrice di pace e dialogo, senza arrivare a dover porgere l’altra guancia.

Bologna, 19 settembre 2006                     Maurizio Cevenini

 

L’ottavo scudetto del Bologna

Gli impegni m’impediscono di seguire un filo razionale in questi miei interventi, di conseguenza l’impressione e la notizia del momento mi danno lo spunto per scrivere di argomenti diversi. La mia passione per il calcio, nonostante le delusioni delle vicende giudiziarie, mi fa ricordare che sabato è iniziato il campionato del Bologna con una vittoria che m i auguro sia di buon auspicio. La scorsa settimana il centro Bologna club ha organizzato in Sala Farnese un dibattito, da me coordinato, con i massimi esponenti che in parlamento e nel governo si occupano di sport: il sottosegretario Lolli, Folena presidente della commissione sport, Pescante oggi onorevole di Forza Italia ma per anni al comando del Coni, e con loro Cazzola e Ulivieri. E’ stata l’occasione per riflettere sulla rivoluzione mancata del calcio, ma soprattutto lo sfogo del presidente del Bologna contro il mondo politico che non ha fatto abbastanza per tutelare la nostra squadra, unica vera vittima di calciopoli. Mi sono chiesto se veramente non abbiamo fatto abbastanza per tutelare la nostra squadra, soprattutto attraverso i tanti esponenti politici nazionali. La diversità e la tolleranza dei bolognesi che non occupano stazioni e strade è stata criticata persino da Italo Cucci in un altro dibattito alla festa dell’Unità, ma io penso che non potevamo fare nulla di più; chi ha sbagliato sono i miei colleghi di altre città che si sono mossi in modo scomposto per ottenere sconti per le proprie squadre. Comunque capitolo chiuso, ora occorre tentare di riconquistare la serie A sul campo a suon di gol, confidando sull’onestà dei nuovi timonieri del calcio a partire dal nuovo designatore arbitrale il bolognese Tedeschi. Un sorriso ce lo concede un nuovo libro che esce in questi giorni dal titolo: ho sognato l’ottavo scudetto del Bologna. Lo hanno scritto due giovani tifosi del Bologna che nella vita fanno altro e hanno pensato di vincere scrivendo un loro scudetto. Nel libro ci sono molti personaggi reali, altri di fantasia come il sottoscritto che nel libro è il sindaco di bologna (ovviamente la prefazione di Sergio Cofferati evita confusioni). E’ un libro divertente, ingenuo ma pieno di Bologna con le sue caratteristiche ed il suo amore per la squadra. Si legge in poco tempo e forse si rischia di crederci…

Bologna, 10 settembre 2006 Maurizio Cevenini

Tocca a noi

 Non è lontano il Libano, evoca ricordi dolci e amari di una storia del bacino del Mediterraneo ancora da scrivere  e  da vivere. L’interruzione estiva ci ritrova oggi a scrivere con la speranza di avviare, dopo le follie dell’uomo coperte dalla ragione di stato dall’ideologia, dalle religioni, finalmente un periodo di pace in quel Paese bello e disperato.“L’Italia non manderà le truppe in Libano se non cesseranno i combattimenti, ora le condizioni per inviare una forza internazionale non sono mature” con questo messaggio il nostro ministro degli esteri ammoniva le parti in conflitto chiedendo l’immediata risoluzione dell’Onu che arrivò a distanza di alcuni giorni da quella dichiarazione. Risoluzione accolta col classico entusiasmo di chi vede scendere di un grado la febbre pur in presenza di una malattia gravissima. Ci abbiamo creduto, dobbiamo credere che le condizioni per la pace e la convivenza ci siano. E’ forse proprio da questo presupposto che il presidente del consiglio Prodi ha annunciato per prima la volontà degli italiani di essere, in modo corposo, nel contingente Onu, probabilmente convinto del fatto che tutti gli altri Paesi europei avrebbero risposto con pari entusiasmo. E a lui si sono accodati, seppur con sfumature diverse, partiti di governo e di opposizione, consapevoli del ruolo strategico che l’Italia può svolgere per quell’equilibrio che ha sempre mantenuto con il mondo arabo da sessant’anni a questa parte. Non avendo altri motivi per contendere, pareva, è partito il carosello dello scandalo di D’Alema sotto braccio ad un parlamentare di Hezbollah, senza porsi il problema che sotto i piedi di quella insolita delegazione “mista” c’era la distruzione di Beirut, cadaveri sepolti compresi. Equidistanza, equivicinanza sono divenuti termini in voga nei bar per indicare di quanto ci eravamo spostati dal filo di equilibrio con Israele. Detto che gli ebrei hanno il sacrosanto diritto di vivere sicuri nel loro territorio e che sono infami certi comunicati delle comunità arabe in Italia, Israele, come fanno gli stessi israeliani, può essere criticata senza mettere in discussione i principi di tolleranza. Ma tutto questo bel discettare è stato travolto dalla realtà di questi giorni. Ad una ad una stanno cadendo si stanno fortemente ridimensionando  le disponibilità degli altri paesi europei, ricordandoci che dopo l’euro tutto si è mosso contro l’unificazione, compresi i basilari accordi di politica internazionale. Per questo il disperato appello del governo e del popolo libanese, è sempre più rivolto a noi; ma obiettivamente seppur i più amati i nostri militari rischiano soprattutto se non è l’intera comunità ad avere un sussulto d’impegno. Confido che il nostro governo, in queste ore, intensifichi i contatti per rendere credibile la missione Onu.

Bologna, 24 agosto 2006 Maurizio Cevenini

 E’ sempre guerra

E’ l’ultimo articolo prima della pausa estiva che per molti, non per me, significa “staccare” la spina per qualche giorno di meritato riposo. Una riflessione preferiale porta alla stessa conclusione, che vale per ogni estate: è sempre guerra ai confini delle nostre spiagge, dei nostri monti. Dopo la pausa per la finale dei mondiali, che pare abbia bloccato le azioni terroristiche e belliche in tutto il mondo, la più grande e fertile attività dell’uomo, quella delle armi, è ripartita a pieno ritmo riaprendo un fronte antico, mai dimenticato. Entrano nelle nostre vacanze le immagini struggenti che testimoniano la sofferenza e il dolore delle popolazioni civili: israeliani, palestinesi, libanesi e un po’ più in là iracheni, afgani. Che differenza fa? E’ davvero così importante segnalare chi ha qualche ragione in più? L’urlo inascoltato degli abitanti del mondo verso l’Onu per una tregua che arresti l’escalation bellica e consenta un’azione di mediazione per la liberazione dei soldati israeliani rapiti e per la sospensione di tutte le attività militari, sia le incursioni degli Hezbollah e di Hamas contro Israele, sia le operazioni dell'esercito israeliano a Gaza e in Libano, segnala l’impotenza della politica  del dialogo e rende piccoli, molto piccoli i nostri dibattiti sulla presenza dei nostri soldati nei vari scenari di guerra.

Come sempre avviene l’ultima campo d’azione oscura e allontana, almeno dei nostri occhi, gli altri avvenimenti e quindi è in primo piano il conflitto in Libano ed esprimo su questo il mio parere.

Non può e non deve essere negato ad Israele il diritto a difendersi contro chi ne insidia e ne minaccia l’esistenza e la sicurezza. E di fronte ai ripetuti attacchi di Hezbollah e di altri gruppi islamici terroristi, la solidarietà a Israele della comunità mondiale deve essere totale. Ma non si può tacere sulla durezza e “qualità” della risposta a questi attacchi che paradossalmente aumenta i pregiudizi sullo Stato d’Israele. Ciò che deve preoccupare sono le conseguenze che prima di tutto sulla sicurezza di Israele possono ricadere e per il rischio che ancora di più si pregiudichino i residui spiragli di un percorso negoziale di pace e si riducano gli spazi di azione politica per Abu Mazen e quei settori della dirigenza palestinese che lavorano per la pace. Se una speranza di pace può vivere occorre che aumentino, in tutte le nazioni coinvolte, gli uomini del dialogo, del riconoscimento reciproco.

La pace non è fine a sé stessa, ma è premessa indispensabile per superare l’abisso tra Paesi poveri e ricchi del mondo, facendo crescere la cultura del rispetto, unica vera alternativa alla crescita nell’odio terroristico dei giovani islamici.

Bologna, 4 agosto 2006                         Maurizio Cevenini

 

La piazza…

 Un lungo striscione avvolge la curva vuota dello stadio Dall’Ara: “potremmo impedire a mezza Italia di andare al mare…. ma siamo bolognesi”. I tifosi del Bologna, quelli veri autentici delle tante trasferte, hanno riempito i puntini con gli abitanti di due città, io non lo faccio. Sarebbero troppi gli esempi di reazioni di piazze diverse all’esito di sentenze, leggi, azioni dello Stato, che citarne alcune forse sminuisce la grande civiltà di Bologna. Ho parlato con molti ragazzi della curva, ci ho giocato assieme a pallone, e comincio a fare fatica a contrastare l’idea che i co… perdono sempre; ma non possiamo arrenderci, la nostra è una città veramente diversa pur nelle sue contraddizioni, nel suo passo lento e non può reagire, anche al sopruso più grave, in modo violento irrispettoso delle leggi. Mi sono vergognato per la reazione di importanti esponenti politici, anche del mio partito, che acriticamente si sono schierati, a sentenza pronunciata, al fianco dei dirigenti delle squadre coinvolte. Un conto è il rispetto per i tifosi e per me vale anche per juventini ed altri, quelli veri senza interessi personali, altra cosa è difendere l’indifendibile schiacciato dalle intercettazioni telefoniche. Non è una tragedia giocare in un campionato di B, ma le regole devono essere uguali per tutti, che le ha violate deve pagare, chi è stato vittima deve avere il giusto risarcimento. Ma è così solo nel calcio? Assolutamente no. L’esempio dei taxi è emblematico e può sintetizzare mille altri episodi di vita nella comunità.

In premessa dico che non sono troppo contento di come si è svolta tutta la trattativa, meglio fare qualche incontro prima che dare il senso del cedimento successivo sotto il peso dei moti di piazza. Comunque i problemi dei taxista, più o meno esasperati, sono gli stessi a Torino, a Napoli, Roma, Bologna. Se c’è rendita di posizione da difendere non è la collocazione geografica che crea condizioni diverse. Resta il fatto che i taxisti di Bologna hanno protestato civilmente, hanno annunciato azioni di lotta, tenendo conto delle esigenze dei cittadini, Roma e Milano sono sotto gli occhi di tutti, ed è per questo che lascia l’amaro in bocca avere la sensazione che questo comportamento abbia ottenuto risultati.

Non sarà una grande consolazione, ma Bologna deve mantenere questo primato della civiltà che nessun azione, neppure la più infame, ci può togliere. 

 

Bologna, 20 luglio 2006                         Maurizio Cevenini

Italia campione del mondo

 Si sono spenti da poco i fuochi della grande festa nazionale per la conquista della coppa del mondo di calcio ed è tempo di qualche considerazione più moderata nei contenuti e nelle forme, di quelle sentite nei giorni scorsi. Il rito collettivo si è consumato ancora una volta coinvolgendo soprattutto, e questo ha fatto la vera differenza, i profani del calcio che continuano ad essere la maggioranza. Ventiquattro anni di distanza dall’ultimo trofeo avevano assopito il calore attorno alla nazionale e fino ad un mese fa erano tanti gli elementi che non aiutavano: calciopoli con tutte le sue squallide frasi, un allenatore antipatico e giocatori considerati di medio livello. Poi il calcio, che continua ad essere tutto tranne che una scienza esatta, ha combinato l’imprevedibile come avvenne in Spagna nell’82 e per diversi giorni siamo tornati ad essere una nazione solidale e compatta raccolta attorno ai nostri eroi, fino al punto di non voler sapere cosa ha detto quel ragazzone stonato di Materazzi al comunque colpevole Zidane. Resterà negli occhi di tutti noi quel fiume di folla avvolta nel tricolore che si è rimpossessata di un inno, oggettivamente non straordinario, e ne ha fatto simbolo vero e genuino di unità nazionale. Per quelli della mia generazione che hanno visto sfumare la coppa Rimet nel ’70, in quanti ricordano che la prima vera coppa del mondo venne vinta definitivamente in Messico dal Brasile contro di noi, la soddisfazione di vedere l’Italia due volte campione del mondo. Allora ben venga l’euforia del presidente del consiglio che vede in questa vittoria le condizioni per il riscatto economico e sociale del Paese; sebbene, come si sa, io sia un suo grande estimatore sono convinto che ci voglia molto di più per risollevare la situazione, ma non sottovaluto i messaggi che lancia sulla vittoria di squadra e sulla coesione. In queste ore la maggioranza in Parlamento è chiamata a dar prova di solidità in occasione di provvedimenti strategici da approvare e vedremo se l’ottimismo di Prodi è ben riposto. Ma in questo pezzo voglio rimanere sul calcio e apro una finestra sulle sentenze che, mentre scrivo, non sono ancora uscite. Mi sfiora un leggero brivido lungo la schiena, sentendo, come avevo previsto anche dalle colonne di questo giornale, che molti autorevoli osservatori politici e non, seppur non parlando di  amnistia termine improprio invocano clemenza. Questo, se avvenisse, si tradurrebbe con la sola retrocessione in B della Juve e la salvezza delle altre tre (i punti di penalizzazione che resterebbero sarebbero lo stimolo per riempire gli stadi); sostanzialmente quindi con una beffa mondiale e allora il senso di giustizia e un po’ il tifoso rossoblu che vive in me si rabbuia e si sente un meno campione del mondo.

 Bologna, 12 luglio 2006                                           Maurizio Cevenini

La manovrina

La cosiddetta manovrina d’estate sicuramente non sistemerà i disastrati conti pubblici italiani, ma certamente rivoluziona radicalmente sul piano culturale i centocinquant’anni di stato unitario. I provvedimenti di liberalizzazione che incidono nel profondo su privilegi e abitudini consolidate, cambieranno radicalmente la vita a milioni di italiani consumatori creando nuovi spazi ai giovani. Il governo lancia una sfida all’opposizione chiedendo un consenso il più largo possibile, perché la vera civiltà del bipolarismo non si fa sulle cose astratte, ma sui problemi veri che stanno a cuore alla gente: i consumatori non hanno colore. C’è certamente qualcosa di malizioso in questa chiamata al centro destra perché il tema del libero mercato, del superamento di lacci all’impresa è il cavallo di battaglia classico della destra illuminata. E ora vedremo le reazioni che in parte stanno arrivando in modo contraddittorio. Altro tema serio è la consultazione delle categorie che, in parte a ragione, lamentano la mancata convocazione preventiva. un motivo non detto esiste per la mancata consultazione preventiva, che vale anche per le forze politiche di maggioranza: l’esperienza dice che le anticipazioni aprono dibattiti preventivi che rischiano di affossare le proposte. Forse bisognerà abituarsi ad un governo decisionista che applica il suo programma elettorale, ora in tanti hanno capito che il riferimento alle liberalizzazioni non era uno spot, ma una proposta seria. Non vanno sottovalutate le proteste di tassisti, farmacisti, avvocati, commerciati e un po’ più lente banche e notai, ma anche su queste vanno pesate le diversità (vedi la serietà dei tassisti bolognesi) e lo sportello di consultazione voluto dal ministro Bersani servirà per reciproche spiegazioni; anche se occorre partire dal dato obiettivo del confronto: in Inghilterra e negli Stati Uniti le cooperative non esistono, eppure da moltissimi anni i farmaci sono in vendita anche nei supermarket; una ricerca delle Generali certifica che nonostante la Rc auto italiana sia la più cara d´Europa, da noi il rapporto tra compagnia e assicurato dura mediamente più di dodici anni, contro i 4,7 della Germania e i 2,9 della Gran Bretagna. Ed è altrettanto oggettivo il richiamo della Commissione europea per rimuovere gli ostacoli alla concorrenza: dietro alle misure adottate ci sono provvedimenti di infrazione da parte di Bruxelles, senza contare che anche il quadro economico e sociale del Paese presenta le sue urgenze. Ora ci sarà la prova del fuoco: entro sessanta giorni, il provvedimento dovrà avere l’approvazione del Parlamento.

 Bologna, 3 luglio 2006                                Maurizio Cevenini

Lacrime e sangue?

….vi univa l’antiberlusconismo, ora vedremo…” Se devo trovare i commenti ripetuti dei miei avversari politici, alcuni più rancorosi altri riflessivi torno sempre alla frase precedente che sintetizza un malessere un modo di vedere e di fare anche di molti elettori di sinistra. Ora si avvicina il momento della verità su due versanti: la tenuta del governo e di una coalizione molto varia nella sua ampiezza e i provvedimenti concreti per rilanciare la macchina Paese senza mettere in ginocchio gli italiani. Non poteva che toccare al Ministro dell’Economia Tommaso Padoa-Schioppa nel corso dell’audizione davanti alle Commissioni Bilancio di camera e Senato presentare la situazione dei conti pubblici sottolineando l’esigenza di base di “stabilizzare la crescita del Pil sul 2% annuo. Dati duri e concreti che fanno male come la constatazione che l’avanzo primario si è quasi azzerato, riportando l’Italia in una situazione simile a quella dell’inizio degli anni Novanta, per certi aspetti anche più grave. Il riferimento di Padoa-Schioppa va a quel periodo di deficit posteriore alla caduta del Pentapartito e raccolto, come sfida a risanare il Paese, dai governi tecnici. Da percentuali superiori al 2% nel 2000 la produttività in Italia è scesa allo 0 nel 2001 per andare sotto lo zero negli anni 2002 e 2003 per poi risalire leggermente nel 2004 e 2005, ma senza mai superare la fatidica soglia 0. È andata un po’ meglio nell’area euro dove comunque dal 2001 al 2005 ha oscillato sempre sotto l’1%. Riconoscendo onestamente che il dato congiunturale ha colpito tutti i Paesi. Con questi tassi di produttività, la competitività, misurata sui costi unitari del lavoro, è stata erosa pur in presenza di aumenti salariali sostanzialmente moderati. In questo modo la perdita di competitività ha rallentato la crescita dell’occupazione, invertendo la tendenza degli anni ’90 mentre l’inflazione è rimasta elevata erodendo il potere d’acquisto delle famiglie. E anche se l’indice di fiducia delle famiglie e delle imprese è tornato a crescere e la prospettiva congiunturale è favorevole, i tassi di crescita del Pil sono fortemente al di sotto dell’area dell’euro. Questo è un problema di fondo dell’economia italiana. Per i primi quattro mesi il 2006, unici disponibili per una analisi attenta di prospettiva, i dati sono negativi con l’accumulo del debito pubblico. E qui esce la parola, più volte ripetuta dal ministro, e temuta nella sua sostanza, “strutturale” da contrapporre a quanto avvenuto negli ultimi anni, “temporanea o una-tantum”. Gli interventi che dovranno essere adottati sui conti pubblici dovranno avere carattere permanente o almeno di lunga durata. Allora prepariamoci alla manovra di luglio mentre il taglio del cuneo fiscale non avverrà probabilmente prima della finanziaria 2007, anche se è illusorio che possa attenuare la stretta sulle famiglie, per quanto detto prima, la scommessa è sulla competitività delle imprese. Gli interventi sarà inevitabile toccheranno la rendita improduttiva, anche se non va mai dimenticato che il risparmio degli italiani è frutto del lavoro e, per la stragrande maggioranza composta da persone oneste, al netto delle imposta ampiamente pagate. Insomma ci siamo, ora si vedranno le iniziative concrete altro che chiacchiere in libertà dei ministri; è tempo di affrontare la stanza del buco di bilancio.

16 giugno 2006

I pomodori della Repubblica

 Leggevo una statistica che indicava nei sessant’anni la soglia di passaggio per l’anzianità di una persona; il due giugno scorso la nostra Repubblica ha solcato quella soglia e ciò è stato oggetto di riflessioni e approfondimenti sul ruolo e attualità della nostra carta costituzionale. Il referendum che incombe per fine mese darà indicazioni sulla volontà degli italiani di modificarne significativamente il testo. Personalmente ritengo che la riscrittura di ben 53 articoli demolisca l’attuale testo costituzionale, creando un’ulteriore lacerazione tra nord e sud. Un Paese democratico come il nostro deve avere alla base delle sue iniziative l’uguaglianza e la solidarietà dei suoi cittadini ed il federalismo uno strumento per regolare le relazioni tra le regioni per permettere a tutti di avere servizi sanitari e scolastici migliori in ogni parte del Paese. Quello che si configura nel testo di legge del precedente governo prevede, nei fatti venti sistemi scolastici, venti sistemi sanitari, venti corpi di polizia regionale. Nessuno ha mai spiegato, sempre che si accetti questo principio, chi sarebbe chiamato a sostenere i costi di una radicale trasformazione del nostro assetto costituzionale. La riforma prevede inoltre di affidare un potere straordinario al presidente del consiglio esautorando, di fatto, il presidente della Repubblica dal suo ruolo di garante, arrivando a ledere anche l’autonomia della corte costituzionale che in questi anni ha svolto un ruolo prezioso legato alla composizione della stessa.

Se, infatti, le regole sulla convivenza si ispirano al modello dello Stato liberale e sociale, come è nel caso della Costituzione Italiana (artt. 1, 2 e 3 Cost.), la separazione dei poteri (e, specificamente, la modalità di separazione voluta dai Costituenti), principio cardine dello Stato liberale e democratico, non può non caratterizzare la struttura istituzionale, assicurando la reciproca indipendenza del potere legislativo, del potere esecutivo e del potere giudiziario. Come dimostra l'esperienza costituzionale delle democrazie avanzate, questo obiettivo può essere raggiunto con l'adozione di diversi modelli: quello parlamentare, quello presidenziale e quello semipresidenziale. Quando, però, il suddetto principio della separazione dei poteri viene inciso in modo significativo con la realizzazione di forme di ingerenza o di condizionamento di un potere rispetto ad un altro, si esce dall'ambito dell'organizzazione istituzionale democratica e si ingenera una pericolosa confusione.

Il mio è un invito a votare primo elemento di democrazia e a votare no. Un’ultima considerazione d’attualità locale sul lancio di pomodori che la cosiddetta sinistra alternativa ha pensato bene di lanciare contro gonfaloni e partigiani, fischiando inno e bandiera italiana in Piazza Maggiore. Cari contestatori, la costituzione Repubblicana è nata per permettere anche a voi di parlare, riflettete sul fatto che certi gesti vi allontanano dalla storia degli uomini che ci hanno regalato la libertà.

Bologna, 7  giugno 2006                   Maurizio Cevenini

Senza alibi, nella chiarezza

Elette le cariche istituzionali a un mese e mezzo dalle elezioni, tempi fisiologici tipici della realtà italiana, abbiamo un governo. Sulla sua composizione si potrebbero fare diverse osservazioni, a partire dalla componente femminile e dal numero, ma, come ha onestamente riconosciuto il Presidente Prodi, la vasta coalizione di centro sinistra ha dovuto trovare un suo equilibrio. Quello che conta ora sono le azioni del governo e la sua coesione sostanziale, determinanti per reggere l’intera legislatura e convincere la metà degli italiani che hanno votato lo schieramento avverso. Senza alibi e nella chiarezza andrà affrontato il tema di conti pubblici Prodi con l’obiettivo di vincere la duplice sfida della stabilità e della crescita. E’ un dato oggettivo, riscontrabile nell’ultimo rapporto Ocse sull'Italia, che i conti, ed è poco rilevante se la situazione è più o meno critica del ’96. Secondo l'istituto di Parigi infatti, il deficit è destinato ad attestarsi al 4,2% del Pil quest'anno per poi issarsi fino al 4,6% nel 2007, con il debito rispettivamente al 107,4% e al 108,4%. La ripresa in atto ha poco rilievo senza riforme strutturali.
Stabilità quindi, da imporre all'economia italiana, ma anche crescita e sviluppo. In proposito, con molta sincerità, Prodi ha spiegato in Parlamento che se gli strumenti per il risanamento e la stabilità sono ben conosciuti, altrettanto non si può dire per la crescita, un campo dove tutto è più incerto e affidato alle capacità di sfruttare le tendenze delle economie globali ma anche alla elaborazioni di politiche che mettono in gioco le capacità di intuire il futuro da parte del governo con le sue scelte.  Qui si inserisce il ragionamento sulla loquacità dei neo ministri che, pochi minuti dopo il giuramento, hanno iniziato ad esternare su svariati argomenti. Dovrebbe essere chiaro a tutti che, per fare un esempio, se si pensa ad una manovra correttiva, fortemente auspicata dall’Ocse, gli annunci sono deleteri e rappresentano un vizio difficile da superare. Anche se non sono attese decisioni imminenti, è certo che Bruxelles ha una certa fretta di capire la situazione dei conti pubblici italiani. Nel “conclave” di inzio mese Prodi, Padoa Schioppa e gli altri ministri dovranno prendere la prima grande decisione strategica. La manovra bis non appare l'unica strada: l'Italia potrebbe ad esempio provare a negoziare una soluzione alla tedesca, anche se la Commissione al momento non prende in considerazione questa eventualità ma potrebbe rivalutarla in autunno. Va detto comunque che per l'Italia ottenere un anno in più da Bruxelles per riportare il deficit sotto il 3% del pil potrebbe essere un arma a doppio taglio. Anzitutto, una proroga di questo tipo comporterebbe un avanzamento della procedura per deficit eccessivo avvicinandosi pericolosamente alla fase delle sanzioni. Il DPEF sarà l’occasione per comprendere l’indirizzo; attendiamo una scelta responsabile e chiara senza guardare indietro, non serve. In bocca al lupo!

Bologna, 25 maggio 2006                         Maurizio Cevenini

 

La Juve di Gigione Maifredi

Non vinse nulla, venne citato da tutti i giornali del mondo il nostro amato ed indimenticabile Gigi Maifredi. Correvano gli anni ’80 quando un giovane e promettente allenatore, fino a poco prima rappresentante di qualcosa, vinceva con una squadra sconosciuta, l’Ospitaletto, diversi campionati minori fino a giungere alla soglia del calcio professionistico. Corioni era presidente di quella squadra e quando divenne presidente anche del Bologna pensò bene di investire su quell’omone e una mezza dozzina di giocatori. Fu un trionfo, la cavalcata portò il Bologna dalla C alla soglia dell’Europa. Una squadra spumeggiante, piena d’entusiasmo, fece tornare tanta gente alla stadio, più o meno ciò che avvenne con Renzo Ulivieri anni dopo nella seconda retrocessione del Bologna. Una sola differenza la storia successiva dei due condottieri, l’uno rapito dalla Juventus di Agnelli e Boniperti, l’altro con altalenanti risultati sui campi di tutta Italia. In quella Juve c’era Baggio, pallone d’oro, e altri campioni straordinari, Gigione portò il suo entusiasmo e il suo modulo sbarazzino; per la prima volta, dal dopoguerra, la Juve non vinse nulla e il nostro guascone si ritrovò a girare i campi d’Italia, Bologna compresa, e dopo una parentesi all’estero oggi lo ritroviamo a guidare tutte le domeniche il club dei gol ripetuti.

Ecco da qui voglio partire. Guardando i replay di Maifredi e il suo team penso che i campionati potrebbero essere, da tanti anni a questa parte, come quelle finte azioni. In quanti oggi si ripetono che sapevano, che avevano sentito, ma allora in quanti hanno chiuso gli occhi entrando a far parte, anche se solo per via indiretta, di quel calcio sporco che ha fatto morire definitivamente la passione di tanti onesti frequentatori delle curve.

La violenza è un male terribile, soprattutto quando entra nello sport, ma quello che sta avvenendo è forse peggio perché in modo subdolo e truffaldino ha offeso un intero Paese.

A fine mese parteciperò, perché invitato come tutti gli anni, all’assemblea degli arbitri della sezione di Bologna. Lì negli anni scorsi ho ascoltato i massimi dirigenti, oggi inquisiti, fare lezioni ai giovani arbitri, richiamarli, spronarli contro il resto del mondo del calcio che faceva dei fischietti di serie A le vittime del sistema.

Quest’anno nel mio breve saluto mi rivolgerò a loro, ai giovani che oggi arbitrano gratuitamente e domani, forse, calcheranno in modo diverso il prato dei grandi per chiedere di ripartire. E così dovrà fare l’intero movimento verso i settori giovanili con la speranza che giovani di Bologna ricomincino e giocare e tifare per la squadra della loro città. E allora potrà succedere che anche la Juventus possa ripartire da Gigi Maifredi vincendo qualcosa anche senza ilo moggi di turno. 

Bologna 14 maggio 2006   Maurizio Cevenini

 

Senza esultare…

E’ finita in un modo incredibile, ma è finita e occorre ricostruire, sulle macerie, un minimo di confronto politico tra le due metà del Paese. Ha vinto il centro sinistra per una manciata di voti e soprattutto perché la mostruosa creatura elettorale ha divorato, come nel migliore dei film di fantascienza, i suoi ideatori. Anche sul voto all’estero si consuma la leggerezza con cui la maggioranza di governo aveva affrontato il problema.

L'esito elettorale impone a tutti i partiti dell'Unione una profonda riflessione e un richiamo al senso di responsabilità. Una vittoria che metà degli italiani aspettavano da 5 anni L'Italia ha fatto fatica a scegliere: condizionata da una campagna elettorale velenosa e tendenziosa fatta di paure del comunismo ideologico con il voto incerto dei cattolici, con messaggi elettorali contraddittori che hanno fatto recuperare voti a Berlusconi che ha condotto una campagna elettorale mirata fatta di promesse, insinuando dubbi e paure. Ci è riuscito. Nonostante i cinque anni di pessimo governo, nonostante lasci un'Italia divisa e malata, il suo partito è ancora fortissimo, il partito più votato d'Italia.

Il ritorno di Romano Prodi dopo il '96 è stato più duro del previsto, ma a queste condizioni e in questa situazione forse, col senno di poi non si poteva fare di più.

Davanti a questa conclusione non serve esultare ma occorre piuttosto mettersi a testa bassa al lavoro in un Paese diviso e in grave difficoltà economica. Le fantasie sulla grande coalizioni non sono credibili, troppa la distanza, grave lo scontro politico elettorale; l’Italia ha urgenza di un nuovo governo che senza arroganza si rivolga a tutti gli italiani ricomponendo le fratture di questi anni. Questo si deve tradurre immediatamente in un richiamo a TUTTI gli eletti al ruolo straordinario, in termine di tempo e disponibilità, per evitare che assenze o voglia di caratterizzazione creino ostacolo al lavoro del governo.

Penso che tutto questo fosse scontato davanti agli elettori al momento della candidatura, ma è bene ricordarlo dal primo giorno utile.

Bologna, 12 aprile 2006                     Maurizio Cevenini

 

Un voto di speranza

Ci siamo, pochi giorni e poi il voto; sono ormai pochi, pochissimi, coloro che non hanno ancora deciso chi votare. Forse l’incertezza è legata a chi è sta valutando se andare a votare. E’ a questi che mi sento di dire provate, dopo cinque anni di Berlusconi, il progetto politico del centrosinistra che credo farà ripartire la macchina Paese e darà un futuro di speranza ai nostri figli.
Siamo ormai oltre le battute sui comunisti, siamo nel 2006, all’inizio del terzo millennio e l’Italia degli anni ’50 è ormai lontana… appunto cinquant’anni. C’è gente come me che è statto nel Pci, Pds e infine Ds. Il Pci era un grande partito che arrivò a raccogliere un terzo dei voti degli italiani. E a prescindere da quello che pensa Berlusconi, è stato un grande partito democratico.

Il mio è un appello al voto, ce ne sono state tante ben più autorevoli a partire dal direttore del Corriere della Sera, Paolo Mieli che in un importante editoriale in cui dichiara di auspicare la vittoria dell’Unione, dice che il risultato delle elezioni è in bilico. I maggiori istituti di sondaggi dicono invece che il centro-sinistra è avanti di 4 o 5 punti percentuali. Lo sapremo solo dopo lo scrutinio finale dei voti. I sondaggi servono per avere un’idea sull’orientamento della pubblica opinione e solo in Italia si commentano come se fossero risultati acquisiti. Comunque ho fiducia che gli italiani abbiano il desiderio di cambiare le cose.

Qualcuno ventila vi possa essere una sorta di pareggio, per una balorda legge elettorale, che potrebbe non dare lo stesso risultato tra Camera e Senato. Questo non è il pareggio, è un’altra cosa. Deve essere chiaro che chi piglia più voti alla Camera vince le elezioni, perché lì il conteggio dei voti è su base nazionale e non regionale e lì c’è la sfida diretta tra Prodi e Berlusconi, entrambi candidati per un seggio da deputato. In questo caso comunque si tornerebbe a votare senza pasticci.

Sullo sfondo di queste elezioni si gioca anche la possibile nascita di un nuovo partito, anche se è un progetto complesso, il Partito Democratico frutto dell’unione elettorale tra DS e Margherita. Insomma quanto  in tanti speravano avvenisse con l’ulivo dieci anni fa. Accorpamento che sarebbe auspicabile che avvenisse anche nel centro destra per arrivare alle prossime elezioni del 2011 con un’altra legge elettorale maggioritaria con meno partiti.

Un ultima raccomandazione sulla perequazione fiscali, nessun timore sulla tassazione dei titoli di Stato non ci sarà su quelli in circolazione, verranno rimodulate le nuove emissioni nel segno di un’equità solidale richiesta da tutti.

 

6 Aprile 2006               Maurizio Cevenini

 

21 marzo il ricordo di Marco Biagi in Provincia

Conoscevo il Professor Marco Biagi dal punto di vista professionale per averlo incontrato in diverse iniziative in Confindustria, ma la chiacchierata più lunga la facemmo nel lontano ’96 alla vigilia delle elezioni di quell’anno. In quella occasione incontrai un uomo molto preparato sulle tematiche del lavoro e aperto al dialogo tra le parti sociali nella convinzione che ogni riforma, soprattutto le più radicali, deve essere frutto del concorso di tutti.

Per questo motivo non deve stupire che un economista, un intellettuale come Marco Biagi fu consulente di governi di diversa estrazione politica. Un riformista convinto, con il pallino per l’Europa, doveva continuare il suo lavoro al servizio del Paese anche nel momento in cui le contraddizioni e il livello di scontro si facevano più aspre davanti a due visioni diverse delle relazioni industriali e della riforma del lavoro.

E’ agghiacciante risentire le parole della sua ultima intervista, ripetute più volte da tutte le televisioni in quel triste 2002, nella quale, esponendo il suo parere, misurava le parole pensando ai margini di trattativa che potevano esserci nel conflitto tra imprenditori e sindacati, tra governo e opposizione. Apprestandosi a svolgere, ancora una volta, il suo ruolo di studioso al servizio dello Stato.

I terroristi hanno ferocemente ammazzato questo uomo di dialogo, di mediazione; i terroristi possono restare nell’ombra per anni, ma restano militanti permanenti pronti a colpire quando si realizzano le condizioni favorevoli ai loro folli piani. Obiettivi fin troppo chiari: minare le regole democratiche, creare terrore e sgomento nei cittadini ricercando adesioni che con la fermezza di tutti i sinceri democratici non riuscirono ad ottenere allora ne mai.

Attorno a Marco Biagi, alla sua limpida figura, si raccolse tutto il Paese dando un contributo allo smantellamento del gruppo di brigatisti, creando il vuoto attorno a loro come avvenne in altri periodi travagliati della nostra storia democratica. Purtroppo, e non sono casuali le affinità con gli omicidi Tarantelli e D’Antona, altri studiosi servitori dello Stato, tutto questo è avvenuto con il sacrificio di un uomo solo, indifeso.

Questo deve fare riflettere tutti noi, in ogni stagione della politica. Il modo di porci, di esporre le nostre idee, le nostre convinzioni. La politica non può essere solo scontro che porta all’aridità intellettuale. Questa ennesima pagina dolorosa di Bologna, l’insegnamento di Marco Biagi, devono essere un monito per tutti. Non significa mai arretrare dalle proprie idee ma saper discutere ed avere sempre come obiettivo il bene del proprio Paese.

Se vogliamo ricordare Marco Biagi, come facciamo oggi, rendendogli giustizia, dobbiamo evitare in ogni momento le strumentalizzazione.

E’ su queste basi, partendo da questi presupposti che il consiglio provinciale, unanimemente, volle assegnare il premio Provincia 2002 alla memoria di Marco Biagi con le seguenti motivazioni che la conferenza dei capigruppo a voluto che fossero al centro del ricordo di oggi:

Bolognese di nascita e di formazione, Marco Biagi matura  nel corso degli anni esperienze e  idee che nel diffondersi si confrontano con i problemi del mercato del lavoro e lo collocano  tra i massimi esperti italiani di diritto del lavoro comparato.

 

Misuratosi  come  docente di materie privatistiche, dapprima presso lo stesso Ateneo Bolognese che lo ha laureato, indi a Pisa, all’Università della Calabria e all’Università di Ferrara, completa la sua attività di studioso alla facoltà di Economia di Modena, ultimo discendente di una grande scuola di giuristi del lavoro.

 

Al primo posto pone l'attività di studioso del mondo del lavoro. Sensibile alle problematiche della pubblica amministrazione e dei risvolti soprannazionali delle trasformazioni in atto  nella società di fine millennio, collabora con gli Enti locali e con l'Unione Europea, con i Sindacati e con la Confindustria. Nella nostra Città, da sempre aperta agli stimoli culturali di ogni provenienza, nel solco di una tradizione che la rende rinomata nel mondo, risponde con generosità all’invito  di uno fra i più prestigiosi istituti universitari d’oltre Oceano,  la Johns Hopkins University, Bologna Center.

Lunga e instancabile è l’opera sua al servizio dell’Italia nel cuore delle massime istituzioni, nei luoghi in cui più ardua si fa la quotidiana fatica della traduzione delle acquisizioni teoriche  nelle scelte e nelle azioni amministrative,a riprova di un instancabile impegno civile fortemente caratterizzato dalla ricercata - e vieppiù apprezzata - collaborazione con enti locali, nazionali e internazionali nell’ambito dei quali le conquiste della ricerca e dello studio si confrontano con l’asprezza e – sovente – con la contraddittorietà dei problemi che mettono senza appello alla prova la qualità e la serietà delle soluzioni.

La sua presenza, dispiegatasi già nell’ambito delle azioni di governo della Regione Emilia-Romagna, si intensifica negli anni a fianco degli ultimi governi dal 1996 al 2001. Fa parte del Cnel, il Consiglio Nazionale dell'Economia e del Lavoro, e dell'Arel, l'istituto di ricerche economiche fondato dall’onorevole Beniamino Andreatta.

Dal 1995 insieme a Luciano Spagnuolo Vigorita dirige la rivista "Diritto delle Relazioni Industriali"e diviene anche commentatore sui problemi del lavoro e delle relazioni industriali per i principali quotidiani.

La sua disponibilità a ricercare ed operare in favore dell’innovazione degli istituti e dei rapporti di lavoro lo rende consapevole e indifeso bersaglio della follia omicida terroristica che pone fine alla sua vita nel cuore della città dinanzi alla porta di casa, al termine di un giorno di lavoro,  strappandolo agli affetti familiari e amicali.

 

Nel conferire alla memoria di Marco Biagi il Premio Provincia 2002, monito affinché la lotta al terrorismo sia sentita da tutti come dovere, la Provincia di Bologna intende proporre il suo esempio di uomo, di studioso e di cittadino.

Queste motivazioni vennero lette nella seduta solenne del 24 novembre 2003, come ricordò la sorella Francesca nel ritirare il premio, sarebbe stato il giorno del suo 53°compleanno.

Il suo ricordo è ancora vivo in tutti noi e sarà un dovere delle istituzioni ricordarlo nelle forme più adeguate e solenni anche nei prossimi anni, soprattutto nei prossimi anni, assumendoci pro-quota la responsabilità di quanto è successo in queste settimane. Uniti, nel rispetto sacro della sua famiglia, evitando che possano avvenire assurde divisioni davanti ad un uomo di cui Bologna va fiera, ucciso per aver espresso in libertà le sue idee.

 

La piazza ai fascisti

 

Il titolo di questo articolo è rimbalzato su tutti i giornali in questi giorni per il rifiuto da parte del sindaco Cofferati di concedere una piazza al movimento neo fascista della Fiamma. Semplifico molto il ragionamento perché sul piano formale il sindaco può esprimere un parere, certamente molto autorevole di cui tenere conto, ma spetta alla commissione interpartitica in ogni città e alla questura per ragioni di ordine pubblico decidere se assegnare o meno uno spazio elettorale. Purtroppo o fortunatamente, a seconda dei casi, la Bologna di Cofferati fa notizia più di ogni altra città per il carisma del sindaco e le polemiche, anche extraterritoriali, che seguono o anticipano ogni sua dichiarazione. E’ successo per i lavavetri, la sicurezza, le grandi infrastrutture, ultimamente sulla commemorazione di Marco Biagi.

Io posso permettermi valutazioni più distaccate cercando di non farmi prendere dalle ragioni di parte che a sentimento anch’io condivido.

Facendo un balzo nella storia di almeno trent’anni, ricordo che bologna era nota in tutta Italia per essere la città più rigida sulla concessione della piazza principale al movimento sociale italiano erede del fascismo. Anche allora c’erano polemiche diffuse ma anche una sorta di controllo reciproco, guidato dalle diplomazie dei principali partiti, che portavano spesso a mediazioni incruente.

Gli anni sono passati, in gran parte gli esponenti del MSI hanno seguito la svolta democratica di Fini e anche Bologna è diventata città aperta per AN. Giusto o sbagliato questa è la storia, libera da valutazioni ideologiche che ci furono e tutt’ora esistono.

Oggi rimangono frange di apologeti del fascismo che per effetto di una legge elettorale assurda si sono suddivisi in tre quattro tronconi. E’ vero che in quanto candidati al Parlamento sono legittimati a fare campagna elettorale, ma è altrettanto vero che in questi gruppi si annidano provocatori.

Ho conosciuto molti dirigenti di questi movimenti, per lo più persone responsabili, ma la loro seppur ridotta base è a volte incontrollabile.

Allora la prudenza deve prevalere perché gli episodi di Milano ed altri sono dietro l’angolo; ovviamente metto i teppisti del cosiddetto movimento che hanno messo a fuoco Milano sono sulla stessa barca.

Per concludere credo si sia fatto bene ad usare misure restrittive che devono far riflettere tutti sull’esigenza che un Paese normale non può dar spazio ai violenti e ai provocatori anche a costo di subire la critica di scarso senso della democrazia.

Bologna, 24 marzo 2006          Maurizio Cevenini

Il candidato di servizio

Tra pochi giorni il balletto delle candidature per il Parlamento della Repubblica, sarà chiuso definitivamente e i cittadini italiani potranno cercare, oltre alle polemiche, tracce dei programmi che gli schieramenti si prefiggono per governare l’Italia.

Il mio partito, a differenza di tanti altri questuanti, mi ha chiesto di accettare la candidatura al Parlamento. Ho accettato con piacere e qualche giornale ha coniato la formula del “candidato di servizio”. Chi è il candidato di servizio? E’ quell’uomo o quella donna che accetta di essere inserito/a nella stessa lista, nel mio caso guidata da Romano Prodi, nella seconda fascia quella degli in eleggibili. Ma come nel Paese in cui quarant’anni fa un complesso musicale, cantava “oggi io non sono nessuno domani sono Presidente della Repubblica…” esaltando il valore della democrazia che lascia una chance a tutti? Ebbene è così: la geniale riforma elettorale imposta dal governo Berlusconi nelle sue ultime ore di vita riesuma il sistema proporzionale e lo peggiora imponendo le liste bloccate. Insomma gli elettori entrando nei seggi leggeranno un lenzuolo di nomi (per la camera in Emilia Romagna sono 43 per lista) e non potranno scegliere il preferito. Però le liste andavano comunque riempite dopo che i partiti, al termine di estenuanti e a volte deprimenti, discussioni avevano indicato gli eleggibili.

Nasce qui quella pattuglia di volontari che, come accade a me in questi giorni, incontra tante persone ignare del demenziale sistema elettorale chiedono come poterti votare e tristemente devi rispondere che è impossibile se non indirettamente attraverso la croce sulla mia lista. Almeno adesso i lettori di questo articolo eviteranno la domanda.

La seconda parte di questo articolo dedicato alle candidature è rivolto a quanti, navigando da anni nella politica, hanno fiutato per tempo i rischi del sistema. Personaggi che hanno svariate legislature alle spalle e che, vuoi per regola interna sul numero di mandati o per giuste esigenze di ricambio generazionale, non hanno accettato di abbandonare o svolgere altri ruoli politici. Sono quelli del salto della quaglia dell’ultimo minuto, quando ogni trattativa, a volte venata da sottili ricatti, sta sfumando vengono folgorati dalle virtù di un altro partito. Il tutto riservandosi ulteriori contorsioni qualora il debole sistema elettorale renda determinanti i voti del transfughi; forse sono più impresentabili di coloro che vengono contestati per le proprie idee, seppur discutibili. Non è un grande spettacolo ma fortunatamente sta finendo, da domani la campagna acquisti s’interrompe…

Bologna, 22 febbraio 2006                                        Maurizio Cevenini

Un  impegno vincolante


”E’ un impegno vincolante per tutti noi”, così Romano Prodi ha presentato le linee principali del programma dell’Unione basato su una proposta fortemente riformatrice indispensabile per porre nuovamente l’Italia al centro della politica internazionale.

Non è stata un’improvvisazione ma l’assemblaggio di contributi concreti e specialistici che hanno coinvolto migliaia di persone comuni, ma soprattutto tecnici delle singole materie. Un programma che si può non condividere ma concreto e realmente alternativo all’attuale coalizione di governo.

Le differenze ci sono all’interno della coalizione e hanno portato inevitabilmente a mediazioni e anche, nel caso della rosa nel pugno, a dissensi mantenuti, ma ha prevalso lo spirito costruttivo e il rispetto delle diverse opinioni.

Ora ci sono i presupposti per affrontare i prossimi cinquanta giorni di campagna elettorale con un leader legittimato da oltre quattro milioni di elettori e un programma di governo chiaro nelle sue scelte principali. I responsabili dei partiti chiamati solennemente a sottoscriverlo hanno oggi un impegno vincolante, si chiamino Bertinotti o Mastella, su quel testo e nei confronti dei cittadini che daranno fiducia a quella proposta. I giochino del passato, anche recente, non possono più valere.

Purtroppo gli italiani saranno chiamati a votare con una pessima legge elettorale che non permette ai singoli territori di esprimere propri candidati ai quali chiedere conto dell’operato in Parlamento e, cosa ben più grave, l’abbandono di quel sistema maggioritario e bipolare che aveva, nel bene o nel male, dato certezza sulla guida del governo. Una legge elettorale che toglie margini a chi sarà chiamato a governare assegnandogli una maggioranza comunque ristretta e soggetta ai ricatti di piccoli raggruppamenti di parlamentari. E’ per questo che assume maggior rilievo l’aver sottoscritto un programma comune vincolante che almeno sul piano etico morale richiama i leader di partito al rispetto delle scelte.

Si può ironizzare sulla lunghezza del programma che inevitabilmente verrà sintetizzato durante i contatti capillari che si avranno con i cittadini, ma è indispensabile che su ogni tematica vi sia un passaggio consultabile anche da parte degli osservatori internazionali che dovranno esprimere un giudizio sull’affidabilità del nostro Paese. Ma un programma corposo serve anche per togliere l’attenzione su candidature sicuramente ingombranti e mio avviso sbagliate (Caruso su tutte), ma non certo strategiche per il governo del Paese. E’ evidente che la cosa che disturba di certe candidature è proprio il fatto che il cittadino non può decidere di accettare con una preferenza Caruso o Cevenini (tanto per indicare un nome fuori dalla mischia)… 

Per finire un appello agli elettori: cercate di documentarvi il più possibile sulle proposte concrete e poi con la serenità di chi vive in un Paese democratico fate la vostra scelta. In bocca al lupo a tutti noi.

Bologna 13 febbraio 2006                                        Maurizio Cevenini

 

Il giorno della memoria

 

Utilizzo questo spazio per ricordare quanto è stato detto negli incontri di questi giorni con centinaia di studenti a ricordo delle vittime della Shoah.

La storia del genere umano ha conosciuto innumerevoli eccidi e stermini. Quello attuato in Europa nel Novecento contro gli ebrei differisce dagli altri per le sue caratteristiche di radicalità e scientificità. Mai era accaduto, ad esempio, che persone abitanti nell’isola di Rodi o in Norvegia venissero arrestate per essere deportate in un luogo appositamente destinato ad assassinarle con modalità tecnologicamente evolute. Per questo si parla di “unicità” della Shoah, definizione che costituisce il risultato di una comparazione storica.

Shoah è un vocabolo ebraico che significa catastrofe, distruzione. Esso è sempre più utilizzato per definire ciò che accadde agli ebrei d’Europa dalla metà degli anni Trenta al 1945 e in particolar modo nel quadriennio finale, caratterizzato dall’attuazione del progetto di sistematica uccisione dell’intera popolazione ebraica.

Tale progetto venne deciso e concretizzato dal Terzo Reich nel corso della seconda guerra mondiale; venne attuato con la collaborazione parziale o totale dei governi o dei movimenti politici di altri Stati; venne interrotto dalla vittoria militare dell’Alleanza degli Stati antifascisti e dei movimenti di Resistenza. Se invece i vincitori fossero stati la Germania nazista, l’Italia fascista, la Francia di Vichy, la Croazia degli ustascia ecc., non un solo ebreo sarebbe rimasto in vita nei territori controllati da questi. E come loro buona parte di omosessuali, zingari accomunati in quel tragico destino.

Ricordarsi di quelle vittime serve a mantenere memoria delle loro esistenze e del perché esse vennero troncate. E la memoria di questo passato serve ad aiutarci a costruire il futuro che non ha eliminato i rischi di altri genocidi.

Molti Stati hanno istituito un “giorno della memoria”. L’Italia lo ha fissato al 27 gennaio: la data in cui nel 1945 fu liberato il campo di sterminio di Auschwitz. In effetti altri ebrei, d’Italia e d’Europa, vennero uccisi nelle settimane seguenti, ma la data della Liberazione di quel campo è stata giudicata più adatta di altre a simboleggiare la Shoah e la sua fine.

Ovviamente la Shoah fu un evento storico interrelato con gli altri avvenimenti storici; per questo la legge italiana indica altri gruppi di persone la cui memoria va mantenuta viva: coloro che, a rischio della propria vita, combatterono il fascismo e il nazismo e coloro che comunque contrastarono lo sterminio e salvarono delle vite.

Bologna, 27 gennaio 2006

 

Parlando del mio Partito

Da sei mesi ormai la vicenda Unipol-Bnl spargei suoi veleni sulla scena politica italiana. E tutto fa pensare che intercettazioni, interviste, polemiche continuerà, di qui alle elezioni, assumendo il carattere di una campagna nei confronti dei Ds.
Ai Ds si rimprovera l'antico legame e la solidarietà, il cosiddetto "collateralismo" nei confronti del movimento cooperativo e delle sue operazioni finanziarie. Le ultime frasi carpite a Fassino paiono confermare il sostegno offerto dai Ds al tentativo dell'Unipol di conquistare la Bnl, e non può essere considerato una colpa. A meno che tra Ds e Unipol non siano rilevabili accordi occulti di carattere finanziario in violazione delle regole del mercato. Nulla di tutto questo è emerso finora. Tutte le telefonate rese note fino a ieri provavano l'interessamento di Fassino per l'operazione e per il suo successo. Niente di illegittimo e niente di più se non un eccesso di entusiasmo nei confronti di persone che, se le accuse fossero confermate, hanno carpito la fiducia del mondo cooperativo che in alcune sue parti aveva espresso più prudenza e qualche dissenso.  Sarebbe comunque fiducia mal riposta in qualcuno che oltre a seguire gli interessi di una azienda, che occorre riconoscere aver raggiunto risultati straordinari, ha fatto affari personali.
Certo attorno a questa vicenda ruotano personaggi che in modo a dir poco avventuroso, sotto l'occhio compiacente di un Governatore della Banca d'Italia costretto a dare le dimissioni, hanno raggirato migliaia di risparmiatori. Gli affari sono legittimi e il guadagno a fronte della produzione è sacrosanto, ma alla base c’è il rispetto delle leggi e se di mezzo c’è la cooperazione anche una solida base etica. C’è disagio nel movimento cooperativo, qualche disagio anche nei DS il partito che più di tutti ha fatto della difesa dell'etica pubblica una delle sue bandiere di fronte al dilagare della corruzione nella vita pubblica e alla clamorosa compromissione tra politica e interessi privati di cui è simbolo Berlusconi. Ora serve tutto tranne che uno scontro tra chi parla di complotto e chi sostiene, come nel calcio, “io l’avevo detto”. Ormai è solo chiaro che è stato un errore aver fatto il tifo per l'Unipol nella scalata alla Bnl ed è opportuno che si apra un sereno dibattito su quanto è avvenuto nei mesi scorsi, sui comportamenti dei singoli, e sulla esigenza di definire un più limpido rapporto tra politica e affari. Occorre un giudizio netto e inequivocabile sui protagonisti di queste vicende prima che si spargano altri veleni telefonici alla vigilia di una campagna elettorale durissima che dovrebbe parlare di programmi e di idee per risollevare il Paese.
È quanto si chiede l'opinione pubblica dai massimi dirigenti del mio partito, ma lo sintetizza nella sua leggerezza l’anziana Natalina quando mi chiama e chiede se sono sicuri i suoi pochi risparmi nel conto coop…

Bologna, 4 gennaio 2006 Maurizio Cevenini